la storia di marco scritta da lui

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13 aprile

Come mi ha chiesto, le racconto la mia storia psichiatrica.

Sono nato nel ’51, sono stato ricoverato la prima volta nel 1976 a Lugano per due mesi, in seguito all’insorgere di idee persecutorie. Sono stato curato per molti anni dal Prof. Bolzani e, alla sua morte, dalla figlia, la dott. Bolzani. Sono entrato in cura con il Prof. Zapparoli nel 1978.

La diagnosi del Prof. Bolzani l’ho saputa in seguito da mia mamma: schizofrenia; la diagnosi del Prof. Zapparoli (“Professore”) è stata “nucleo psicotico di paura sul quale si innesta la mania di persecuzione”

Dopo un anno circa dal primo ricovero, sono andato in analisi per tre volte alla settimana dal Professore e questo per circa 30 anni, sempre assistito psichiatricamente dai Prof. Bolzani, con cui il Professore si teneva in contatto.

Sono stato ricoverato una seconda volta nel 1984, ancora per due mesi, perché avevo litigato con mio padre.

Dopo la scomparsa del Prof. Zapparoli, mi sono rivolto al dott. Davalli , psichiatra e psicoterapeuta, su consiglio della Dott. Vado una volta ogni 15 giorni. Ho manteuto il rapporto con la dottoressa , come era prima, una volta ogni due mesi, ma sopratutto mi vedo con il signor Candiani, infermiere psichiatrico specializzato, consigliato, da circa un anno prima della morte, dal Professore che  alla signora Chiara aveva riferito di “star preparando la sua successione”.

Vedo il signor Candiani 2 volte alla settimana e una sera ciascuno gli altri terapeuti consigliati sempre dal dott. Candiani (Rosa, Luigi):  questi terapeuti hanno cercato di ricostruire un nucleo famigliare contro la solitudine a seguito della morte di mio padre.

Chiara : M. continua a voce dettandomi:

Da due anni, dalla morte di mio papà, i passanti mi disturbano di più, ce n’è di piu’, la gente intorno alla mia casa ce l’ha con me, sono gli stessi (bar, farmacista, negozi, condomini, portinaio) che avevano litigato con mio padre. Sono tanti…

Ch. – oggi mi sembra che esageri un po’.

M.- be’, uno su 20 di quelli che ho nominato: loro parlano tra loro ostili con me, ma per causa dei miei genitori.  Ce l’hanno con me uno o due alla volta secondo i giorni. Subisco una persecuzione diretta per la strada perché sono ebreo (Ch-la madre era ebrea) e una indiretta o traslata, meno profonda, da quelli intorno al mio appartamento.

Ch. – preferisco non commentare questa novità della persecuzione “ereditata” dai genitori , per aspettare che lo ripeta in altri contesti. Per ora non è stato ripetuto.

16 giugno 11

Marco entra, si siede e mi porge lo scritto seguente.

All’inizio della scorsa seduta ho detto alla signora Chiara che la mia storia comincia da studente, quando ero a scuola, soprattutto dal liceo: mi sono sempre attenuto a criteri di prudenza.

Poi alla Bocconi mi sono laureato in economia e commercio, subito dopo ho avuto un contratto per un lavoro in Canada dove sono andato con due amici di università, ma loro se ne sono ritornati subito perché si trovavano molto male. Anch’io mi trovavo male, ma ho voluto resistere, non mi sono arreso.

E’ stato là al lavoro in Canada che ho iniziato ad avere problemi mentali, in quanto mi sentivo perseguitato dai miei colleghi. Per la prima volta mi sono dato la ragione di questa persecuzione: ero ebreo. In seguito, ho mantenuta sempre questa spiegazione della persecuzione.

Questi problemi dell’ufficio in Canada, una volta tornato in Italia, li ho trasferiti nella vita famigliare, in quanto vedevo soprattutto mio padre come un persecutore sia come datore di lavoro (ho lavorato nella sua ditta due mesi) che come genitore.

A Milano ho lavorato per 28 anni nello stesso ufficio di un commercialista, ma sempre part-time perché per ragioni di salute per me è troppo il tempo pieno. Adesso lavoro qualche giorno alla settimana per un’altra ditta: non sono più riuscito a trovare un lavoro tutti i giorni e questo impegno mi manca molto perché mi distareva dai miei pensieri.

Ch– M. mi dice di seguito senza sollecitazione:

Quando sento che parlano di me per strada, penso che ce l’abbiano con me, ma credo non sia vero.

Ch. (ho riassunto qui cose che ci diciamo da tanti anni per dare qualche informazione- insufficiente per ora-  al lettore)

– del resto, è bene che sia così, come avresti fatto per oltre trent’anni anni ad andare per strada sopportando la desolazione di esseresolo, senza qualcuno che mai ti rivolgesse la parola? Ti saresti sentito inesistente o come una pietra che rotola su un marciapiede

Se la gente parla di te, ti comunica che esisti, che sei qualcuno che vale la pena di notare, ti danno attenzione anche se sembra che parlino male di te. Un tempo non ti veniva il dubbio che forse sei tu ad immaginarlo. Questo è un enorme progresso che si è verificato da qualche anno, vuol dire che si è allargata la tua base di sicurezza e anche che gli infermieri specializzati diminuiscono la tua solitudine: per  questo si appannano un po’ le ragioni del delirio. Adesso sopporti meglio la  solitudine di cui soffri tanto essendo il tuo principale problema dopo la morte del papà.” .

Ch continua a scivere per rendere chiara la mia domanda seguente-

Sempre tanto tempo fa mi aveva raccontato di avere dei “pensieri irriverenti” in cui pensava male di qualcuno o anche mandava qualche  accidente leggero..Se ne lamentava perché in conflitto tra un bisogno di sfogare la sua aggressività verso gli altri (non entro nel merito) e il terrore che loro leggessero nella sua mente mentre li aveva o, comunque, che venissero a saperlo. Mi sono sempre adoperato per rinforzare questi pensieri irriverenti che, a mio modo di vedere, hanno la funzione di  tenere in equilibrio la sua mente, o, se preferite, come togliere l’inchiostro nero dalla seppia: rimane bianca, così la mente si libera di tanti giri neri (confabulazione negative). Come si immagina, negli anni, questa tema ha avuto momenti diversi e uno sviluppo di progresso anche se a zig zag.

Gli chiedo sollecitata dai dubbi sulle voci: Come vanno i pensieri irriverenti?

Marco: ho scoperto che lo vengono a sapere e non lo vengono a sapere.

Ch. – ne hai avuto mentre venivi e mentre parlavamo?

Marco – pochi

Ch. – vedi,  è su di me che li devi concentrare, perché sono sorda, non ho sentito niente.
Mi credi?

Marco (ci pensa): direi di sì.

Lo accompagno alla porta e lo ringrazio affettuosamente di essermi venuto a trovare. Anche lui ringrazia. Questo rito finale, che ovviamente ha delle variazioni, è di  enorme importanza per M. che avrò occasione di raccontare (ho tre cartelle con gli scritti di Marco!)

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One Response to la storia di marco scritta da lui

  1. nemo scrive:

    Mi pare di capire, da profano, che il dialogo, basato sulla fiducia, produca effetti positivi. Bello.

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