Finiti i giorni dell’arcobaleno, tornava l’inverno, non c’era il sereno…(in stesura)

 

 

 

In quegli anni della nostra vita (fine Ottanta- inizi Novanta per me che arrivavo dal Brasile a Milano nell’86) caduti  i muri e le ideologie che, tra l’altro, ci avevano sempre protetto dall’affrontare –“da soli”- una realtà alla quale ci sentivamo inermi, molti di noi si sono riparati in casa ed hanno alzato dei divieti, immaginando in questo modo di proteggersi da ulteriori sconfitte, vissute anche come sconfitte personali.

 


“Basta  ritrovarci alle manifestazioni”, non c’è più “la strada” come valore, ma la casa e la famiglia, e “c’è persino chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra” per stare solo con se stesso e guardarsi dentro un bozzolo accogliente.

Individui singoli.

L’aria che girava era da un po’ in questo senso, e noi stentavamo ad adeguarci, ma insieme – contaminati in tutto o in parte – ambivamo sentirci “autonomi e padroni della nostra vita”.

Unici.

Anche la scienza genetica l’aveva mostrato. Le impronte prese dalla polizia lo sapevano da tempo.

C’era certamente in molti un gran bisogno di ritrovare se stessi: molti di noi si erano smarriti.

Alcuni delusi erano passati alla Lega oppure a Berlusconi e  a Fini, molti altri si avviavano a farlo (osservavo un po’ stupita, sempre molto ingenua della vita o, meglio, ignorante; non conoscevo quel detto che dice “la gente sale sempre sul carro del vincitore” e anche l’avessi conosciuto, avrei detto: “ma non si può fare una regola generale della gente!).

“Hai visto –  mi diceva Mauro che era di Torino – solo il centro ha votato per la sinistra, la cintura operaia per Berlusca!” Era come avesse perso qualcosa di suo.

Anche se non me ne accorta in Brasile, gli anni Ottanta ci avevano portato via molto di noi  stessi.

Victor Jara, assassinato cinque giorni dopo la caduta del governo Allende (sett. 1973), rilancia negli anni Settanta la canzone d Pete Seeger  (composta in verità dalla sorella Malvina Reynolds dieci anni prima, intorno al ’63), dal titolo “Little Boxes”.

Entrambi sapevano leggere anche piccoli segni premonitori quando forse noi li vedevamo, ma non sapevamo metterli assieme e capire che stava nascendo “una nuova forma di civiltà” nata dalla globalizzazione che stava prendendo piede. Quella che a poco a poco sarebbe diventata quella che Scalfari chiama l’età dei “nuovi barbari”.

 


 

 

Little boxes on the hillside, Little boxes made of ticky tacky
Little boxes on the hillside, little boxes all the same
There’s a green one and a pink one and a blue one and a yellow one
And they’re all made out of ticky tacky and they all look just the same.

 

 

Piccole scatole sulla collina, piccola scatole fatte di ticky tacky
Piccole scatole sulla collina, piccola scatole tutte uguali
Ce n’è una verde e una rosa e una blu e una gialla
E sono tutte fatte di ticky tacky e sembrano proprio tutte uguali.

And the people in the houses all went to the university
Where they were put in boxes and they came out all the same,
And there’s doctors and there’s lawyers, and business executives
And they’re all made out of ticky tacky and they all look just the same.
E la gente nelle case va tutta all’università
Dove viene messa in (altre) scatole e (poi) ne escono fuori tutti assieme
E ci sono dottori e ci sono avvocati e uomini d’affari
E sono tutti fatti di ticky tacky e sembrano proprio tutti uguali.
And they all play on the golf course and drink their Martini’s dry,
And they all have pretty children and the children go to school
And the children go to summer camp and then to the university
Where they are put in boxes and they come out all the same.
E giocano tutti sul campo da golf e sorseggiano il loro Martini dry
E hanno tutti graziosi bambini e i bambini vanno a scuola
E i bambini vanno al campo scuola estivo e poi all’università
Dove vengono messi in (altre) scatole e (poi) ne escono fuori tutti assieme
And the boys go into business and marry and raise a family
In boxes made of ticky tacky and they all look just the same.
E i ragazzi entrano nel mondo del lavoro e si sposano e mettono su famiglia
In scatole fatte di ticky tacky e che poi sembrano tutte uguali

