Interludio II (introd. a “Come lavoro”) dal Cap. VI nuova stesura 6.2.3 (modificato il 23-08-11)

 

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“Il bisogno di avere radici è forse il più importante
e il meno conosciuto dell’anima umana. Difficile definirlo.”

(simone weil, 1943)

“APPARTENENZA” :

una necessità primaria

dell’essere umano

come mangiare bere  dormire e fare sesso.

6. 2

tu sai su me

 

Vorrei tornare a quest’idea di una lingua comune dei malati mentali e raccontare l’esperienza che mi ha permesso di farmela. Mi è caro farlo non solo perché è stata un’esperienza bellissima, ma anche perché vorrei mostrare che quello che racconto nel blog sulla malattia mentale non è solo frutto di egocentrismo.

Per quattro anni ho partecipato ad un’attività di volontariato sotto la supervisione di due psicoanalisti (all’inizio era così, poi sono rimasta con uno solo: il Prof Zapparoli): il mio compito era di accompagnare, nella veste di qualcuno che si era recuperato, altri pazienti che ancora lottavano per farlo.

La mia persona “mezza carne e mezza pesce”, un po’ sana e un po’ malata, un territorio intermedio, diciamo, forniva all’altro quella regione di appartenenza (una zona di confine tra malattia e sanità), che è così necessaria ad un malato mentale, escluso com’è dal mondo degli altri, e da quella società in cui lui non può più riconoscersi data la sua diversità; intanto il mondo della psicosi gli diventa sempre più stretto man mano che vi si inoltra, perché non è da questo mondo che lui proviene (non è questo il mondo in cui è nato e cresciuto in una famiglia…)

Lo psicotico non sente di appartenere all’universo degli altri malati mentali perché egli è l’unico abitante di uno specifico mondo privato (è proprio la malattia che lo rende tale perché lo chiude in una gabbia di specchi), ma anche perché non perde l’anelito per quel mondo da cui la malattia l’ha escluso: per questo è un essere che vive nella terra di nessuno.

Il sentimento di appartenenza è, tuttavia, costitutivo del nostro sentire di base, anche se è così scontato che non ce ne accorgiamo: una terra-madre originaria, una familiarità convissuta con altri che sostiene l’idea che abbiamo di noi stessi, senza la quale non potremmo vivere e neanche uscir di casa al mattino, se non potessimo distribuire i raggi del sole, le piogge, il bene e il male su tanti nostri simili.

Perdere questo sentimento di “appartenenza”, che ci fa “essere al mondo”, vivi insieme ad altri che ci rispecchiano nonostante le diversità, e “ci certificano” esistenti, significa attraversare un terreno che si frantuma sotto i nostri passi, guardarci in uno specchio che si spezza continuamente, inoltrarsi in mondi fatti di nebbie senza più punti di riferimento, stabili o instabili, recidere infine quei vincoli di “vicinanza” che ci permettono un contatto vitale.

Ma è proprio questo sentimento che si perde inoltrandosi nel terreno della psicosi.

6. 3

Il mio lavoro consisteva nel vedere dei pazienti come me, ascoltarli soprattutto, ma anche parlare con loro della mia esperienza nel caso lo ritenessero utile. L’essenziale era porsi come “un’uguale”, “un familiare”.

Il mio atteggiamento, in questi incontri, era “timoroso”: di domanda e di attesa. Mi sentivo uno spazio “aperto”, in silenzio, in ascolto.

Tutto quello che avevo vissuto negli anni con la malattia, serviva solo a questo: a spalancare la mia mente in profondità e a rendermi “ attenta”, ma con calma, teneramente. Ero soprattutto un vissuto che si poteva toccare con mano, lì a disposizione, che si lasciava indagare con tranquillità e allegria. Avendo già percorso un cammino, inoltre, con tutti i suoi viottoli ritorti, potevo suggerire percorsi sottili, forse sconosciuti al terapeuta il cui compito è soprattutto aprire orizzonti. Conoscevo, in particolare, le emozioni che accompagnano gli stalli, i passi indietro, e sapevo leggere i minuscoli progressi quando ancora non apparivano: per lungo tempo avevo scrutato i miei deserti e le mie incerte primavere.

Sapevo, per esperienza, che l’angoscia nascosta di un malato mentale è non potersi più sentire una persona, ma diventare una cosa, un oggetto d’uso: mettermi in relazione a loro come “tu”, costituendoli come “io” in relazione a me, accettare che il mio essere si modificasse a contatto con il loro essere, senza esigere da subito che il rapporto fosse reciproco, o piuttosto accettare “altre” manifestazioni di reciprocità, per evitare che il mio diventasse assistenzialismo, era tutta la terapia che potevo offrire.

Ma c’erano con alcune persone dei rari momenti, specie quando si poteva ridere, in cui ci si sentiva “insieme”: allora eravamo un “noi”, in un’allegra “relazione”.

