Quanti siamo

Marco, Arianna e Davide, Diletta Luna, Nemo, Tellìn e Chiara

Marco alla pesca dei salmoni in Norvegia

Marco, il mio compagno di viaggio e di avventure, sempre per irti sentieri, ormai da tanti anni è mio paziente, tra mille virgolette. Pur avendo una formazione psicologica, io non sono psicoterapeuta.
Sono, come mi presentava il Prof. Zapparoli ai suoi pazienti, un po’ ironicamente, pareva a me, “una psicotica guarita” e come tale lavoro: si tratta di una terapia a due, reciproca, tra com-pagni, ossia quelli che dividono insieme il pane.

L’esperimento o esperienza cui alludo, fatta nello studio del Professore sotto la sua supervisione, doveva verificare l’ipotesi che un malato “guarito” era in grado di aiutare un altro malato. Racconto questa esperienza nel post “Come ho imparato a lavorare e come lavoro” (prima parte). Di Marco parlo nel capitolo “La storia di Marco” che deve essere completata anche solo per iniziare a raccontarla, perché ovviamente tutto deve passare attraverso la sua approvazione. Stiamo raccogliendo i dati. Posso anticiparvi la diagnosi fatta dallo psichiatra al primo ricovero a Lugano trent’anni fa circa: “schizofrenia paranoide o paranoia”.

Arianna: ci siamo incontrate quattro o cinque volte, due volte da sole e tre con suo figlio di 11 anni (non ricordo in questo momento il nome che si è dato). Arianna è una bella ragazza, una morettina tascabile con gli occhi scuri grandi aperti con stupore sul mondo; lavora un po’ di ore al giorno come colf presso una persona che le è molto affezionata, si trattano da amiche; questa persona si chiama Nira, è una mia cugina ed è una vera artista riconosciuta.

Arianna guadagna 500 euro al mese, con cui si mantengono lei e il figlio, perché il padre, Alberto, non passa niente.

Il problema di Arianna è il bere: ogni tanto ha bisogno di chiudere il mondo: lo spegne e dorme. E’ l’unico mezzo che ha per sopravvivere.

(La stessa cosa che, attraverso il delirio, fanno gli psicotici e con sostanze i drogati, i dipendenti dal cibo e da altro).

Ha vissuto otto anni con Alberto, che poi se n’è andato, ora sta con un’altra; al fine settimana prende il bambino con sé e gli ha insegnato ad usare il computer benissimo. Il bambino gli vuole molto bene.

Arianna è invece molto sola, non ha amici, non si svaga mai. Su mio suggerimento ha iniziato un diario e lo leggerete in: “Storia di Arianna” (DA METTERE)

Da stasera abbiamo un quarto collaboratore che ha scelto il nome di Diletta Luna, immagino dal Leopardi, partecipa al blog come …persona che, appassionata da sempre alla psicologia, oggi, per motivi familiari e per conoscenza diretta di casi di malati, è particolarmente interessata a tutto ciò che riguarda la vita interiore, la mente, lo spirito .

Questa è la presentazione che lei stessa ci ha mandato.

Mi piace tantissimo guardare la luna, come le rondini e le nuvole bianche-rosa. Così mi presento in modo romantico, ma non sono una sentimentale, anzi sono ostinatamente razionale. Non è vero che lo sono perché alla mia età (67) bisogna ormai esserlo, ma lo ero anche da ragazzina. Forse per questo a poco più di venti anni ho scelto la vita del convento, da cui dopo sedici anni sono stata espulsa perché “comunista”. Pace, non ne ho sofferto se non per il fatto di ritrovarmi a casa senza una lira, ma tutto si è risolto subito bene perché ho ricominciato ad insegnare. Lo scopo che cercavo là dentro, aiutare chi più ne ha bisogno, l’ho trovato poi anche fuori e da sempre mi sento bene solo quando riesco a fare qualcosa per qualcuno. Vivo per la mia famiglia: cinque fratelli, cognati, nipoti e pronipoti e i loro problemi (di vita, di salute e di altro) sono i miei e mi sta bene. Amicizie più o meno profonde non mi mancano: non mi sento mai sola.

