com que roupa?

[audio:http://www.neldeliriononeromaisola.it/wp-content/uploads/2011/06/Aracy-de-Almeida-Com-Que-Roupa.mp3|titles=Aracy de Almeida – Com Que Roupa (Noel Rosa)]

Un samba brasiliano del mitico Noel Rosa (1931) si domanda e ci domanda:  “Com  que roupa? Com que roupa que eu vou ao samba que vocè me convidou?”

Voi non lo sapete, ma anche voi mi avete invitato ad un samba di carnevale.

(in Brasile il samba è l’aria che si respira per esistere ed è assolutamente maschile: unico genere di valore riconosciuto … almeno finché sono rimasta là, dal ’76 all’86; oggi le cose devono essere cambiate: c’è addirittura una donna a capo del governo!)

Ed anch’io, come il protagonista del samba, sono qui ferma da mesi a domandarmi: “Con che vestito vado? In quale maniera mi presento al blog per farmi ascoltare e trovare dei collaboratori? Da sola non posso combinare niente”.

Mi avete invitato ad un samba… ma  un samba è  gioco, ironia,  sarcasmo, invettiva, passione d’amore e maledizione e vedetta…il samba è lo scorrere della vita nelle sue minute particolarità e, insieme,  nelle passioni  fondamentali dell’essere umano: tutto, proprio tutto può essere occasioni di fare samba.

Vorrei che il mio blog assomigliasse ad un samba de carneval, la batteria che marca un ritmo forte che  porta a correre per ballare, e la musica luccicante e spensierata come i triangolini delle ragazze bellissime che sfilano coscienti in tutta la loro gloria…

ma ci vuole molto coraggio anche per sfilare nell’avenida della mente sotto gli occhi di tutti, anch’io triangolini luccicanti ed esposta “come mammate t’ha fatto” allo sguardo. Una sicurezza che non ho mai posseduto …neanche per passeggiare d’estate sulla spiaggia…ricordo che camminavo con la testa bassa…

In genere la gente, poi, ritiene che “come mammate t’ha fatto, lo saccio meglio e te!”

E te lo spiega: qui hai sbagliato…avresti dovuto…

E giudica.

una cosa da cui tutti siamo attirati indipendentemente dall’esperienza che abbiamo sull’argomento.

Ma “le parole sono pietre”.

Le parole sono petali di rose. Le parole sono pioggia e sole caldo. Esporsi intimamente vuol dire che ad ogni passo che fai, ad ogni istante che passa, le parole sono l’imprevisto che non sai e che esce dalla tua bocca, ma specialemte non sai i sentimenti e le parole dell’altro, ma sai che possono ridotti una stracettino.

Non saprò mai “con que roupa” vorrete vestirvi voi, se mai accettaste di sambare con me: quali reazioni avrete a quello che dico? Sono parole dure anche il silenzio, l’indifferenza, la mancanza di una  reazione qualsiasi.

Quello che vi porgo è quanto di più intimo io abbia, il mio essere, con tutte le enormi  manchevolezze di chi “mostra il suo cuore a nudo”.

Forse io sono anche più in difetto di altri perché sono una malata mentale, ormai da vent’anni  guarita, ma pazza lo sono stata e più di una volta. Sono guarita come si può guarire da una psicosi. Devi tenerti sempre sotto controllo con farmaci e terapia e stare in allerta al minimo segnale che hai imparato a sentire, “eggerlo” e prendere provvedimenti subito come per es. chiamare al telefono lo psichiatra o il terapeuta. Anche nelle migliori guarigioni,  un’eccessiva sensibilità rimane sempre.

La psicosi, tra le altre cose, significa “perdere completamente la propria immagine”, non avere più una rappresentazione di se stessi per sapere il proprio nome.

Te la ricostruisci, questa immagine, se hai fortuna: ma non sarà mai salda come quella di chi non l’ha mai persa. Sarà più duttile, più portata al cambiamento. Questo è vero. Ma le sue radici sono recenti. Esposta al vento e al sole, magari a tempeste potrebbe sradicarsi. Questo è il tuo timore. Non si riesce a farlo tacere perché è una probabilità reale.

