INTRODUZIONE: 1. un inizio eccessivamente avventuroso…

 

Questo testo che mi sono decisa a pubblicare con molta esitazione, è una introduzione ai vari argomenti del libro, divisa in vari capitoletti cortissimi, come tutti mi chiedono, e che, forse, avrei fatto bene a mettere all’inizio del blog per facilitarne la lettura. Me lo direte voi.

E’ stato scritto nel 2005, dopo aver ultimato la prima stesura del libro. Ci tengo molto a dire che ha meritato una telefonata del Prof. Zapparoli in persona, addirittura a luglio quando già era in vacanza.  E’ stato come ricevere un grande abbraccio di entusiasmo, a me e alla mia introduzione stretti insieme, e un augurio, detto con quel suo modo un po’ da “burbero benefico”(che poteva però essere, all’occasione, “un burbero severo”): “Adesso vada avanti!”

Non li rileggo, questi 25 capitoletti,  perché finirei col fare come faccio sempre: riscriverli. Il Professore ne aveva un certa irritazione di questa mania del riscrivere.  E’ per me però l’unico modo di vedere un testo decente per cui continuerò a disubbidire al Professore. Ma questo testo rimane inalterato anche se molte cose sono cambiate nel mio ambiente (esterno ed interno), qualcosina in più ho appreso e, quello che più conta, sono cresciuta in serenità nell’affrontare il mondo dei normali che, per protezione celeste, non è il mio vero mondo. Il mio vero mondo? Lo vedremo da qui alla fine perché voi agite su di me e mi trasformate.

Piano piano, mi abituo a loro, ai normali, che poi “normali” non lo sono mai, anche se qualche mosca bianca l’ho vista qua e là: quelle poche con cui  ho convissuto (alcune sono morte) o ancora convivo, le chiamo: “rara aves”: e dovrei ripeterle mille e mille volte queste due parole latine cortissime!

Mi hanno fatto sentire veramente bene perché mi hanno visto e mi vedono come un essere umano e basta, senza sentire la necessità, neanche nel profondo del loro cuore, di  mettermi etichette… Neanche quella di “sano”! In breve: io sono Chiara e niente più. Rara aves,  rara aves!

Vivrei bene  in un mondo senza etichette, e, ormai, quando mi perdo per… mancanza di segnalazioni stradali, mi ritrovo così…poco per volta, per tentativi ed errori. Ripetuti fino a trovare “un porto” per la mia navicella, un guscio di noce e la vela, un garofano rosso  (in onore della passione di mio nonno).

Non lo so. Non lo so.

Ma sembra, ai miei occhi, in questo periodo specialmente, che l’attività principale dell’essere umano normale è mettere etichette (per difesa, per sapere dove andare e con chi…:”tutto giustificato per sopravvivere”)  per poi, poco per volta, senza accorgersene, relazionarsi  solo con le etichette senza più badare alla persona che le indossa (cui gliele hanno appiccicate).

Ci sono le vie di mezzo, di tre quarti e di un quarto, questo lo sappiamo. Una volta le chiamavano “eccezioni che confermano la regola”, la frase andava detta tutta di seguito come un ritornello.

Comunque sia un mondo così ben organizzato, io lo capisco: tutto i rapporti diventano veloci, richiedono poco dispendio di energie da parte nostra, anche perché in qualche modo obblighiamo l’altro (o lo fa automaticamente, ad adeguarsi alla nostra visuale e, soprattutto, a non farci sorprese!

Inoltre, un mondo così ordinato, fittizio che sia (non importa, importa la mia tranquillità di vita), mi fa letteralmente uscire dal “caos” che, di fatto, è la realtà in genere e, ancor più, una relazione umana qualsiasi… anche quella con l’idraulico, se dovessi scordarmi che lui è l’idraulico e io sono quello che richiede le sue prestazioni. Punto. Guai incontrare un idraulico che si pone come persona, ossia in un rapporto personale con me (un invadente che non sa stare al suo posto!), oppure che lo faccia io che l’ho chiamato!   Potrei per esempio chiedergli “come sta”, ma con un’intonazione di voce tale che l’altro capti subito non essere la solita formalità cui si risponde: “bene bene, grazie”.

Mi pare che si chiamano “relazioni di ruolo” o “relazioni funzionali”, le uniche che mi permettono di arrivare a sera senza morire di esaustione.

Non parliamo poi delle relazione che includono sentimenti, e qui la nostra salvezza può essere solo quella di tappezzarle di etichette!