 

 

 

Anche noi, che “grandi” non lo eravamo, modestamente già nella prima metà dei Settanta, avevamo cominciato a sentire un’atmosfera diversa…e non solo parlando con qualche esponente di “Autonomia operaia”. Ricordo una ragazza con bellissimi occhi verdi, c’eravamo incontrati alcune volte, che durante una manifestazione, mi ha detto quasi chiaramente di far parte di un gruppo armato. “Si doveva fare la rivoluzione perché il sistema democratico aveva dimostrato chiaramente di non poter fare niente se non passare da un compromesso all’altro”. Ricordo di averla guardata lungamente senza fare un commento. Una gran pena per lei e una dolente nostalgia per qualcosa che – sapevo – non sarebbe mai accaduto: un mondo più giusto pacificamente e capace di vivere in pace.

 

Ma, oltre questa zona di buio e di incerto terrore che teneva la mia attenzione, come quella di molti, mi accorgevo che “i discorsi” si stavano arricchendo di temi nuovi, anche se per me rimanevano cose lontano dalla mia vita : si parlava molto di donne, e di diritti, e di rapporto di coppia:

la vera novità che mi destava stupore era la “coppia aperta” che vedevo mettere in pratica qua e là ascoltando, contemporaneamente,”le confessioni” di varie fanciulle e baldi giovanotti.

C’era anche chi, altamente ideologizzato, pur innamoratissimo del proprio compagno-a, si obbligava, e obbligava l’altro, ad un rapporto estraneo per “rieducarsi insieme a non sentire il possesso, non vedere l’altro come una tua proprietà”.

Mario: un ragazzo bellissimo e tragico, di origine argentina, con cui avevo un rapporto intimo perché, per un certo periodo,  passavamo insieme quasi tutti i giorni a tradurre brani: prima  “La società dello spettacolo” di Guy Debord (di cui io non sapevo neanche l’esistenza, men che meno dei “Situazionisti”!) libro che – ho appreso da Mario – uscito nel ’67, denuncia, quasi con preveggenza, la trasformazione dei cittadini lavoratori in consumatori. In seguito mi ha istruito traducendo a lungo  un altro  opuscolo in francese,sulla distruzione del “Consiglio” di  Kronstadt ordinata da Lenin.

Mario non ‘è più, è morto a 35 anni in Argentina per un incidente a cavallo dopo che, con gigantesca forza, si era curato dalla droga che, alla fine dei Settanta, aveva sostituito la passione politica. Non aveva più trovato un suo posto: morto il Movimento Studentesco, lui – un libertario –  non avrebbe mai potuto entrare nel PCI; deluso e sbandato l’esperienza della droga aveva avuto il sopravvento sui suoi principi politici soprattutto per mancanza di compagni ed amici che lo sostenessero. O forse aveva perso il suo grande amore? Non lo saprò mai. Dopo quegli anni l’ho incontrato solo una volta, forse nell’estate del 76 a Ormea, emaciato, pallidissimo, era un’altra persona. Mi ha voluto raccontare che finalmente si era salvato dalla droga e che era stata un’esperienza terrificante. Nient’altro. Non ha chiesto di me, che ero appena uscita dalla clinica psichiatrica, e con un breve saluto mi ha lasciato. Era accompagnato dalla mamma.

Ma oggi non potete  più immaginare quanto, a quei tempi 60-70 che, ormai pochissimi considerano “tempi grandi e terribili”, quanto la faceva da padrone l’ideologia e il bel sol dell’avvenir nella vita quotidiana di noi giovani.