Chiara scrive di lei: ha una particolarità fin da bambina: canta tutto il giorno. I genitori le avevano proibito di cantare a tavola, proibizione ribadita da Simo, la persona con cui divide la casa, così a tavola continua a cantare, ma mentalmente. Quando le prende quella che mia madre chiamava “la pecundria”, credo inerzia, si canta due o tre canzoni e riparte velocissima. Come dire che: “Va a musica”.

la parte grafica e mi permette di pubblicare i suoi quadri. E’ un architetto in pensione, ma fin da bambino ha disegnato e oggi, è quasi nonno… vive tra un quadro e l’altro e prossimamente tra un vagito e una pupù…bella come un dipinto!

 

Di Nemo non dirò niente perché è persona di una riservatezza quasi patologica. Non dirò niente, a meno che non sia lui scrivere di sé.

 

Quinta tra tante Grazie è Tellìn, come la chiamavano i suoi da piccola, che per noi fa le schede dei pazienti famosi, ma queste eventuali collaborazioni ( Tellìn) sono sempre traballanti: sono tre farfalle, coloratissime come quelle brasiliane, che ora si innamorano di un fiore, ora di un altro…e devono andare. Come dice bene Linus: “Non c’è obbligo al mondo che tu non possa gettarti dietro alle spalle!”

Tellìn, se volesse partecipare “schiudendosi un po’”, diciamo, come un dolce fiore, sarebbe per noi un “dono”: lei è la classica persona sana ma malata: soffre di stanchezza e di depressione, prende dei farmaci, ma la sua mente (siamo amiche da più di cinquant’anni), quel tipo brillante che vi fa ridere e vi incanta, non ha mai perso quel filo che ci lega alla realtà “un po’ paesana”, se potete capire, fosse pure per seguire una piccola illusione. Questo realismo radicale, non sostenuto da una fede di qualunque tipo (ormai “il sol dell’avvenir” è tramontato da tempo), può portare alla depressione. Vorrei presentarvela con una sua poesia dei sedici anni: “Paesaggio ligure”:

 

I profili lontani / dei colli/ come un fiume/ mi prendono/ e non sono più io. Quando le prime stelle/ tremano su di essi/ dolce sarebbe pregare /e correre adolescente.

Direi, in conclusione, che è meglio contare su noi cinque, Marco, Tellìn, Arianna, Chiara e Diletta Luna, che siamo forti, belli e generosi, nonché stabilmente legati alla malattia mentale, anche quando ne siamo usciti!

Non vi sembri strano: questa posizione intermedia, di continuo colloquio tra la parte sana e quella malata, o se volete tra conscio e inconscio, è la condizione perché si sviluppi la creatività…sempre che uno ce l’abbia!

Chiara e Marco sono stati malati mentali per tanti anni: Marco ogni tanto zoppica un po’, ma cresce ogni giorno in virtù e bellezza, io sono guarita come si può guarire da una psicosi cioè mi tengo sotto controllo psichiatrico alcune volte all’anno: le visite allo psichiatra, e i farmaci, variano a seconda dei momenti che vivo.

Vorrei dire più precisamente e meno gentilmente: “Variano soprattutto in relazione a quanto, le persone intorno a me, mi permettono di stare in equilibrio”.

E questo succede a tutti i malati, non solo ai malati mentali.

Fino a due anni fa ho tenuto per oltre vent’anni un rapporto terapeutico psicoanalitico (ho fatto dieci anni di analisi didattica prima in Brasile, dove mi ero trasferita nel ’76, e altri dieci in Italia …ma dopo i 20 non li ho contati più!). Ho dovuto smettere questi controlli psicoterapici perché il mio analista è improvvisamente mancato: sì, è mancato, è stato terribile, ma lo ha fatto, come sempre, nel modo più “amabile”, se mai amabile può essere la morte: in perfetta salute, 85 anni, si è buttato accaldato e abbronzatissimo, da un motoscafo nelle acque del mare di Camogli e nonostante i soccorsi non si è più svegliato.

Poteva succedere anche ad un giovane: un giovane come era rimasto lui; e di questa giovinezza era orgogliosissimo sotto il suo aspetto severo e “non-scialante” da gran signore.

Per ora non sono riuscita a sostituirlo. Chi ha conosciuto bene il prof. Gian Carlo Zapparoli sa che non è facile sostituirlo né come professionista, né come persona.

Una foto del Professore in una delle varie trasformazioni che gli aveva donato. Un dono che era risultato assai gradito.

