Possiamo farcela! we can do it di Tellìn e Chiara

 

Il dottor Brunetta pubblica un articolo “sulla riforma delle pensioni”  (Il Sole 24 ore del 18 agosto) che ritiene necessaria “per dare equità”.

Ma veramente più  del dottor Brunetta (non se ne abbia a male), mi ha colpito un manifesto, inserito nel mezzo dell’articolo del nostro ministro, “manifesto per la crescita proposto da Il Sole 24 ore” che, se permette pubblico, avendo anche noi da inserire un vecchio manifesto molto attraente e adatto alla proposta del giornale:

PENSIONE A 70 ANNI (titolo)

 

“L’innalzamento dell’età pensionabile obbligatorio per tutti a 70 anni, accorciando il percorso che, con l’ultima manovra, farebbe raggiungere tale soglia nel 2050, per arrivarvi entro il 2020…”

(Dalla regia mi hanno mandato il manifesto da inserire (è del 1943), per cui, mi scuserete, devo pubblicarlo subito, anche se sembrerà un commento, cosa la più lontana da noi:

 

 

Mi ha stupito molto che, in mezzo  alle critiche che sono piovute da tutte le parti (sui giornali, su Internet, nelle interviste televisive ai vari politici di tutte  le appartenenze) non si sia sentito per nulla o molto flebile la condanna  al provvedimento che innalza l’età pensionabile delle donne, anche del settore privato, a 65 anni.
Del resto, anche nella precedente manovra governativa, lo stesso limite era stato decretato per  il personale femminile del pubblico impiego, senza che, tutto sommato, si levassero grandi critiche.

Questa misura, naturalmente non concordata con le parti sociali, e soprattutto con i veri soggetti che sono le donne, è parsa “una vendetta” da parte del potere (composto per la maggior parte da uomini) per avere preteso negli ultimi decenni, da parte delle donne, un’eguaglianza che è ben lontana dall’essere stata raggiunta.

In ogni comportamento o azione, c’è una multistratificazione di intenzioni e obbiettivi (Freud) di cui se ne possono acclarare solo una parte. A mio parere, quindi, è anche possibile che si sia voluta fare un’azione repressiva contro il movimento delle donne  (“Se non ora quando?”) che si sta diffondendo con entusiasmo in varie parti del paese, ma la vera ragione, quella determinante, è la condizione posta dall’Europa: riforme severe, se volete rimanere nell’euro, che in breve diminuiscano il debito pubblico.

milioni di donne…

 

 

“riforme severe” riguardano i cosiddetti “ceti deboli” ossia la maggioranza di noi.

Questa nuova legge sulle pensioni tocca sia le donne di destra che di sinistra, come del resto è “trasversale” – come ci hanno tamburellato tutti i media – il “nuovo” movimento delle donne “scoppiato” l’8 marzo scorso: penso perciò che se, oltre agli altri, sono state zitte le donne (è agosto), è perché è passata la ragione o la mistificazione (non ho abbastanza elementi per decidere) che non ci sono alternative.

Ma vediamo un po’ insieme perché questo provvedimento contro le donne (a parte quelle che spontaneamente resterebbero al lavoro) è severamente ingiusto.

Che lavori di fatto riguardano le donne durante tutta la loro vita?

  • in Italia  i nidi per bambini piccoli sono quasi tutti privati, perciò inaccessibili ai più (il costo, in generale, si aggira intorno ai 700 euro); i pubblici sono pressoché un miraggio per le lunghissime liste ed anche  il prezzo è troppo per molte famiglie di ceto medio disoccupate o ormai alle soglie della povertà (circa il 20,5 % al nord e 47, 3 al sud, dati Istat sul 2010, da noi grossolanamente sintetizzati).

A queste carenze dello stato chi supplisce? Domanda retorica perché tutti sanno  già la risposta.

Le donne che o rinunciano al loro lavoro o si appoggiano ai famigliari, quando questi ci sono, sono abbastanza giovani e accettano questo impegno: da noi, qui nella Liguria di Ponente, si dice: “i figli, chi se li fa, se li nina”.

 

Ma c’è un altro grave problema sociale, di cui dovrebbero farsi carico le strutture pubbliche e invece (ripeto la domanda retorica) chi è quella categoria di cittadini che se ne fa carico?

  • Questo problema serio è che con l’aumento dell’età vitale, di cui le donne sono grate, ma non responsabili, è sempre più urgente e drammatico, in alcuni casi una tragedia per i tanti vecchi abbandonati a se stessi: la necessità di fare assistenza alle persone anziane bisognose di cure.