A me stessa, che vivevo così, come gli altri giovani,  oggi – che è il 20 settembre del 2011, la crisi (con un’espressione obbligatoria) “morde sempre di più negli angoli…” (e a me mordono le chiappe tutte le volte che lo sento), Berlusconi ha dato le dimissioni, c’è il famoso “governo tecnico” che ovviamente è politico e partitico perché se i partiti non lo votano,  cade; ” i ristoranti sono pieni e non si può più prendere la prima classe in aereo, una tragedia; ma la disperazione, in tutto il mondo, guadagna sempre più spazio nella vita della maggioranza degli esseri umani. Un’élite sempre piùampia riempie tutti i ristoranti e tutti gli aerei…

in questo che a poco a poco è diventato ” il nostro mondo” o comunque il mondo in cui dobbiamo vivere,  a me, quell’esperienza di allora, la vita di tutti i giorni, i vari lavori, le riunioni e l’attività che facevo…scusate, ma mi sorge una scena indimenticabile e vorrei potervela raccontare: una volta, era domenica mattina, a Gratosoglio, quartiere dormitorio dello IACP dove facevo lavoro politico, come si diceva allora, ho addirittura dovuto fare un comizio sulla piazza deserta, parlando all’aria perché, un’anima viva o morta, neanche ad immaginarsela ci si riusciva;  il freddo che gelava anche il cuore vedendo il successo…di massa, come loro dicevano

credo di aver guardato implorante il dirigente, un ragazzo più giovane di me che si chiamava Gino Cassetti, perché mi risparmiasse questa prova – ero timidissima col microfono – quanto significato e utilità aveva ched tutte le sere, dopo il lavor verso le 20 prendevo il tram che, attraversando la città mi portava al quartiere, dove scala per scala, organizzavo riunioni per lo sciopero dell’affittooggi, mi appare, credo giustamente,  “surreale” come quella Chiara, o questa –  è lo stesso – fosse venuta da Marte.

A proposito di coppia aperta, io stessa, modestamente (qui mi pare che bisogna strisciarsi addosso le unghie), ho avuto un’esperienza in proposito davvero buffa. Mi fa piacere ricordare quei giorni, ma la ragazza che vedo agire è da un lato “lontana da me”, oggi quasi nonna, ben inquadrata nella tradizione, ma nello stesso tempo mi vedo con la stessa testa.

 

Abitavo all’Umanitaria a Milano, ero innamorata di un ragazzo greco già occupato, ma non potendo star sola, stavo con un ragazzo che mi scriveva poesie, mi faceva sentire ricordata quasi ad ogni istante e suonava la chitarra.

In una delle tante trasmigrazioni che facevamo per partecipare a riunioni-convegni-manifestazioni, ci siamo ritrovati a dormire, il mio ragazzo ed io, in un letto matrimoniale insieme ad una mia carissima amica, che chiamerò Angel.

Mentre bellamente me la dormivo, dovevo anche avere il “sonno pesante e fiducioso”, loro hanno fatto all’amore ed evidentemente ci hanno provato gusto perché alla mattina mi hanno proposto un rapporto a tre. Io non ero contraria né a favore, dicevo semplicemente che era inutile questo “esperimento d’avanguardia” perché d’avanguardia non era in quanto non sarebbe stato in piedi, ancor più per il fatto che era fatto “lealmente” cioè a carte scoperte. Per dire, il ragazzo – cui non darò nome perché non mi ha lasciato un buon ricordo…come si diceva in latino…”divelta memoria”? – veniva a trovarmi all’Umanitaria pieno di biglietti graziosi e ad un certo punto mi diceva : “ciao, vado da Angel”.

Mi venne- quella mattina dell’annuncio –  appiccicato addosso un cartello di “reazionaria” (cosa che accadeva spesso) ed io, non per convincimento, ma per sfida e dispetto delle loro teste che  “facevano quella speciale luce  in cui vediamo le vacche tutte nere”, accettai la mia parte con il proposito (non fanatico) di dimostrare che, loro e l’avanguardia, avevano torto marcio.

Il mio – e non ci crederete! – era un problema teorico (difficile immaginare i giovani di quel tempo oggi così strano).

Sostenevo (e lo sostengo tutt’oggi a proposito della donna “emancipata” nel rapporto con il proprio uomo) che il peso della tradizione che avevamo sulle spalle, e le emozioni e le passioni di possesso con cui ci aveva cresciuto (soggetto, la tradizione), rendevano praticamente impossibile questo tipo di convivenza.