Una storiella necessaria alla comprensione del blog: passati parecchi anni dalla fine dell’analisi, il Professore ha accettato di leggere il mio libro. Parlo della seconda stesura (della prima, nel 2005, aveva letto l’Introduzione, e-onestamente-gli era piaciuta, mi aveva addirittura telefonato a Sanremo per dirmelo!), ma tutto il libro non ho mai osato portarglielo perché avevo ricevuto un giudizio: -“non si capisce niente”- da una nota psicoanalista, cui l’avevo consegnato per una prima correzione. Solo in seguito, rimbellito, avrei osato darlo da leggere al Professore.

 

Quello della scrittura è uno dei tantissimi campi che non conosco, di mio ero molto incerta del mio lavoro, questo giudizio così negativo mi ha spinto a riscriverlo prima di affrontare il Professore.

Tanta paura per niente: più o meno al quinto capitolo, mi ha detto: “A forza di scrivere ha imparato a scrivere”; del sesto: “Be’ adesso se uno vuol sapere cosa è un delirio, lo può sapere” E, andando avanti, i suoi commenti sono stati sempre: “bellissimo”. Gli piaceva anche come scrivevo, a pezzetti qua e là, piaceva a lui e a me, ne sentivo la necessità, e a nessun altro. Un’amica ha ritenuto addirittura che lo facessi di proposito per spiattellare sulla pagina la mia parte pazza, in modo da comunicarla, in modo immediato, agli altri! Un’altra amica: “un po’ qua e là va bene, lo accetto, ma così è decisamente troppo! Si legge malissimo!”

Ascolterò con umiltà il vostro giudizio.

Ma dobbiamo tornare “alla storiella necessaria” e al Professore: un giorno gli ho chiesto: “Date le mille e più di mille interpretazioni di Freud, da quello che scrivo, con chi le sembra potrei apparentarmi?”

E lui velocissimo:al “suo” Freud!

Approfittando di questa sua risposta, voglio sottolineare adesso che questo vale per tutti i grandi di cui eventualmente parlerò, ma principalmente per il Prof. Zapparoli e il mio psichiatra, il Prof. Gian Franco Placidi di Pisa legato all’équipe del Prof. Giovanni Battista Cassano.

Ma adesso devo sicuramente aggiungere una cosa più generale.

Anche tutte le persone che descriverò, magari minuziosamente, potranno essere soltanto “le mie persone”.

Soprattutto quando parlerò delle persone cui sono più vicina, e perciò “ingolfata” in sentimenti confusi e contradditori e in parte, come sempre, ambivalenti, che mi appiccicano a loro, quasi fondendomi, senza quel “distanziamento” necessario a non prendere ogni lucciola per una lanterna.

Ma attenzione: nonostante questa autocritica di cui sono profondamente convinta (comunque sia, un bel po’ di lucciole e di lanterne accompagneranno sempre il vostro cammino), il mio tono sarà “apodittico” (indiscutibile). Questa è una delle serie accuse che mi fanno. Mia mamma un giorno (ero ancora ragazza) mi ha detto: “un giorno troverai qualcuno che ti abbassa questo becco!” Ma non è stata una persona: tutto il complesso della malattia ha avuto questa funzione positiva.

Mi provo a spiegarvi: prima di farmi un’opinione su una persona, osservo, osservo, osservo per anni nei minimi dettagli, e mi spremo il cervello come un bel limone, per capire qualcosa, poi – arrivati ad un’ipotesi che mi appare plausibile- invece di “convinta” divento subito “convintissima” e parlo con un tono come avessi in mano “la verità scritta nel marmo”, come quello delle Tavole..!

Questa è la tremenda accusa che, frequentemente mi viene fatta dai famigliari e da un’amica: io la giudico gravissima. Una cosa infamante che distrugge una persona.

Ma chi mi conosce più profondamente, forse una persona (Tellìn,) magari anche Diletta Luna, certamente mia madre, sa che, se mi portano dei dati diversi dai miei, modifico, o almeno relativizzo, la mia opinione.

Ma non sopporto i vari e continui: “non è così, ti sbagli!” senza poi aggiungere il minimo argomento. O, meglio, li sopporto, mi chiedo quasi sempre se per caso non hanno ragione, e qualche volta ce l’hanno, ma in quei casi devo cambiare idea con motivazioni che devo trovarmi io.

Ma “tutto con te”, come dice mia sorella e a volte mia figlia (lei più che altro lo fa capire ) “tutto quello che ti riguarda è difficile, complicato e pè-san-te”.

Aggiungo che, per anni mi sono guardata in giro, e mi sono convinta che “apodittico” (indiscutibile) e “crasso ignorante” sono pressoché sinonimi: non escludo che sia proprio questo il mio caso. Me lo direte: urge che io sappia!