Anche in questo caso, la fondamentale discriminante tra vedere accuditi i propri cari o non, sono come sempre i soldi.  Se ce l’hai, e ne devi avere abbastanza, ti puoi appoggiare a badanti una di giorno e una di notte (quando non sono necessarie, per quel tipo di malattia, delle infermiere), oppure,  se la persona malata accetta, se almeno glielo chiedi (cosa che non succede quasi mai), ti puoi appoggiare a strutture pubbliche o convenzionate che ti costano almeno (le più semplici) duemila euro al mese: non è facile avere una pensione così alta, non è facile che oltre alla pensione tu abbia dei soldi da parte, e non è assolutamente facile che i parenti, anche i più prossimi, possano e vogliano intervenire tirando fuori dei soldini dalle proprie tasche: sto parlando di gente che ha mezzi. La maggioranza questi mezzi o non li ha o fa fatica a racimolarli.

L’alternativa a tutto questo, quale potrà mai essere?

Naturalmente mettere in campo le donne.

 

 

 

Spesso non è neanche una questione di soldi, ma di amore: i parenti, in genere figli e, a volte, nipoti (più raramente),  vogliono avere vicino queste persone anziane e malate che li hanno curati quando erano piccoli e adolescenti: evidentemente sono stati molto amati perché è la gratitudine che li spinge ad una “restituzione”. Alcuni lo fanno anche per un loro speciale “senso di giustizia”. Ci tengo a sottolineare che entrambi sono casi rari.

Sono cresciuta in una famiglia che questo principio “di imparare a non ricevere solo e intascare e basta” faceva parte dell’educazione e ci insegnavano che accudire i genitori anziani era un dovere assoluto.
Mia madre addirittura diceva che aveva volute due figlie perché così l’avrebbero curata da vecchia.

E così è stato: mia sorella ed io, le siamo state accanto giorno e notte, anche se, al sentire questa  frase, quando ero giovane, mi dicevo: “Allora, se lei non fosse mai diventata vecchia, noi non saremmo esistite? Quest’idea di avere una vita ” in funzione di” … senza essere state volute per noi stesse, mi faceva molto male e mi ci ribellavo, certamente “tra me e me”. Sarebbe stato impensabile, allora, dirlo.

Ma ero giovane, ed avevo, come tutti i giovani, delle pretese (“essere amati per se stessi”) che solo la vita ti aiuta a limare, ed in generale a rinunciarvi perché vedi che le persone che ti amano per te stessa sono assolutamente “delle eccezioni sante” (anche laiche, rimangono sante), che solo per caso la vita ha messo sul tuo cammino;  e sai soprattutto che sei stata una privilegiata perché, per la maggioranza di noi, questo bisogno di essere voluti per noi stessi,  rimane non appagato.

Ma, come sapete bene, le donne non hanno ancora finito i loro doveri: se per disgrazia in famiglia nascono figli o nipoti con quale difetto genetico che li rende etichettati come “disabili“: di nuovo il peso a chi toccherà? La risposta è chiara.

La legge sui diritti dei disabili, formulata nel ’92, e poi modificata nel ’98, 2001, 2008, e, infine, nel 2010. Per questo che ho capito in questo linguaggio giuridico con cui non ho alcuna alfabetizzazione, si concedono ai parenti, donne o uomini, per figli e genitori, sia da parte di aziende private o pubbliche, tre giorni al mese retribuiti legge del 2010).

Senza potermi addentrare oltre, sappiamo che quello che succede è o il congedo temporaneo, quando è tuo diritto, o più in generale l’abbandono del lavoro da parte delle donne: in questo caso è ovvio perché il loro salario è sempre inferiore, anche per lo stesso lavoro, a quello del marito.

Da una ricerca realizzata (non viene segnalata la data) realizzata da OD&M; Consulting e Corriere della Sera, su un campione di circa 100.000 donne, confrontate con i colleghi maschi, per un totale di oltre 500.000 profili retributivi, risulta che in generale la differenza di stipendi è intorno al 27%; così alta perché in generale le donne non accedono a posti di responsabilità. Questo divario inizia da giovani ed aumenta di molto con l’età: una donna di 41-50 anni, se confrontiamo il suo stipendio con quello di un uomo della sua età, risulta quasi esattamente la metà.

Questa differenza, per straordinario che possa sembrare, cresce con il livello del titolo di studio: una donna con master, guadagna meno in relazione all’uomo che ha lo stesso livello, e la percentuale è più alta che, se, per esempio, il confronto fosse fatto tra un impiegato ed una impiegata.