“C’è chi insegna/guidando gli altri come cavalli/passo per passo:/forse c’è chi si sente soddisfatto/così guidato./C’è chi insegna lodando/quanto trova di buono e divertendo:/c’è pure chi si sente soddisfatto/essendo incoraggiato./C’è pure chi educa, senza nascondere/l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni/sviluppo ma cercando/d’esser franco all’altro come a sé,/sognando gli altri come ora non sono:/ciascuno cresce solo se sognato.”
(Danilo Dolci)

(nota fuori campo: sono convinta che il vero amore per gli altri significa proprio questo: “sognare gli altri come ora non sono”, trasmetter loro questo nostro sognarli come “possibile realtà”, fino a che, convinti, passino da una posizione passiva ad una attiva, da protagonisti (responsabili) del loro cambiamento.  Ed infine, “non mollarli” cioè  star loro accanto come si fa con i bambini che fanno i primi passi: quando cadono  li tiriamo su con allegria, ridendo con loro perché si abituino  a non dare importanza,  perché apprendere è proprio quella cosa lì: cadere e tirarsi sù e proseguire anche brontolando o piagnuccolando…tanto poi si smette attratti dai nuovi paesaggi che appaiono.

Bisogna aggiungere che esistono persone che non tollerano di essere “sognati” e men che meno vogliono modificarsi: in questo caso possiamo continuare a sognarli e innamorarsi della loro bellezza, ma è imperativo assoluto tacere.)

Torno al racconto della relazione con altri malati come me.

Non è semplice raccontare cosa succedeva.

Eravamo dei “com-pagni”: come quelli che tanto tempo fa dividevano insieme il pane, noi dividevamo la malattia, la sanità precedente e quella futura, l’infanzia e la famiglia, ma lo facevamo così, semplicemente, su una tovaglia a quadri bianchi e rossi, davanti ad un bicchiere di vino in un’osteria di paese, concretamente, da gente di paese. Perché noi eravamo dei compaesani della malattia, dei viandanti della stessa strada. Era come se, nel porre il mio “essere” in rapporto al loro, nell’ ”essere insieme”, qualcosa che non so, desse forma ad un circolo affettivo, un territorio concreto nostro, nel quale potevamo esistere solo noi pazienti, senza interferenze degli psichiatri e degli psicoanalisti.

La solidarietà alla malattia che sentivo era “reale”, vissuta fino in fondo perché derivava da tutta la mia storia, da un’affinità lunga di anni: il mio equilibrio era recente, non avevo dimenticato nulla del mio io malato e della sua identità, ma, nello stesso tempo, avevo la speranza di suggerire un paesaggio in cui la malattia non fosse più il tema unico, dominante e soffocante.

Volevo “testimoniare” la fiducia che anche in questo campo, dove le cose sembrano di pietra, inamovibili come macigni, esisteva la possibilità dei piccoli movimenti, quei piccoli passi che, poi, alla fine, inspiegabilmente, più che sommarsi, si moltiplicano e tracciano un sentiero di montagna che si perde tra ruscelli freschi.

Oggi sto cercando di raggiungere il medesimo scopo con questo lavoro, sentirmi utile, parte di una collettività da cui si riceve, ma a cui si può anche dare.

O, almeno, tentare di dare.

Un malato mentale è qualcuno che non ha nulla da dare alla società dei suoi simili. Ma questo avviene perché entrambi non sono pronti a scambiarsi dei doni. Uno dei molteplici sensi di questo libro è, infatti, provare a stabilire una relazione reciproca con gli altri, quelli lontani da me, che mi restituisca il senso di essere una parte attiva nella società in cui vivo.

E con diritto di esserci, di far parte della straordinaria varietà del reale, nonostante la mia diversità e la mia storia.

Mi esprimo così, anche se nessuno, in prima persona, mi ha mai negato questo diritto. Il mio sentire, di chi si ferma – timido – davanti ad una porta anche aperta, viene da lontano: da innumerevoli percezioni, dall’aver sentito sulla mia pelle che nessuno, mai, in questo mondo si può permettere di essere diverso. Quello che non è familiare genera una profonda ostilità, un odio istintivo che si sente, e fa male, anche quando ci appare come fredda educazione, o con gesti di ordinaria amministrazione per tacere di altro.

Ma oggi il mio tempo è cambiato, è arrivato il tempo della serenità e dei racconti.

Per poter iniziare, ho però bisogno di ricordare, e sentire accanto a me, le persone che ho conosciuto in questo lavoro, iscritte in me indelebilmente. E’ lui, Martino, che, inspiegabilmente, scelgo tra gli altri per darmi un terreno di appartenenza, prima di iniziare il mio canto. Questa persona così “lontana” e, nello stesso tempo, così vicina, mi tiene oggi per mano in questo mio bisogno di parlare alle persone normali cui chiedo di ascoltarmi. E’ lui a chiedermi di uscire dal mio egocentrismo e di imparare l’umiltà di espormi. (Naturalmente, quelli che uso non sono i loro veri nomi).

Una risposta a Interludio II (introd. a “Come lavoro”) dal Cap. VI nuova stesura 6.2.3 (modificato il 23-08-11)

  1. nemo scrive:

    ” …. è arrivato il tempo della serenità e dei racconti ” : affermazione bellissima di una condizione straordinaria cui si dovrebbe aspirare tutti. Raggiungerla, poi, è il massimo !

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