Mi hanno detto non mi fa paura né ansia, è tutto ben catalogato, non ci sono incognite né imprevisti ai quali magari non saprei far fronte

ma per significa abituarmi a tante cose brutte, come la cattiveria, l’invidia, la falsità chiamata “buona educazione”, il bisogno di demolire l’altro solo se è più debole e, comunque, che nessuno se la prende con i cattivi e i più forti, ma sempre e solo con i buoni o generosi e gente ritenute (a volte sbagliano) più debole di loro. Del resto, se lasciamo perdere la morale, come si vede in giro, è per me più che logico che se la prendano con i buoni e i deboli perché nessuno è così scemo


 

 

 

 

 

 

UN INIZIO ECCESSIVAMENTE AVVENTUROSO…

 

La ragione immediata di questo scritto è che avendo scritto diari per quarant’anni, oggi ho uno straordinario bisogno di apertura e di interlocutori.

 

Dopo tanti anni di raccoglimento e chiusura, di solitudine e desolazione, la mia mente funziona oggi solo nel dialogo con un altro. E, adesso che sono passati più di dieci anni che sto bene, con tanti altri.

 

Ho sempre annotato su una lunga serie di quaderni cosa stava succedendo dentro di me, perché molto presto mi sono accorta che questo alleviava la mia ansia e la mia confusione.

 

Ero anche convinta che capire fosse la cosa che mi servisse di più: questa convinzione mi veniva dall’esperienza della meditazione cristiana.

 

Del resto, anche oggi, non potrei sopravvivere se non avessi dentro di me gli strumenti per accorgermi rapidamente di cosa accade nel mio mondo mentale e potervi far fronte.

 

 

Il viaggio che ho intrapreso a dodici anni nel mio mondo interno mi ha affascinato come il mondo esterno non riusciva a fare.

Ero meravigliata dai giochi che la mente fa per non scoprirsi, dai bluff nei quali rimaniamo irretiti e dalla lotta sorda contro ogni modificazione che vogliamo introdurre.

 

E anche dalla terrificante lentezza necessaria perché una modificazione avvenga veramente.

 

Mi accorgevo, nello stesso tempo, che uno stato d’animo depressivo, una speciale stanchezza, una malattia fisica, facilmente mi portava indietro a stadi anteriori, anche se non inesorabilmente.

All’epoca studiavo l’Odissea e mi sentivo come Ulisse che non riusciva, e non voleva, ritornare a Itaca per troppe avventure.

 

Anch’io non volevo limiti.

 

Dovevo esplorare la mia mente in ogni recesso nascosto, ogni terra e ogni isola, ogni mare lontano fino ad arrivare al regno dei morti che per me significava il dominio dei sogni.

 

Un bisogno di infinito molto grande e anche un coraggio che non si fermava davanti a niente (sostenuto com’era da una certa onnipotenza) mi spingevano fino ai limiti della conoscenza umana e della mia mente.

 

 

Ma, dopo tanti anni e tante esperienze, Ulisse torna dalla sua sposa.

 

E anch’io, oggi, sono ritornata dal mio viaggio periglioso, anche se questo mondo interno non ha cessato di incantarmi.

 

Dentro mi è rimasta la stessa voglia di girovagare per il mare aperto, ma una cosa è cambiata.

 

Oggi parto da un porto sicuro e, soprattutto, so che a questo posso ritornare.

 

 

Non ho più il terrore, né il bisogno, così tipico dei malati di mente, di perdermi in Oceani aperti.

 

Niente è più spaventoso che frantumarsi negli spazi siderali.

 

Questa esperienza di “perdersi” negli spazi e nei tempi infiniti deve essere sufficientemente ripetuta per poter arrivare a “capire”.

 

E’ necessario (a me è stato necessario) che innumerevoli volte ci si riduca ad essere la minuscola polvere di un astro disperso lontano nell’infinito universo buio…

Se ne viva l’incomunicabile angoscia…

E poi, se ci si salva (non tutti si salvano)…

Si parta pazientemente per quella che sembra sempre la fatica di Sisifo…

dal momento che l’abbiamo ripetuta innumerevoli volte inutilmente…

fatica che è la minuta ricostruzione, pezzetto per pezzetto, della nostra identità.

 

Questa esperienza così immane e così dura, cura anche da un bisogno di assoluto così straordinario come avevo io.

Questa sofferenza inenarrabile, se ripetuta, convince anche i più recalcitranti a darsi dei limiti.

 

Quando alla fine si apprende la necessita di limitare la propria onnipotenza e darsi dei confini, si può dire che si è vinta la malattia.

 

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