Ma non ci sarà tra voi “un diverso” che senz’altro potrebbe capirmi?

Adesso ci vuole un’altra storiella per situarvi nel blog: un fratello di mia mamma, che chiamerò “Dario”, è partito nel ’50, insieme alla moglie Merina, per il Brasile, avendo comprato il biglietto con una colletta fatta dai parenti. Quindi, quattrini zero.

Là, poco a poco, si sono fatti una fortuna per tante qualità di entrambi, ma soprattutto perché lui “avrebbe venduto la sabbia agli arabi”. Glielo dicevo e lui commentava: “Ma sai che per fare un ligure ci vogliano per lo meno tre Ebrei! Il tono era di chi è molto compiaciuto delle sue radici, nonostante fosse ormai “quasi” brasiliano.

Una sera mi trovo a casa sua con altra gente. In quel tempo Dario aveva una nuova moglie, brasiliana, più giovane di lui di trentanni, e due figli, anche se passava la maggior parte della giornata con la prima moglie, con la quale continuava a lavorare e a discutere su tutto, dalla teoria della relatività ai dischi volanti.
Con noi, alla festa, c’era un collega di mio marito, che chiamerò Nicolò, che aveva lavorato cinque anni a Recife, una città del nord. Mio zio per caso si mette a parlare della sua recente visita, di solo un giorno, in questa città: parla parla…descrive tutto minutamente con un entusiasmo, un incanto così intenso che i presenti sono contagiati.
Tutti sono attentissimi alla scena, anche il collega che conosceva bene la città, godeva di tanta bellezza.
Quando mio zio ha finito, questo giovane rimane un po’ di tempo in silenzio, poi si rivolge a mio marito e dice, a bassa voce, quasi un sussurro: “Ma io non sono stato nella stessa città!”. Era confuso e costernato!

Questo per dirvi che il mio codice genetico e anche l’ambiente in cui sono cresciuta ha favorito il mio favoleggiare, il fatto che la gente me la invento e poi la osservo per confermare la visione.
Ve lo prometto (o premetto, come preferite): entrerete in un mondo, il mio, in cui nessuno dei personaggi da me descritti, si riconoscerà nel mio racconto. L’anonimato era inutile.

Forse, quando racconto la realtà, invento più di quello che sarebbe conveniente…ma conveniente a chi?
La mia è una vecchia storia: “ sei eccessiva” mi ripete mia sorella da quando sono nata. E ovviamente non solo lei.
“Ma eccessiva in relazione a chi?”,
chiedo tutte le volte.
“A me!”, di immediato, mia sorella.
“E tu chi sei? – ribatto, forse il metro di Sèvres, il campione delle misure?!”.
Oppure: “sei Sèvres?”

E’ come non parlassi.
Forse è il mio linguaggio: vari amici che hanno gentilmente letto e commentato questo inizio di blog mi hanno detto per aiutarmi:“Sei incomprensibile, il tuo linguaggio è troppo complicato ed invece di invitare alla lettura, respinge”.

Questa impossibilità di “riconoscersi in me” (immedesimarsi) da parte degli altri, soprattutto dei più intimi, mi perseguita da quando ero una giovinetta ragazza. E mi fa molto soffrire: mi sento “inadeguata al gioco del mondo”, e molto sola. (questo è il dolore che si porta dentro ogni psicotico) .
Anche per questo nasce questo blog: per apprendere.
Io voglio capire la gente. Anche la più lontana.

In Brasile per dieci anni mi sono allenata. MI o straniero che viene da mondi lontani a me completamente sconosciuti. Per la mia testolina un esercizio duro che, inoltre, non è mai finito.

Io voglio capire la gente, è l’unico mestiere che so fare, di quelli che appassionano tutta una vita ,ma essere capita è un’altra cosa molto più bella! Quanto grande il mio desiderio!

Mi è capitato tre volte e la nostalgia è indicibile. Mia zia Lina (“Anziani e malati terminali pag….) non mi poteva seguire nei pensieri che mi vagavano nella mente, ma mi capiva alle radici, e mi accettava profondamente in tutto quello che ero, e, addirittura, le piacevo!

Le ero “simpatica” e rideva …rideva, la facevo divertire anche quando era molto malata.
C’è stata una persona al mondo che mi ha accolto sempre e capito di dritto e di rovescio, una persona mancata recentemente che si chiama Mons. Alberto Ablondi (foto).

