INTRODUZIONE: 18. Serve la psicoanalisi per i disturbi bipolari?


 

 

 

Ho letto che, attualmente, per i disturbi bipolari (la mia malattia), si consiglia, soprattutto negli Stati Uniti, una psicoterapia da affiancare ai farmaci, ma non la psicoanalisi perché considerata poco adatta per gli psicotici.

 

Nel mio caso, come sono certa che non avrei potuto fare a meno dei farmaci, così credo che non avrei raggiunta la stabilità e la serenità che ho oggi, senza una cura psicoanalitica.

Nel racconto spero di riuscire a dire qualcosa di questa mia convinzione, anche se non potrò confrontarla con altre forme di terapia, non avendole sperimentate.

 

Posso però confrontare le due forme di psicoanalisi che ho fatto in Brasile e in Italia, senza per questo voler dir niente della professionalità delle persone.

Il mio confronto è tra due metodi, per quello che posso aver captato dal mio punto di vista limitato di paziente.

 

Questo confronto mi porta a dire che ritengo più utile per gli psicotici, non il tipo di psicoanalisi che ho fatto in Brasile, ma quello che ho fatto in Italia.

 

Il mio analista in Italia, a differenza dell’analista in Brasile, ha per prima cosa fatto una diagnosi e me l’ha comunicata.

Questa diagnosi, naturalmente di tipo psicoanalitico, faceva risalire l’origine della mia malattia ad un rapporto simbiotico con mia madre e mia sorella, essendo, quest’ultimo rapporto, anche erotizzato.

 

Nel fare la diagnosi (tutto quello che dirò, sono io che l’ho immaginato) deve aver fatto, contemporaneamente, una valutazione delle mie forze.

 

Ha così potuto stabilire una specie di patto con me: io ti do una fiducia che ho sentita quasi totale, come mi dicesse: “perché tu la meriti, avendo alle spalle dieci anni di psicoanalisi; però, in cambio, tu lavori sodo e risolvi i tuoi problemi di crescita senza fare storie”.

Questo patto era il fondamento del nostro rapporto ed era qualcosa che già mi poneva in una posizione più attiva e collaboratrice, più responsabile, di quella posizione, come dire? “ da culla” che avevo in Brasile.

 

Ha poi voluto parlare con i miei familiari, spiegando la mia situazione (parlo del periodo che segue il mio ritorno dal Brasile nell’87), chiedendo la loro collaborazione e stabilendo addirittura con mia madre una cifra con la quale avrei potuto mantenermi, interessandosi cioè anche degli aspetti pratici della mia vita affinché fossi più libera di occuparmi del lavoro della terapia.

Riteneva, infatti, che lo psicotico per mantenersi vivo fa un vero e proprio “lavoro” . Questo lavoro diventa più pesante – così ho capito io- quando “lavora”, oltre che per mantenersi in vita, anche per recuperarsi. Per questo, se la situazione glielo permette, è meglio che non abbia un impegno di lavoro vero e proprio.

 

Voglio adesso raccontare le differenze che ci sono state nelle due analisi in relazione al rapporto con gli psichiatri e con le medicine.

 

La mia analista faceva una guerra dichiarata allo psichiatra perché diceva che ogni pastiglia ingoiata rappresentava una “comprensione mentale” alla quale mi negavo.

Non ha mai voluto così parlare con lui nonostante le mie molteplici richieste. Io insistevo tanto perché, nella mia testa, queste due persone dovevano fare un lavoro congiunto essendo io una persona unica.

 

Alla fine si è rassegnata ad ascoltare le mie relazioni delle visite allo psichiatra perché, data questo suo assurdo rifiuto, mi ero decisa a fare da mediatore. A qualcosa, mi dicevo, servirà pure; però ero allibita che lei pensasse che fossi disincarnata.

 

Ecco, forse adesso trovo l’espressione giusta per precisare l’impressione che la sua reazione mi dava, quando le chiedevo di mettersi in contatto con lo psichiatra, anche perché si nascondeva il volto tra le mani come uno terrorizzato: sembrava temesse di essere contaminata.

 

In Italia, invece, non c’era nessun bisticcio con la psichiatria e con il sistema nervoso: l’analista era evidentemente cosciente che abbiamo un corpo e un cervello e che le malattie mentali hanno una base fisica oltre che una base psichica.

 

E veniamo alla posizione nella terapia..

Il fatto di poter stare seduta di fronte per parlare con l’analista, in Italia, mi ha dato un grande sollievo perché quella strana posizione in cui tu stai sdraiato e l’analista ti sta appollaiato dietro, anche facendosi i fatti suoi, mi è sempre sembrata minacciosa, incombente, nonché mi dava l’idea della classica posizione da inc….., anche se, ovviamente, la mania di persecuzione e la mente “sozza” è mia.