Tu non lo sai.

Ti esponi allo sconvolgimento del “non sapere” che è, ormai, divenuto l’unica costante della tua vita.

E, per quanto possa sembrare curioso, proprio questa totale incertezza, vissuta e accettata da tanto tempo, rappresenta le radici del nostro essere, le uniche che puoi avere, e l’unica sicurezza vitale che ci è raggiungibile. Di fronte al continuo cambiamento della nostra mente, come stare su una giostra impazzita, è stato più “economico” fidarsi solo della radicale incertezza della vita che tentare di assicurarsi qualche certezza o vivere l’illusione della sicurezza di cui tutti hanno bisogno per uscire di casa al mattino. Con questo stato d’animo così “avventuroso”!,  è un peccato dover essere dei semplici psicotici e non Rambo o Indiana Jones!

Ma perché fare un blog?

Quello che vi porgo è qualcosa più fragile della mia storia perché è un sogno. Che vola molto in alto, i sogni non hanno limiti. E’ un ideale che mi è stato dinanzi tutta la vita, così tanto da significare tutto il mio delirio: “Come trovare una terapia per gli psicotici”.

Ma, oggi, aggiungo l’illusione che è stata anche di Primo Levi: “che tanta sofferenza, tanta barbarie non sia invano”. Primo Levi si è buttato dalle scale. Il vero motivo non lo sappiamo. Ma posso supporre si sia materializzato intorno a lui, e per lunghi anni, l’incubo che tutti avevano nel lager: “ritornare a casa, raccontare la loro esperienza terrificante per condividerla,  e verificare più e più volte  che gli altri non capiscono di cosa stai parlando. E racconti e racconti e vedi che gli altri, dopo un po’ che ti ascoltano, non riescono neanche più a prestare attenzione al tuo racconto, tanto tutto quello che vuoi comunicare è “oltre” il  loro mondo”.

E’ l’esperienza del pazzo: “non aver un “tu” in cui identificarsi, e che a sua volta si immedesimi in te riuscendo così a capire davvero quello che hai vissuto”. Per questo così spesso i matti parlano con Dio, perché l’essere umano non può vivere senza un volto che lo rispecchi, non può sopravvivere al vuoto di un vero “tu”.

La mia paura di oggi è che le vostre reazioni, non necessariamente di tutti, possano svegliare un vecchio stigma (“è pazza”/ “è pazza”/ “è pazza”/ è subumana, non ci riguarda) ormai sepolto nella mia anima perché in tanti anni mi ci sono riconciliata. Ma più che la sofferenza che altri mi hanno procurato, temo lo stillicidio di ripetermi  ad ogni istante, come ho fatto per vent’anni della mia vita: “ Quella pazza di cui parlano sono io”. E “dovermi vedere”come: “qualcuno che non è degno di stare nella comunità, va scartato”.

Io, appassionata di Basaglia, nei famosi anni dell’antipsichiatria, appassionata  di Basaglia e degli altri grandi rivoluzionari (quale che sia il bilancio che ne facciamo ora), ero  pronta a combattere la loro battaglia, così simile del resto a quella che combattevo  nella scuola prima da studente e poi da insegnante.  Come era l’ideologia di quegli anni, anch’io sapevo “dimostare”, anche senza mai essere entrata in un manicomio né aver visto un pazzo,  che le persone perdono il cervello  perché è la nostra “civiltà”, la nostra società, che è impazzita; nei manicomi stanno gli esseri più svantaggiati sia economicamente che culturalmente, quelli che hanno subito violenze dai sani che sono i prepotenti, i padroni delle anime degli altri… Siamo noi,  produttori di questa cultura, noi trionfanti, i responsabili delle loro eterne pene: loro sono le nostre vittime e sono esenti di colpe, perché le colpe sono solo nostre. E lo stigma con cui li marchiamo è una cosa infame, un’ulteriore violenza, un nostro sfogo sui più deboli, e anche l’isolamento cui li condanniamo serve solo a noi: ci è richiesto dalla nostra parte pazza che teniamo nascosta, bloccata sotto mille chiavi; di questa (che è la nostra parte bambina, la logica strana- estranea che abbiamo vissuto tutti nell’infanzia)  non vogliamo sapere nulla, assolutamente nulla, ma intuiamo, un’intuizione sia pure inconscia che ci avverte di piazzare  i matti ben lontano da noi e circondare questi luoghi di mura alte perché la loro vicinanza può far riemergere quella” parte bambina”, quel modi di vedere così strano. Dobbiamo dire a tutti che la pazzia è contagiosa, è come una lebbra:  l’abbiamo pur visto con terrore nei momenti che hanno preceduto il ricovero del nostro più caro “fratello”, quei pochi giorni ci hanno terrorizzato perché abbiamo avvertito alcuni segni, deboli segni sia pure che ci avvertivano però che la nostra mente poteva vacillare per il contagio.