Pur con falsa modestia devo dire che la storia, dopo alcuni anni, mi ha dato ragione perché, parlando ovviamente in generale, tutti sono ritornati alle loro case e alla coppia fissa, tenendosela anche stretta. E’ capitato per ragioni diverse in genere “pasionarie”, come dicevo sopra, ma un caso lo voglio citare perché è stato magnifico.

Un ometto, cresciuto religiosamente nel Collegio della Cattolica, piccolo anche di statura, ma ai più alti gradi della “onorevole sovranità su noi poveretti sudditi”, ha lasciato la convivente, obbligatoriamente sua segretaria, perché questa povera crista è rimasta paralitica.

“C’è a volte della miseria nel cuore umano più alto spiritualmente”.

 

Tornando a noi tre poverini della storia, dopo poco tempo, la mia cara amica che ho chiamato Angel perché, ha acciuffato questa ragazzo per i capelli, come ai tempi antichi, e se l’è trascinato nella sua grotta monogama sposandolo ufficialmente.

Non sono stata invitata alle nozze, ma so che per naturale signorilità, non avrei mai pronunciato la vile frase: “ve l’aveva detto la reazionaria!”

 

Devo proprio dire, con tutto l’affetto, che chi era proprio negato era il ragazzo: senza soffermarmi su particolari intimi, lui, abituato com’era a parlare con me di tutto, si dilungava in confronti sulle diverse prestazioni donnesche che, tra l’altro, non erano mai a mio favore.

Io aspettavo, un po’ maciuccata di botte, più che al cuore, alla mia immagine che, di suo, strisciava già per terra verminosamente.

 

 

Tirava certamente un’ aria nuova che noi non potevamo accogliere.  Noi, che non avevamo voluto sapere niente dei “Figli dei Fiori”, né di Woodstock (’69), di India e guru, c’era allora un guru meraviglioso a milano, mi pare si chiamasse Baba: andarci, almeno nella sinistra, faceva molto “in”, come si diceva allora. Abbiamo rinunciato anche alla  due cavalli (quella sì molto tipica dell’epoca) forse perché non sapevamo guidare; niente  droga “che, invece, ti procura emozioni inverosimili mai sentite!…Devi farlo almeno per esperienza!”… dicevo di quest’aria “allegra” e spensierata, “molto sesso e rock ‘nd roll”, pardon Bob Dylan e Joan Baez, e Guccini (“Il disco appena uscito, un po’ di qualcosa ed era il paradiso, mi diceva una specie di mio paziente), viaggi in tutti i sensi…e poi ve la ricordate l’uscita di Siddartha di Hermann Hesse! Non l’avrei letto neanche con una pistola puntata: avevo una carissima amica, Angel o quasi, che leggeva tutto, tutto tutto, la Scuola di Francoforte, Sartre e  Reich e Marcuse…chissà perchéche sembrava a noi un po’ sinistra o almeno sgradevole. Comunque con le mie amiche ci eravamo rifugiate nel fare politica a scuola, uno spazio parziale che ci liberava da problemi generali  insolubili: finalmente uno spazio nostro, dove nessun “ci dava la linea” né il punto e il punto e virgola, un terreno concreto, su cui pestare veramente i nostri piedi.

Forse questo piccolo aneddoto spiega qualcosa: avevo lavorato alle 150 ore  o “diritto allo studio”, ottenuto nel celebre contratto dei metalmeccanici  del ’69, in pieno “autunno caldo”. Come sapete l’azienda regalava 150 ore e altrettante le metteva il lavoratore, allo scopo di conseguire la licenza media. L’avevo già fatto l’anno precedente per i lavoratori del “Corriere della sera”. Questa era la base. Poi c’è stata l’entrata dei lavoratori in università, ma lavorando quasi 15 ore al giorno, non ho avuto tempo di seguirli.