 

Inoltre, e questo lo ritengo molto importante, ho osservato che l’analista in Italia si poneva veramente il problema di osservarmi e, soprattutto, di osservare i miei bisogni.

Faceva un vero e proprio lavoro di “osservazione sperimentale” con ipotesi e verifiche, per cui i suoi progetti, o le sue ipotesi su di me, cambiavano necessariamente “a tappe”, o a periodi del nostro lavoro.

Questo, per me, era una cosa straordinaria da osservare perché sono sempre stata innamorata del metodo scientifico.

 

Ma adesso vorrei fare una specie di pettegolezzo: chissà se gli analisti, che ci osservano tanto, sanno di essere così osservati dai pazienti!

Io ero più attenta ad osservare l’analista che a sentire cosa diceva: per esempio, se faceva un’affermazione, ero più interessata a sapere perché la faceva, e perché in quel momento preciso, piuttosto che a quello che diceva, anche se, ovviamente, ascoltavo anche quello.

Ma il mio vero interesse era altrove, laggiù, presso di lui, a seguirlo nei suoi percorsi e nei suoi andirivieni e, ancora di più, ad annaspare per sapere “cosa c’era dietro”.

 

Vorrei qui fare un parentesi, che spero piccolo, al discorso che stavo facendo e che riprenderò, per affrontare un tema mi preme dentro con tale urgenza che non mi sento di tacitare.

 

Quello che voglio raccontare riguarda le possibilità che il paziente ha di conoscere il proprio analista.

 

Credo in tanti anni di aver avuto una buona intuizione dell’inconscio del mio analista, così come della sua parte malata o infantile.

Naturalmente non ha senso che racconti cosa eventualmente avrei scoperto perché l’unica persona che potrebbe confermarlo sarebbe lui stesso.

 

Con quanto affermo, voglio dire che non è solo l’analista ad avere una conoscenza profonda del paziente, ma che anche il paziente ha una profonda conoscenza dell’analista.

Certamente il paziente non ha gli strumenti e non è allenato per mettere la sua intuizione in parole, ma è su questa sua intuizione profonda che si basa la fiducia o non fiducia che il paziente ha e quindi la possibilità della terapia.

A mio parere, gli psicotici, questa intuizione profonda, ce l’hanno più affinata degli altri.

 

Più o meno a questo proposito, mi sembra di dover dire un’altra cosa sulla quale mi sono interrogata tutti gli anni della terapia, arrivando a questa conclusione.

Si dice, e giustamente, che il paziente trasforma l’analista secondo i propri desideri, i propri bisogni ecc..

Ho però osservato di essere sempre stata in grado di avere del mio analista anche una buona conoscenza realistica che, magari, lasciavo da parte perché presa dall’idealizzazione, ma questi dati c’erano e si accumulavano fino a formare un’immagine ragionevolmente completa, come mi sono accorta il giorno che ho potuto prenderli in considerazione.

Non sarà facile, ma vorrei riprendere il filo del discorso che stavo facendo: stavo parlando della capacità di osservazione degli psicoanalisti.

 

Come tutti sanno, tutti i terapeuti, come tutti gli operatori clinici, devono essere grandi osservatori, ma la gigantesca differenza sta, oltre che nell’esperienza acquisita, negli “occhiali” che usano per osservare, ossia nella teoria che usano: se hanno una teoria che li aiuta a vedere il paziente o se, invece, li allontana.

 

Mi dispiace molto dilungarmi su questi aspetti che, ne sono certa, molti di voi troveranno veramente noiosi, ma devo confessare, e qui sta il mio egoismo, che mi appassionano straordinariamente.

 

 

A proposito di “occhiali” c’è anche un aspetto che chiamerei “ideologico” perché, secondo me, implica una concezione del mondo, in particolare un’idea del rapporto teoria-pratica e  una risposta alla domanda: “Da dove nascono le idee?” E, ancora: “I pazienti, almeno per le elaborazioni più vicine all’esperienza e per la verifica delle terapie, devono avere la stessa funzione degli oggetti fisici?”

 

Tornando agli occhiali: bisogna vedere se, nel trattamento, la “centralità” è la teoria, e in essa il paziente deve inquadrarsi o se la centralità è il paziente e i suoi bisogni, e la teoria è uno strumento.

Naturalmente nessuno dirà mai che il paziente è meno importante della teoria, ma nella mia esperienza ho verificato che questo può succedere nella pratica.

 

Sono convinta che la centralità sia il paziente e i suoi bisogni e che il resto debba essere uno strumento.

Ma è molto naturale che affermi questo: sono sempre stata un paziente e ho sofferto delle storture e degli eccessi della teoria.

