Qualcosa sulla mania e SULLA JAMISON: UN COMMENTO DI CHIARA CHE NON E’ UN COMMENTO.

 

Al momento non mi sento di fare alcun commento ad un racconto così luccicante e coinvolgente che si legge come un romanzo di qualità.

 

Mi sento però di anticipare che la mia storia (come vedrete) ha pochi punti in comune con quella della dott. Jamison, pur avendo entrambe la stessa malattia: questo è ovvio trattandosi di persone diverse con una nascita e una storia diverse.

 

Direi che la mia malattia è stata “più modesta – la malattia e il racconto – più quieta e più lunga, e anche senza momenti di violenza”:

forse per il fatto che, oltre ai farmaci, che erano scontati (e questa è già una grossa differenza), mi sono affidata alla psicoanalisi classica, prima, e poi alla psicoterapia psicoanalitica del Prof. Zapparoli (“una psicoanalisi modificata in funzione degli psicotici”, come la definiva lui).

La Dott. Jamison non solo ha fatto una psicoterapia, ma la ritiene necessaria per la cura di questa malattia. Quindi in questo non c’è differenza.

La mia è durata un’enormità di anni, tanto che il mio psichiatra attuale (dal ’94), il Prof. Placidi, me lo chiede sempre davanti ai suoi nuovi assistenti per farsi una bella risata piena di stupore un po’ sarcastico!

Tanti anni, tanti anni si spiegano, a mio parere, così: oltre che per “una guarigione piena della malattia”, cosa quasi impossibile, provavo da sempre un’attrazione quasi morbosa per sapere “chi mai fossi io”: questo puntino nell’universo che non si rassegnava mai  e anche “troppo avido”.

Studiando il condizionamento operante di Skinner, ho conosciuto un topino che era come me: lo mettevo nella cosiddetta “gabbia di Skinner”, come sapete privato di acqua di 12 ore, per apprendere lentamente, per tentativi ed errori e rinforzi (feedback), che schiacciado una leva riceveva una goccia d’acqua. Come venivano dati questi rinforzi? Lo dico perché nella vita quotidiana succede a tutti noi, ma per caso. Quando il “ratto” si avvicinava, anche se ancora lontano, alla leva, riceveva acqua e così via. Come noi era mosso (motivazione) ad apprendere dal bisogno (di acqua, nel suo caso).

Terminati l’esperimento e la lezione, lui, unico tra tutti quelli della classe, continuava a lavorare schiacciando la leva anche se non riceveva più niente:

come me, non si rassegnava mai:

“se l’acqua era arrivata una volta, voleva dire che nell’universo c’era la possibilità che tornasse.”

e non gli bastava mai:

“se un cucchiaio di sciroppo per la tosse migliora i bronchi, la bottiglia…vedrò i fuochi artificiali!”

Anch’io avevo preso, direi da piccola, l’abitudine di lavorare per conto mio senza dipendere da un compenso o meglio da un feedback o rinforzo. Diciamo che “mi auto-rinforzavo da sola”.

Anche questo blog ne è una prova e, molto prima, tutti i quaderni.

Quando ho iniziato in Brasile le sedute di psicoanalisi (sei alla settimana), dopo la seduta scrivevo sul quaderno tutto quello che mi sorgeva nella mente.

Come dire che facevo sempre una seduta doppia.

Nell’introduzione alla prima stesura del libro (2005) che vorrei mettere sul blog (- oggi è pubblicata come INTRODUZIONE 1.2.ecc. -) , c’è infatti scritto:

“Il viaggio che ho intrapreso a dodici anni nel mio mondo interno mi ha affascinato come il mondo esterno non riusciva a fare”.

Al mondo esterno, infatti, badavo poco, tanto ero attratta da quello interno:

questo mondo pieno di ombre-luci – trabocchetti-oasi verdi- canti delle stelle- abissi, nei quali perdersi, che sapevano di sale.

Questo fatto (trascurare il mondo esterno)

ha avuto delle conseguenze, e queste, ma solo da qualche anno, man mano che mi addentro nel mondo dei normali mi danno un grosso disagio di cui parlerò in un articolo specifico. Posso anticipare che le persone che più mi danno disagio sono quelle che -apparentemente- sembrano aver scelto di vivere prevalentemente nel mondo esterno, lasciando un po’ perdere tutte le complicazioni che dà quello interno.

Naturalmente le ragioni di questa apparente “scelta” mia (e degli altri) stanno nelle vicende precedenti la mia età di allora, che hanno determinato una diversa maniera di manifestarsi della malattia e un modo di raccontarla, che non avendo una parola migliore, definirei “più intimo” e “più incolore” di quello della dott. Jamison.

Si tratta anche di livelli culturali: alti, i suoi, naturalmente, e, i miei, più terra-terra:  livelli che guidano, oltre alla testa, le nostre sensazioni e le nostre emozioni. Ma principalmente le nostre forme di espressione.

Un’altra cosa  segna una differenza tra me e la dott. Jamison:

la malattia mentale, da sempre, per me non ha mai avuto alcun fascino;

anch’io ho avuto periodi senza dormire che mi permettevano di scrivere lavori (lavoretti) “creativi” pubblicati, per esempio, sulla rivista dell’Istituto di Psicoanalisi di S. Paolo in Brasile, la rivista degli allievi, sia ben chiaro.

Ma non mi sono mai “affezionata” a questa brillantezza della mente perché la sapevo fasulla e malattia.

“Un eccesso di energia” che, sapevo, avrebbe portato un contraccolpo miserevole: io, nei bassifondi “senza alcuna energia”.

Perché la mente deve rifarsi e la bilancia tornare in pari.

Quella brillantezza, in me, era, inoltre,

miscelata ad angoscia,

momenti  non di semplice depressione,

ma angosce di annichilamento perché sentivo  che stavo perdendo il terreno sotto i piedi.

 

Un annichilimento nella piena oscurità di tutto.

Così sono stati anche i miei momenti di mania;

una prevalenza di esuberanza e radiosità,

ma-specie alla sera-

mi accovacciavo per terra, stretta in me stessa, anche fisicamente, un pianto, singhiozzi senza suono:

annientata dal vedermi così “per sempre”.

Il mio mondo, come ho detto, nel delirio, era l’eterno. Ero “per sempre” in una tenebra e tenevo gli occhi ben serrati “per non vedere”.

Ero un gomitolo, una conchiglia chiusa in se stessa: e soffrivo un male difficile a dirsi:

come se il mio sistema nervoso tutto, ridotto a corde di violino tirate intorno ad una ferraglia,  e tirate senza fine, i suoni  di ogni giro sibilanti il mio orecchio.

Abituata com’ero dai quaderni, che all’epoca della prima crisi “celebravano i vent’anni di esistenza”, mi sentivo “alterata” e sapevo –magari in modo incerto “che non ero io”.

 

(FINE PRIMA PARTE)

 


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