INTRODUZIONE: 21. E…se io fossi davvero normale?


 

 

Oggi, che sono passati quasi trent’anni dalla mia prima crisi, considero la mia mente abbastanza “normale”: la mia vita, infatti, non si differenzia da quella di qualsiasi persona sana o nevrotica, se non fosse per il bisogno di disciplina negli orari e di cadenze più lente che mi proteggano dallo stress.

 

Una vita diversa, se si vuole, ma sostanzialmente simile a quella di tanti altri: posso avere delle attività lavorative e sono circondata da rapporti affettivi che durano ormai da tantissimi anni.

 

Devo, però, fare attenzione a non affannarmi eccessivamente, e per lungo tempo, altrimenti mi arrivano segnali di pericolo che, grazie al cielo, ho imparato col tempo a decifrare.

Ho però notato che, con il passare degli anni, il mio limite di sopportazione dello stress si amplia notevolmente.

 

La possibilità di sentire i primi segnali di pericolo, la devo senz’altro alla terapia: mi ha dato la capacità di avvertire i primi barlumi di stanchezza quando sono ancora molto lontani dal diventare palesi e, soprattutto, mi ha fatto riconoscere il diritto che ho di star bene e di tutelarmi.

Mi ha tolto il ruolo di vittima, di chi si era sentita “ abbandonata da piccola”, o almeno l’ ha diminuito considerevolmente; il resto del lavoro è stato necessario completarlo negli anni tramite l’autoanalisi e i ritorni in analisi.

 

Oggi mi ritengo una persona straordinariamente fortunata e le mie preghiere al Signore, Chiunque Egli Sia, sono sempre di ringraziamento.

 

Mi pare di aver smesso di sentirmi costantemente in debito, e, al contrario, mi pare di “sapermi finalmente in pari”.

Questo mi ha fatto sentire di avere il diritto di star bene e il diritto di difendermi dal male, una novità – questa – per me veramente straordinaria.

 

Questa sensazione così basilare ha cambiato il rapporto con me stessa (forse riuscirò a volermi bene in modo sano), ma soprattutto il mio rapporto con gli altri. Non certamente facilitandomelo, come si potrebbe credere in una favola, ma di questo parlo più avanti.

 

E’ ancora un obiettivo da raggiungere quello che mio marito chiama “la possibilità di spegnere l’interruttore”, in situazioni eccessivamente coinvolgenti, piene di colpi di scena, come può essere seguire una figlia adolescente, ed è su questo che sto ancora lavorando.

Sono sicura che questo lavoro mi convincerà che una persona deve imparare a difendersi anche da un figlio, se questi ci fa troppo male. E, ancora di più, quando questo male non serve a nessuno.

 

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *