non parlo, sono parlata

Vorrei mettere a titolo dei miei scritti una frase famosa riadattata: “ Io non parlo, sono parlata”, volendo intendere con questa espressione che se è vero che parlo coscientemente, sono però soprattutto “parlata” dal mio mondo interno, da quella parte del nostro cervello che chiamiamo “inconscio” o “memoria implicita”. Per questo il mio testo diventa irregolare e a volte illeggibile: questo avviene non solo perché è un testo sedimentato (scritto e riscritto) per oltre dieci anni (durante i quali la mia mente ha subito una profonda modificazione e un ripensamento della malattia e della cura), ma specialmente perché non conosco altro modo di parlare che quello di seguire il ritmo delle mie emozioni, vicine e lontane, tradotte insieme possibilmente nella stessa parola, uno spazio nella mia mente che offusca ogni interesse mio, ogni giudizio mio e, per paradossale che sembri per un’autobiografia, ogni ricordo mio che non sgorghi spontaneamente “adesso”, nel momento in cui mi dispongo a parlarvi.

E “adesso”, io sono passato presente e futuro in unico istante. E solo in questa “postura” mi sorgono “le parole”.
Adesso.
E adesso sono qui a parlare con voi.
E adesso, miei due lettori (Nemo e Diletta Luna), siete qui adessso a parlarmi ed io vi ascolto.

Ma questo andare così illogico, una logica ce l’ha. Una volta, confusa io stessa da questo girovagare nelle parole, io stessa persa in questi continue traverse che aprono ad altre traverse, mi sono, con angoscia, disposta ad affrontare questa mia testa che sembrava “spantenegata” sulla carta, spiattellata senza una rete che la prendesse. Diligentemente ho fatto uno schema del capitolo punto per punto, e ho visto che, al di sotto, forse troppo al di sotto per chi legge, questo marasma di parole aveva una precisa struttura, una logica di cui io stessa non ero consapevole. Ne sono rimasta sorpresa e “incantata” come sempre mi succede al vedere il nuovo: un modo di stare al mondo che chiamo “vivere perennemente in discesa dal pero” perché sembra sempre che nella vita io non abbia mai visto niente. Uno che perennemente, tutta una vita, “viene da Como per niente” (Jannacci).

Trasmettere il mio modo di esistere mentre sta funzionando, è la maniera che ho trovato per palesarvi una mente psicotica risanata che, ovviamente, vi dice anche molto su una mente che è ancora “lavori in corso” o che deve ancora intraprendere il lavoro di risanarsi. Come sempre si tratta di gradi.

Si dice, anche tra profani come me, che la conoscenza ci viene da qualcosa di stabile che permane oltre le varie trasformazioni, ma a me pare che mostrare una mente nel suo farsi e disfarsi concreto, una visione quasi cinematografica del suo accadere nel tempo, possa sostituire la conoscenza di ciò che permane che, nel caso della mente, mi pare un compito impossibile.

Vengo a voi con la stessa disposizione d’animo con cui andavo ai miei “compagni di viaggio”: voi potete toccare con mano, liberamente, la realtà della mia mentre che scorre, e così vi chiedo di fare perché è così che potete certificarvi che noi malati siamo simili a voi in tante cose, anche se ne basterebbe “una” per dover dire: “Sono persone come noi!” – frase oggi ancora impossibile-

Una risposta a non parlo, sono parlata

  1. nemo scrive:

    Sicuramente, i lettori non si limitano a Nemo e a Diletta anche se questi sono gli unici, o quasi, che commentano ciò che leggono. ‘Noi malati’ ? Mahh, non definirei mai il redattore ( o la redattrice) di un blog ‘malato’ … se non nel senso che ha dato Svevo: che la ‘vita è una malattia a esito infausto’ .

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