E, poi, in fine e in principio, mia madre.
Per concludere la mia difesa ( e attacco, direi) vi cito una frase di Miles Davis:
“Non descrivere quello che c’è, ma quello che non c’è”.

A quanto pare, all’unanimità, io so parlare solo di quello che non c’è! Una caratteristica essenziale dei balordi.
Un collaboratore fisso (ho vari files) è Mario Bardelli: i quadri e, a volte le fotografie, come i ritratti modificati al computer per mantenere l’anonimato, sono gentilmente offerti da lui; se pubblico un quadro di qualcun altro lo segnalerò.

Autoritratto di Mario Bardelli

 

9 risposte a Quanti siamo

  1. Angie scrive:

    Interessantissimo. Ho conosciuto Cassano attraverso l’intervista-libro di Serena Zoli e poi di conseguenza Placidi, che ha subito azzeccato la cura con mia figlia, definita da lui ” bipolare soft”. Lucia era all’epoca soggetta a panico e a brevi crisi di angoscia depressiva; grazie alle cure farmacologiche importanti seguite alla diagnosi, ha portato a termine i suoi vari impegni universitari e di ambito artistico. Fra le varie piste psicoterapiche, che la portavano sempre in un cul de sac., una si è poi rivelata davvero efficace, anche se ancora in fieri. C’è però una flagrante incoerenza fra la diagnosi di Placidi e quella dello psicoterapeuta della SPI ( nato come psichiatra e psicofarmacologo), che la segue da oltre sei anni e che è riuscito a toglierle tutti gli psicofarmaci e stabilizzatori dell’umore. Lui sostiene che Lucia non sia bipolare e che la diagnosi sia stata molto abusata nel corso degli anni dalla psichiatria organici sta.

    • Angie scrive:

      Riprendo se posso il filo del discorso interrotto. Vorrei avere un parere di Chiara perché mi pare di capire dai suoi interventi, che ho scoperto da poco, che la malattia vera e propria conclamata e’ quella classificata come disturbo bipolare di tipo I, che può sfociare in stadi di euforia- disforia maniacale e deliri psicotici. Da una parte devo fidarmi dell’analista chele ha tolto i farmaci – come madre la cosa è più rassicurante – ma dall’altra il fatto che l’analisi non sia conclusa mi pone forti dubbi sul futuro di Lucia. Per ora lavora ed è autonoma, vive sola e sembra in uno stato di equilibrio che fa ben sperare, tuttavia mah..chi dei due aveva ragione? Placidi o lo psichiatra e psicanalista della SPI? Grazie di cuore per l’ascolto!

    • Chiara Salvini scrive:

      Avrei piacere di parlarti meglio, cara Angie …mamma super? –speriamo di no! Un famoso psichiatra-psicoanalista SPI, forse in pensione, di cui ho pubblicato un articolo divertente sulla vecchiaia, si chiama Rossi, ma il primo nome mi sfugge adesso, ha scritto qualcosa del tipo “Siamo tutti bipolari”. Nell’adolescenza, poi…! Avrai letto nel libro-intervista di Cassano come distingua bene tra il bipolare e il carattere ciclotimico cioè uno che è soggetto a modificazioni di umore con una frequenza, diciamo, che si nota. In un libro ormai vecchio, una specie di Istat in quanto affidabilità, in un’inchiesta molto approfondita sui giovani

  2. Angie scrive:

    Mamma super…cosa intendi? Sono stata unita in modo simbiotico con mia figlia, un po’ come è successo a te con la tua. Ho svolto una professione che mi ha consentito di dedicare metà del mio tempo alla ricerca, il resto alla famiglia. Lucia ha il mio stesso temperamento ciclotimico e a tratti iper timico; insomma , siamo due sismografi riguardo alle emozioni, e l’attaccamento reciproco e’ stato potente e nefasto per entrambe. Il mio dolore più grande e assurdo riguarda la perdita della nostra reciproca intesa, da quando sta meglio si è ritirata in una strana presa di distanza e i nostri rapporti io li vivo come inautentici. Dico assurdo perché razionalmente so bene che per lei questo taglio con i viluppi del cordone ombelicale e’ essenziale, ma io sento un senso tremendo di vuoto (anche questo tipico dei bipolari)! ) ti ringrazio per avermi ricordato il passo di Cassano sulla ciclotimia..se ti fa piacere ci sentiamo più a lungo, magari utilizzando il tuo account privato, al quale ti ho scritto stamane. Caramente, A.