 

 

Mi sono persa anche i Beatles, l’ho conosciuti molto più tardi quando già ero in Brasile. In uno dei tanti lavoretti con cui mi illudevo di mantenermi, mi avevano chiesto un articolo su un film dei Beatles molto noto, forse Jellow Submarrine”. Sono andata al cinema consigliatemi, ma il film non l’ho quasi visto, ero gelata intontita di fuoco e di cenere, al vedere tanti ragazzini che si buttavano per terra, scalciavano e urlavano come matti ( i matti delle caricature). Questo spettacolo è durato almeno due ore e mi ha discortinato (parlo bene?) in un mondo che non sapevo che esistesse. Tra l’altro un mondo allegro, disinibito, che esibiva le proprie sensazioni all’aperto.

Noi, invece, eravamo graniticamente serio e cupi,e questa nuova atmosfera focalizzata sul privato, ci rattristava, perché  sapeva di “fine” “la fine di tutto”. Fu allora  le femministe lanciarono lo slogan “il privato è pubblico” che  a noi sembrava un’ovvietà perché “la politica vera” permeava tutta la nostra vita: non c’era cosa che non fosse politica.

La delusione era stata troppa, la sconfitta, ferita ancora aperta.

Non solo perché è stata  sconfitta degli ideali, per noi più reali di noi stessi, ma soprattutto  ci ha demolito come persone (“dei visionari che hanno creduto in tutto e ci hanno giocato la propria vita”): di noi, alcuni sono morti in modi vari e chi è rimasto, mezzo inebetito, sta fermo a contemplare il suo vuoto. Sono pochi quelli che ancora si muovono. L’ardore di cambiare ci sarebbe , adesso ancora più forte,  ma “con quali mezzi, in chi confidare”?

Come ho detto, troppa gente in cui confidare a occhi chiusi, si era rivelata, come minimo, incompetente. Per non parlare di altro.

Ma non è solo questo. Non so esprimerlo, ma in molti è passata la decisione di “occupare la propria vita, quella che restava, in qualcosa che dipendesse solo da noi”; anche dalla  famiglia e dal gruppo di amici, si intende, ma non da qualcosa che ci sovrastasse e avesse la pretesa di guidarci, fosse questo un ideale laico o religioso. Dopo aver vissuto tanti anni “in funzione di”…senza neanche accorgercene, ci siamo ripresi la nostra vita. E’ stato un movimento in sordina,perplesso, ben lontani com’eravamo dal gridare “la vita è mia e ne faccio quello che voglio”: avevamo capito che una delle ragioni della sconfitta era stato “aver sognato, come reale, un mondo ben al di fuori dei limiti umani”. E adesso, al contrario volevamo dedicarci a scoprire i nostri limiti, studiarli e cercare di accomodarsici bene, perché solo allora, ormai l’avevamo capito, potevamo modificarci. Non è stato facile riprendere possesso del nostro territorio e disegnare un perimetro dove eravamo “noi” (ci eravamo impegnati a buttar giù tutti i cancelli non per mandar via gli ospiti, ma per acquisire la sicurezza di avere un terreno fermi, nostro, su cui poter appoggiare i nostri piedi.

