INTRODUZIONE: 2. Ho scelto di stare sulla Terra

 

 

Oggi appartengo alla Terra, e il Cielo mi sta di fronte, lontano da me.

Non è dentro di me, ma è un mio interlocutore, se si può dire… bellissimo in tutto il suo fiammeggiare di luci calme e gentili.

 

Un’esperienza appagante e serena, che mi dà, per un attimo, la sensazione di vivere nell’infinito. Ma quando ho questa percezione così esaltante, sento anche che ho un corpo, e questo corpo, che ho appreso faticosamente ad amare, mi riporta ai fiori e alle piante che mi circondano, ai pesci, alle farfalle, insomma a tutte le bellezze terrene che nascono, vivono un attimo e poi muoiono.

 

Conosco l’origine di questa passione mistica che mi permetteva di “vivere tra gli angeli”, ma, dopo una grossa crisi intorno ai quindici anni ( di cui parlerò in seguito), questo bisogno di infinito è stato, per così dire, “decapitato”. Di colpo sono rimasta esclusivamente con il “finito” “il concreto”, senza però aver mai avuto in precedenza alcuna preparazione a conviverci.

Questo catapultarmi in una realtà speculare e opposta a quella in cui ero vissuta, mi ha lasciato un peso così grande dentro come fossi diventata di granito.

 

La necessità di assoluto si è trasformata in un bisogno di eternizzare tutto e, nello stesso tempo, di immobilismo, come avessi subito una forte inibizione di tutte le mie facoltà.

Non so dire quale potesse essere il significato di tutto questo, molto probabilmente un rifiuto radicale sia della vita che della morte.

 

La vita scorre, taglia, cuce, rompe, aggiusta, fa tante piccole “morti”, tanti piccoli “abbandoni” perché è viva, si muove, obbliga ad adattarsi continuamente, corre via, lascia cadere le cose.

Io non potevo adattarmi a niente, non potevo tollerare il più piccolo abbandono, e “abbandono” era per me anche una persona che mi salutava di malavoglia…

Vivevo attraverso un’unica costante che non poteva

assolutamente essere modificata: e questa costante era, naturalmente, il dolore.

Mi aggrappavo alla mia enorme sofferenza come all’unico scoglio rimasto al naufrago.

Quella era l’unica realtà che ancora mi teneva in vita, il dolore era diventata la mia anima perché io non avevo altra “spina dorsale”.

Tutto questo avveniva perché ormai ero chiaramente malata di mente, anche se nessuno se ne accorgeva dal mio comportamento.

 

Ma io non potevo non saperlo.

Avevo chiesto al clinico di famiglia di mandarmi da uno psichiatra. Questi si era letteralmente messo le mani nei capelli, dicendo che se mi fossi avviata per quella strada non ne sarei più uscita viva.

Nella mia ignoranza, mi ero fidata della sua.

Mi aveva prescritto dei tranquillanti.

Ma allora avevo sedici anni, e preferirei raccontare dell’oggi, anche se oggi ne ho sessant’uno.

 

 

 

Il fatto che abbia, oggi, un porto da cui partire e, soprattutto, a cui tornare, con una rotta precisa da seguire, anche se con una certa possibilità di “andirivieni”, è, a mio parere, il risultato più importante di tanti anni di psicoanalisi.

 

Ho una “casa” dentro di me, “un’appartenenza”, che vuol dire avere una “patria”, con la conseguenza che dentro questa patria mi è riconosciuta un’esistenza di diritto, “perché sono un cittadino che pago le tasse” ( Mi è uscita come una battuta, ma credo di voler dire che ho un rapporto creativo con le figure che compongono il mio mondo interno).

Così ho finalmente delle radici mie che, però, contemporaneamente, riconosco appartenere ad un vecchio ceppo dove ci sono i miei genitori, e i miei nonni fino ai bisnonni, di cui so tanti racconti, ma che non ho conosciuto.