 

Sono andata un po’ “fuori tema” o mi sono dilungata troppo, perché è, questa, una realtà che trovo ingiusta in maniera sconvolgente: e mi permetto di aggiungere che mi tocca ben più profondamente dell’ “uso del corpo delle donne“, anche se riconosco che è, quest’ultimo, argomento in grado di mobilitare tantissime donne sia di destra che di sinistra. Bisogna sottolineare che l’emancipazione di massa della donna è iniziata ai primissimi anni ’70 (nel ’73 c’è stata la gravissima crisi del petrolio) quando lo stipendio della donna è diventato necessario alla famiglia per sopravvivere. (Non possiamo qui risalire all’industrializzazione del 7-800).

Per questo il tema del corpo delle donne mi appare più una conseguenza dei rapporti di lavoro e della cultura del consumismo che un evento in sé; sono inoltre convinta che se il destino dei giovani non fosse: disoccupazione al 30%, e sempre in aumento, precariato con  stipendi  bassi e saltuari, e una prospettiva del loro futuro a livello di povertà, il fenomeno delle cosiddette “veline” non sarebbe così vistoso.

Sono inoltre convinta che quello che conta è che le donne si trovino e parlino tra loro a livello di massa, come sta avvenendo dall’ultimo 8 marzo, invece che in piccoli gruppi: pur riconoscendo tutto il progresso che questi incontri di gruppo hanno permesso dai primi anni ’70 (nei paesi anglosassoni  prima) ad oggi.

 

Ma, a  mio ristretto modo di vedere, questo nodo non si potrà mai sciogliere finché se ne farà “una questione femminile” e non una questione “uomini e donne” che hanno il compito, anche nelle loro relazioni, di diventare insieme “persone”.

Meta luminosissima, ma ne siamo molto lontani: il fatto è che non riusciamo a coinvolgere gli uomini in questo programma di civiltà, tanto meno (escluso pochi) si coinvolgono spontaneamente, anche perché li obbligherebbe ad un lavoro sulle proprie responsabilità personali riguardo a questa manifesta ingiustizia e discriminazione.  Dobbiamo però riconoscere che i discorsi da salotto sono cambiati: è facilissimo sentir dire, proprio da loro, “che le donne sono molto migliori di noi”, “che le donne dovrebbere essere al governo, così le cose andrebbero molto meglio”. Il linguaggio cioè si è fatto liberale, ma i fatti, sia pubblici che privati, li stiamo ancora aspettando. Noi siamo sempre o troppo o troppo poco, mai uguali a loro o almeno come siamo veramente.

Allo stesso modo si trovano persone che esaltano gli immigrati come molto superiori a noi : ci pare che queste affermazioni sia sulle donne che sugli immigrati non partono dalla realtà, ma dai loro pensieri: pur in totale buona fede e  straordinariamente meglio di chi discrimina apertamente,  proprio l’esagerazione è una spia di quella che una volta si chiamava “falsa coscienza”, servono cioè a tacitare quella parte di loro che spontaneamente andrebbe nella direzione opposta.

Senza dover tirar fuori Freud, i vecchi classici della tradizione marxista ci avevano già spiegato molto bene questo meccanismo. Anche se vi parrà pedante (potete sempre saltarlo), ci piacerebbe citarli per intero.

Il primo è l’inizio della “Ideologia tedesca” di Karl Marx:

“Finora gli uomini si sono sempre fatti idee false intorno a se stessi, intorno a ciò che essi sono o devono essere. In base alle loro idee di Dio, dell’uomo normale, ecc.  essi hanno regolato i loro rapporti. I parti della loro testa sono
diventati più forti di loro. Essi, creatori, si sono inchinati di fronte alle
loro creature”.

Il secondo è tratto da una lettera di Friedrich Engels:

«L’ideologia è un processo che il cosiddetto pensatore compie senza dubbio con coscienza, ma con una coscienza falsa. Le vere forze motrici che lo spingono gli restano sconosciute, altrimenti non si tratterebbe più di un processo ideologico. Così egli si immagina delle forze motrici apparenti o false. Trattandosi di un processo intellettuale, egli ne deduce il contenuto, come la forma, dal puro pensiero, sia dal suo proprio pensiero che da quello dei suoi predecessori. Egli lavora con la sola documentazione intellettuale che egli prende, senza guardarla da vicino, come emanante dal pensiero, e senza studiarla in un processo più lontano, indipendente dal pensiero; e tutto ciò è per lui identico all’evidenza  stessa, perché ogni azione, in quanto trasmessa dal pensiero, gli appare così in ultima istanza fondata sul pensiero”.

Milioni di donne e uomini…ma “se non ora, quando?”

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One Response to Possiamo farcela! we can do it di Tellìn e Chiara

  1. nemo scrive:

    C’ è solo da sperare che le donne votino le donne …. ( anche se poi potrebbero rischiare di essere ‘rappresentate’ da una Santanché … )

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