Oggi non dovrei avere tanto timore che si risvegli questa mia parte stigmatizzata di fronte  ai commenti di qualcuno di voi, perché oggi mi vedo abbastanza “risanata”, lo vedo quotidianamente, altri lo vedono e non ho più avuto crisi da vent’anni.

Adesso che parlo con voi, voglio dire “mentre parlo con voi”, mi accorgo di avere dei tratti ossessivi (la mia è un’autoanalisi): l’ho sospettato superficialmente alcune volte, nessun terapeuta me l’ha mai detto, ma a quello che emerge da questo scritto non posso sfuggire. “Mi osservo ad ogni istante e ad ogni istante, fin da piccola, osservo gli altri”. La conoscenza per me, di me e di altri, mi appare solo  in questo momento, ed evidentemente siete voi che me lo suggerite (il dialogo fa spesso questi scherzi), un bisogno di controllare me e l’ambiente, prevenire, senza distrarsi un attimo, ogni possibile pericolo che sorga dall’esterno o dall’interno.

“Vedete come il vostro giudizio mi serve? E’ perché per ora lo sento amico e collaboratore”

Ma ho paura.
Quello che mi terrorizza di più è che il giudizio di primo acchito che potete dare e l’altrettanto subitaneo gesto di  buttarmi nel cestino o esaltarmi. Anche l’esaltazione è uno stigma.
“L’essere umano tutto” è un diamante dalle infinite facce: aspettate-vi chiedo- che da tanti angoli si formi un’immagine mia e del malato di mente.
Lentamente. Lentamente.

Datemi il respiro del pressappoco.

Avrete tutto il tempo poi di  bollarmi come le vacche.

Ma adesso, subito, aspettate. Per favore. Lasciatemi essere un “lavori in corso”. Pazienza…

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3 Responses to com que roupa?

  1. nemo scrive:

    La tua sincerità e la tua continua ricerca introspettiva trascinano e qualificano i tuoi scritti. Complimenti e vanti così.

  2. diletta luna scrive:

    sono d’accordo sul commento di Nemo, però ci sono alcune affermazioni su cui non concordo. Perchè il “pazzo” dovrebbe sentire di non avere un tu in cui identificarsi ? Questa potrebbe anche essere un’esperienza di qualsiasi “sano”, passeggera o ricorrente. A mio parere certi malati mentali non si pongono neanche il problema di ..”avere un tu…”, non ne sentono la necessità. D’altra parte molti “sani”, senza andare in depressione o farsene un problema, non trovano il tu in cui identificarsi , se non raramente, ma non ne soffrono. Inoltre io credo che P. Levi non si sia buttato dalle scale ,me lo fa pensare un certo grande amore che porto per lui e lo deduco in parte dal “succo” del suo scritto ” I sommersi e i salvati” . Era un grande saggio e non soffriva di pazzia, neanche per un gesto isolato. Sbaglio? Dove?

  3. nemo scrive:

    Chiaro e condivisibile l’ apprezzamento del visitatore tedesco. Sul problema dell’ “avere un tu” e su Primo Levi non ho sufficienti conoscenze.

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