Invece di disperdere la mia immagine nell’infinito universo, oggi ho uno specchio costante in cui mi vedo nel presente e nel passato, anche nel più lontano, addirittura quando ero nella pancia di mia mamma e mia madre scappava spaventata dalla guerra. Insieme a me, in questo specchio, compare, oltre alla mia famiglia, che sta in grande evidenza, proprio nei primi posti, una piccola tribù di persone con le quali sono legata da amicizia fin dall’infanzia, tutte persone che mi sono state vicine in tutto il mio cammino.

 

A me pare di raccontare una cosa molto bella cioè quella di avere un’identità costante e serena, cosa che la maggioranza delle persone probabilmente ha spontaneamente dalla vita, mentre a me è costata molti anni di lavoro. Ma, anche così, mi è difficile comunicare la serenità e la felicità che sento tutti i giorni.

 

E, sento anche, se si può confessare, l’orgoglio di essermela conquistata questa felicità.

Mi ricordo bene degli anni in cui solo il dolore mi teneva in piedi e dell’immane difficoltà a sostituirlo con “un’anima vera”.

 

Come ho fatto?

Posso dire con franchezza di non essermi mai tirata indietro davanti a nessun drago, neanche davanti a quelli dalle mille teste, ho affrontato tutti gli spettri più orrendi che uscivano dalla mia testa e, in tanti anni di isolamento, ci se ne erano annidati parecchi.

Ho dovuto smantellare tutto un mondo fantastico che mi ero fabbricata a mio uso e consumo, nel quale vivevo solo io.

Ho dovuto così reggere, per poterlo fare, una sofferenza inaudita che mi ha obbligato a dilatare le mie capacità di sopportazione in una maniera che non sospettavo possibile.

 

Oggi ho sconfitto i diavoli maligni che mi spingevano ad angosce continue e al suicidio, tanto è vero che la mia mente conosce la serenità e la gioia.

 

Se guardo al percorso di trent’anni di lavoro della mia mente, mattoncino per mattoncino, vedo un lavoro indefesso.

Questo tipo di lavoro ritorna in parte, anche se più blando, nei momenti delle piccole crisi, che, però, grazie al Cielo riesco ad arginare subito.

Vista così dall’alto, mi pare che la mia mente sia talmente trasformata da non essere neanche più la mia mente originaria, ma una “costruzione” del mio lavoro e delle persone che mi hanno seguito, principalmente gli psicoanalisti e gli psichiatri.

 

E mi chiedo se tanta tranquillità sia possibile perché la psicoterapia, le connessioni cerebrali nuove che questa ha stabilito, hanno potuto produrre un’alterazione genica, come sostiene il grande neuroscienziato Eric Kandel.

 

Voglio riportare una sua affermazione perché è troppo interessante: “E’ affascinante pensare al successo della psicoanalisi nel produrre modificazioni persistenti delle attitudini, abitudini, e comportamenti consci e inconsci, producendo alterazioni nell’espressione genica che portano a modificazioni strutturali nel cervello” (Eric R. Kandel, Biology and the future of psychoanalysis: a new intelectual framework for psychiatry revisited. American Journal Of Psychiatry, 1999 Apr;156($):505-24)

 

Mi dispiace di aver dovuto appesantire il racconto con una citazione dotta, ma, secondo me, questa è l’unica spiegazione che potrebbe giustificare il grande cambiamento si è verificato in me.

 

Certamente bisognerà aspettare che questa scoperta sia comprovata da altri scienziati, anche se a Kandel, per i suoi studi sulla memoria (ricerche che si basano su questa teoria dell’ereditarietà) è già stato assegnato il Nobel.

 

Non dimentico, con questo, il grande cambiamento prodotto dalle medicine che, per me, è stato enormemente significativo, e che racconterò in seguito.

Quello che penso è che entrambi abbiano agito congiuntamente in funzione di una trasformazione che non esito a chiamare molto grande.

 

Vorrei aggiungere infine, come cosa principale, che sia la psicoterapia che la psichiatria ci danno degli input che ogni giorno, nei nostri rapporti, lavoriamo e mettiamo a frutto o lasciamo cadere. Questo per dire che la vera grande trasformatrice è la nostra vita e i nostri rapporti, sui quali agiamo, ma dai quali, se si può dire, “siamo agiti”.

 

 

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