Saltando parecchi anni e arrivando alla famosa “guerra preventiva”, nel mondo, in tutto il mondo, ci siamo mossi  per la pace, bandiere appese ai terrazzini, marce, iniziative varie, dagli USA all’Oriente, ma è stato esattamente “come se nessuno di noi fosse esistito”. Neanche un commento di disprezzo, a testimonianza che la volontà dei popoli non esiste. Questo, a me e ad altri, ha dato una misura molto concreta “di chi siamo noi e chi sono i potenti” e di quanto il mondo fosse cambiato negli ultimi vent’anni : noi vicini al nulla e loro strapotenti a decidere in pochi il destino di tutti. Tornando agli anni Novanta (del resto poco è cambiato), la televisione riempie il vuoto del cuore e della mente, tutti quei colori che girano nella testa fanno pensare che quel mondo migliore, che sognavamo, è già arrivato e sta lì in quella scatola: oggi alle 13, il presentatore  “ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione: sarà  festa tutto il giorno, ogni povero cristo mollerà la sua croce e persino le rondini torneranno” (lib. da Dalla). Noi aspettiamo di vedere e intanto sogniamo: questa o queste illusioni, che hanno quasi la solidità del delirio cioè non c’è realtà che le butti giù,  in questo mondo miscredente, hanno la funzione che da millenni hannole religioni: farci sopportare la fatica quotidiana e non chiedere di più, perché c’è la televisione, e i potenti che la dirigono: noi sappiamo “che loro ci vedono”, vedono i nostri sacrifici e alla fine ci daranno “il premio”. E’ una  promessa, quella che ci fa vivere,  che assomiglia a quella della vita eterna, ma vive qua: un giorno tutti avremo benessere e potere come questi grandi che si chinano su di noi, sul più umile di noi, con affetto e considerazione, come dei papà buoni che pensano solo ai propri figli, cioè a noi. Certamente c’è un piano nella mente dei grandi, con delle tappe precise, graduali, in cui chiedono i nostri sacrifici, ma nel quale noi siamo contemplati come i destinatari principali delle loro mosse; allo stesso modo che nelle religioni sai con certezza che  “più soffri nella vita”, più la Resurrezione sarà grandiosa. All’epoca anche la nostra bella Italia diventò “digitale”: così, sia il cielo che la terra hanno perso ogni confine. In tempo reale possiamo avere notizie da tutto il mondo: ci sentiamo persi in questo spazio immenso dove ci scontriamo solo con gente così diversa da noi.  Più forte allora diventa l’attaccamento al paesello, alle nostre radici, al dialetto e alla cucina tipica, insomma bramiamo il simile-similissimo a noi per difenderci da questa invasione straniera o, barbara, come altri la chiamano. La curiosità e l’apertura al diverso, che avevano caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta adesso è morta o vacillante. E’ allora che crediamo di rivolgerci agli affetti familiari: non sappiamo più chi siamo, , ma nonostante questo cerchiamo di ricostruire quella solidarietà che un tempo ci veniva dalla “lotta di classe”: non riusciamo più a vedere classi, ma solo individui isolati. E’ allora che  emerge con maggiore evidenza il problema di “stare insieme”: un  problema che riguarda tutti: molti  avevano fatto questa scelta, di ritirarsi nel privato, molto prima, il  movimento delle donne e chi, semplicemente, se n’era andato…rifacendosi una vita su valori opposti, gente di ultra-sinistra che ha cominciato a ruotare intorno alla grande macchina messa su da Berlusconi; alcuni di noi, invece, testardi, siamo rimasti fino all’ultimo, finché l’inno alla corruzione è diventato la  colonna sonora dei nostri poveri giorni. Allora ci siamo fermati ma con sofferenza, consapevoli che ormai era solo al privato, alla famiglia ai figli e agli amici, che potevamo rivolgerci per un affetto, una comprensione, vuoti di quella  passione che prima, così forte, ce la dava solo la politica (nel senso più nobile della parola). Guardando alla vita di oggi, – anche se non si può negare il maggiore benessere in cui viviamo (questo testo è stato scritto prima della crisi), almeno noi, che apparteniamo alla classe media-  mi pare che, almeno da parecchi anni a questa parte, si sono moltiplicati dei muri, invisibili e sottili, tra le persone. La gente ha perso il gusto di parlare di cose importanti e, soprattutto, non sa più ascoltare. Anche se vi rassegnate a semplici chiacchiere che non impegnano, vi accorgete subito che nessuno ascolta: mentre parlate, stanno aspettando quella minuscola parolina che finalmente gli permetterà di riprendere la scena in mano, e farvi sgonfiare lentamente, nel vostro ruolo, come un palloncino bucato. Poi vi saluteranno con affetto riconoscente…”per tutto quello che hanno imparato da voi.” E questo lo potete osservare ogni giorno in gente perfettamente normale. Anch’io, dalla mia tana di malata,  vedo la gente andare e venire, tanti tipi i più buffi che mai potreste  immaginare, ma tutti, o quasi tutti, si comportano come avessero ricevuto un comando, anche subliminale, che in continuazione gridasse dentro loro: “Siate voi stessi gli unici protagonisti della vostra vita, non state indietro a quelli che vi circondano. Mettelo prima voi, che farvelo mettere. Questa è l’univa vera legge della nostra società che è  riconosciuta da tutti. Poi ci sono “gli altri”, quelli cosiddetti “alternativi”, ma quelli non contano nulla. Non badateci. Con la vita stretta nelle vostre mani  vi vedrete salire salire…come ho fatto io. Se l’ho fatto io, lo pote fare anche voi.  Ne avete diritto, lo stesso diritto. Cominciate con delle buone conoscenze, niente di illegale, sia ben chiaro, persone che come me possano supportarvi, ma insieme dovete mettercela tutta voi, farvi in quattro per servirli, niente è ignobile per arrivare ai posti più alti o più ricchi della società. Poi, “come fare precisamente e perché” sono domande senza importanza: l’importante è agire, mettersi ad affaccendarsi intorno alle cose, trasformarle e farle rendere secondo i propri interessi. Ed è solo nell’azione che troverete tutte  le ragioni del fare, mai prima, perché non vengono da teorie o principi. Quelli servono solo agli intellettuali per riuscire a non combinare nulla! Ricordatelo: c’è il fare e poi il fare e poi ancora il fare! Ma sempre attenti agli altri, ad approfittare di qualsiasi insignificante scalino. Così andando, e con il tempo necessario, finalmente, un giorno non vi annoierete più,come è capitato alla volpe che contemplava senza speranza quell’uva così bella e irraggiungibile: oltre ai soldi, avrete conquistato quello che più conta in questa vita, ossia potere sugli altri: solo questo giustifica la vita e il prezzo che dovete pagare. E’ proprio questo l’unico risarcimento che potete avere per essere nato e per dover morire. Le conquiste femminili o maschili vanno  e vengono, ma il potere, che è  vostro, rimarrà  nelle vostre mani e voi dipenderete solo da lui come lui da voi. Questa è l’unica libertà che si ha su questa terra