 

Il mio analista, invece, aveva quella flessibilità necessaria ad soddisfare i miei bisogni, o meglio, ad assecondare, tra quelli osservati, quelli che riteneva utili alla mia crescita, e a scartare, invece, con molta decisione e severità (io la chiamavo “crudeltà”!) quegli altri che mi avrebbero portato indietro.

 

Ma devo ancora dire delle cose molto importanti.

 

Il mio analista: primo, non ha mai avuto paura di me.

 

Potrà sembrare strano quello che dico, ma è naturale che gli analisti abbiamo una grande paura, come tutti gli altri esseri umani, della pazzia.

Temono giustamente il contagio perché la pazzia si propaga e lo fa con la facilità dell’influenza.

 

Secondo, ed è la cosa più importante di tutte, ha potuto farmi sentire “capita” (ma “proprio per come ero io” nella mia assoluta specificità) comunicandomi una sensazione “particolarissima” cui anelavo fin da bambina, ma che non speravo più di provare.

“ Lei mi ha fatto uscire da un tunnel tutto buio che durava dall’infanzia”, gli ho detto allora, felice.

Questa sensazione di allora si è talmente impressa in me che la rivivo mentre scrivo come fosse successo oggi.

 

 

 

 

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5 Responses to INTRODUZIONE: 18. Serve la psicoanalisi per i disturbi bipolari?

  1. Franco scrive:

    Ciao, è molto interessante quello che scrivi, anche io sono un bipolare e condivido molto di quello che dici, ma la cosa che mi ha colpito di più è stato il finale, io fin dall’infanzia non mi sono mai sentito amato per quello che ero e quello che sono e sapere, sperare, di poter provare questa sensazione con la mia analista, mi da più coraggio per andare avanti. Grazie.

    • Chiara Salvini scrive:

      caro Franco…catanzariti…di Catanzaro? La cosa piu’ bella sarebbe che tu trovasse la forza o (qualunque altra cosa ti serva…magari mille baci da un amore caro!) di mettere in parole, anche una riga questa tua esperienza. Sai, dopo averlo con me questo lavoro ( cioè un lungo apprendimento, come del resto stai facendo tu perché il succo della psicoanalisi è proprio questo come sai, ma è molto difficile: “liberare le emozioni, assopirle per quanto si puo’, traducendole in parole, o, se vuoi essere piu’ “colto”, in simboli, infatti anche la pittura o la musica- se sei tu a farla- hanno lo stessa funzione” perche’ è proprio attraverso questo misterioso passaggio o traduzione da un codice all’altro che l’angoscia si acquieta un po’. Scusami se sono sconnessa, ma mi sento Cenerentola cui scatterà l’ora X della zucca e mi spiace non risponderti—ti dicevo che ho fatto per un lungo tempo presso il prof. gian carlo Zapparoli questo lavoro con altri (ripeto dopo averlo fatto con me)—Vedi, vorrei tanto che questo mio tentativo di lavoro e comunicazione soprattutto con quelli che ancora soffrono per le impervie strade del mondo della sanità o meno, si unissero per dire davvero qualcosa di utile agli altri ed anche ai professionisti che per quanto sappiano, la maggioranza non ha “vissuto” questo sapere come noi—adesso mi spiace quasi averti risposto perché ho fatto un minestrone non dei piu gustosi. ciao ciao arriciao a presto, chiara

  2. Franco scrive:

    Buongiorno Chiara. Non so da dove cominciare, potrei cominciare dal dirti come mi sento questa mattina, sono triste, molto triste e sento un peso sulla schiena, il classico peso dei sensi di colpa della depressione, la cosa che mi fa piacere è sapere che oggi pomeriggio incontrerò la mia psicoanalista, sai, stiamo trattando un argomento importante e doloroso, l’abbandono, ma più ne parlo più la mia anima si vaccina contro il dolore, infatti fà sempre meno male. Poi ci sono i farmaci, maledetti farmaci, ma purtroppo bisogna prenderli, però quanti effetti collaterali… bè per ora ti lascio con l’augurio di una buona giornata, spero di avere la forza di scrivere più tardi.
    PS: conosco il libro “la ferita dei non amati”, ma non l’ho mai letto, magari potrebbe aiutarmi, vado a cercarlo…

  3. DANIELA scrive:

    ciao Franco ….

    • Chiara Salvini scrive:

      cara Daniela, l’unico Franco che nomino è “Franco il Navigatore” anche detto Franco Piccinini, di cui ho pubblicato molte foto—spero che legga il tuo dolce messaggio… da parte mia ti ringrazio della visita, e ti auguro una buona serata, magari con il “tuo” Franco, ciao chiara

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