  3. Angie scrive:

    Ancora una cosa. A proposito di Rossi. Si chiama Romolo? un grande , l’ho conosciuto a una conferenza sul disturbo narcisistico di Sylvia Plath.
    Mi interessa molto l’articolo che hai pubblicato. Ti sono grata per l’invio di ragguagli utili a reperirlo.

  4. Angie scrive:

    Terzo intervento da parte di una costantemente sopra le righe… Quando non sono nel buio della zona ctonia. Vorrei chiederti se potresti per favore dirmi anche il titolo del tuo libro e l’editore, così lo cerco subito. Ci sono veramente un sacco di sincronie con le nostre storie umane, è qualcosa di significativo! A presto

    • Chiara Salvini scrive:

      cara ninìn bella, il mio libro ha addirittura un titolo che non mi pare di aver mai trascritto… se parlo del mio libro nel blog dico sempre: “il famoso libro che non c’è”…Comunque ha un titolo e si chiama come il blog, mi pare e cioè : “Nel delirio non ero mai sola. (sottot.) : dalla parte del paziente. ” –Non ho mai cercato un editore, né ho mai pensato che qualcuno volesse pubblicarlo. Non ricordo l’anno, ma è più di dieci anni: mi erano venuti una serie di malanni- che devo sopportare anche ora- ho scritto al mio psicoanalista, che si chiama Prof. Gian Carlo Zapparoli, il povero si è letto tutto. Ho preso un appuntamento e mi ha chiesto come prima cosa: cosa le piace fare? più o meno d’istinto, ho risposto : scrivere. E lui mi ha detto : “E allora scriva !” L’ho chiamato “povero” perché ho molta pena che sia mancato e anche avrei varie volte bisogno di parlargli. Di suo era il tipo tutt’altro che povero, nel senso che era …non so come dire, un tipo “sanguigno” —chissà cosa vorrà dire mai! –comunque si arrabbiava abbastanza facilmente e quando gridava gridava sul serio. Ti saluto perché sono molto stanca e scusami se non rispondo a tutto. ciao notte bella–ps. “Il Rossi” è proprio prof Romolo, il tuo! Il suo articolo pubblicato da noi è del 3 marzo 2015 ore 17, 03—E’ molto lungo, non c’è stato nessun commento. Ti raccomando di non credere nemmeno alla metà di quello che dice! ciao, chiara

  5. Angie scrive:

    Grazie, salvifica Chiara. Le sincronie sono davvero straordinarie. Anche io scrivo e non mi cerco l’editore. Per di più io in pubblico stento a parlare perché come diceva un grande psichiatra dell’antipsichiatria, Luigi Anapeta (che ho scoperto anni fa col sito ” nilalienum” ), gli introversi pensano che a nessuno interessi quello che loro hanno da dire. Mi piace solo scrivere, ormai. E forse domani ricomincerò, dopo lunghi mesi di aridità spirituale e cazzeggio su Facebook. Ho letto il bellissimo articolo di Romolo Rossi sul ‘Edipo a Colono e trovo che l’intuizione più grande sulla ” senectute” sia il meccanismo della rimozione – negazione. Lui ha certamente una personalità narcisista e a tratti sconfinante con l’istrionico, il che lo rende diversissimo e al contempo complementare a un Cassano, lucido costruttore e decifratore di scampoli di verità. Ma al di sopra di tutto c’è quello che Jung e Hillmann rappresentano come l’insondabile mistero della sofferenza psichica, equivalente del male di vivere. Ma la poesia ci aiuta.
    PS. Ho visto la foto del prof. Zapparoli fra le luci intermittenti della giornata assolata. Una metafora bella della vita con le sue regolari alternanze. Ciao, a risentirci!

    • Chiara Salvini scrive:

      Ti rispondo subito cara Angélique la bella! Se scrivi o altro tutto, mandamelo per posta –mi dovresti mettere un piccolo avviso sui commenti—e, se sei d’accordo, sarei/ saremmo felici di pubblicarti. E’ sempre un assaggio prima di pensare alle straordinarie praterie del Nobel e, meglio ancora, agli straordinari dinarietti… Sto pensarlo ad offrirlo ad una cara amica che pubblica da noi come “Casa Africa /MG”, ma potrebbe essere esteso ad altri che trovano il tempo per questo tipo di impegno—alla fine arriva: un blog personale su qualcosa online come il nostro blog. ciao ma belle, chiara

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