.Allora sarete quasi un dio, lontanissimo dalla solita gente che chiede sempre, ha timori e poi altri timori, poi si umilia, spesso, e anche così, non ottiene e vive legata ad altri – mai un briciolo di autonomia, il vero valore degli umani-  come un tempo vivevano gli schiavi. Da allora, sono cambiati i nomi, le facce, le maschere, ma gli esseri molto meno.

Il tempo, lo vedete, è diventato velocissimo, non c’è letteralmente un minuto per ascoltare e, del resto, gli altri, anche senza neanche volerlo, possiamo agirli solo sono mezzi: “del resto facciamo agli altri quello che facciamo a noi”. Tutto quello che preme su di noi e ci spinge è molto più “valido” (parola –  must, ve la ricordate?), più ardente ed entusiasmante di qualunque altra cosa fatta. Questa violenta corrente che ha preso tutto il mondo che conta, irresistibile anche a tanti  intellettuali che ci porgono “le parole per dirlo” e a tanti governi che sono i nostri modelli,  nel diffondersi travolse vecchi modi di essere che, oggi, nessun capiterebbe più. Tra questi, lasciatemene dire uno solo perché è caro al mio cuore dai miei diciassette anni, quand’ l’ho scoperto, e perché  è stato il mio punto di riferimento nella vita quotidiana;  aggiungo anche che mi ha causato molto problemi e sofferenze,  difficoltà inevitabili perché – dato l’ambiente- ha reso il mio modo di agire incomprensibile, ma non basta: un comportamento da attaccare perché non stava nella maggioranza. Questo pensiero è di Immanuel di Kant (seconda metà del ‘700) e si trova nella Critica della  morale: ” Trattate sempre gli altri come un fine e non come un mezzo”. Nota inutile: oggi (2011) questo principio  è  solo un motto di spirito da usare nei salotti colti e la maggioranza neppure sa di cosa parlo. E non è detto che non abbiamo ragione loro. In generale siamo tutti oggetti manovrati dalle industrie e dai governi o partiti di opposizione attraverso la propaganda. Per ragioni personali, che preferisco raccontare, non ho potuto partecipare a questa “corsa –  in salita – e a spintoni”. Inevitabilmente la mia attenzione si è rivolta invece a quelle trame sottili che impediscono ogni solidarietà Obbligata spettatrice, come sono stata, offro a voi piccoli flashs appena osservati.

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