IN QUESTE FESTE CHI VUOLE SI VESTE DA PAPA’ NATALE E IN GENNAIO DA BEFANA…. CHIARA PER PARTECIPARE ALLE VOSTRE FESTIVITA’ HA DECISO QUESTO TRAVESTIMENTO: E’ UNA GRANDE LETTERATA FAMOSA PER AVER SCRITTO UN UNICO RACCONTO TRA L’ALTRO PER PURO CASO.(un po’ deboluccio come titolo, non vi pare?).

 

(modificato il 19-12-11, ore 19,07)

CARAVAGGIO:    “Chiara alle sudate carte” 1605-1606   Galleria Borghese Roma.  S. Girolamo.

 

 

dal concorso “Voci di donne”, racconto di Chiara Salvini (1999)

 

 

 

E di sicuro ci sarà tempo

Di chiedere, “Posso osare?” e “Posso osare?”

T. S.  Eliot  (1920)

 

 

Alcuni anni fa avevo cercato una psicologa perché, ormai da anni, continuavo la mia vita  lavoro famiglia gli amici, portandomi dentro un malessere che diventava sempre più nebuloso, e nel quale finivo per avvoltolarmi come in una coperta spessa che mi isolava anche dalle persone che più amavo.

Era una sensazione reale per me, ma per gli altri ero sempre la stessa, riempivo i vari ruoli bene – così pareva – con sempre maggior fatica, a volta senza più fiato.

Ormai da cinque anni, da quando avevo concluso la cura, vivevo convinta che l’episodio fosse chiuso per sempre – quasi, per un essere umano, per una donna specialmente, potesse essere un impegno occasionale cercare se stessi – ma un sogno mi lasciò dentro, per giorni, la paura di ricominciare, così telefonai. La segretaria mi marcò una seduta per il martedì successivo alle 17. Passai la settimana in un modo che già conoscevo, alla ricerca di qualcuno con cui parlare, mentre nessuno pareva notare questa mia affannosa ricerca.

Quasi un’ora prima mi ritrovai nella sala d’attesa: dopo tanto tempo avevo paura di non ritrovarla e lei certamente non avrebbe potuto ritrovarmi; sapevo di aver camminato, lottato – dovrei dire – soprattutto con me stessa, ma anche con gli altri, per farmi uno spazio mio, riconosciuto, nel quale potessi esistere, io, con la mia faccia, la mia età la mia enorme fragilità a scivolare, ma anche con una nuova, acquisita, capacità di rimettermi in piedi serena.

L’incontro all’inizio fu piuttosto formale, io ero cambiata, ma anche lei: soprattutto si era fatta dei capelli biondo-cenere che mi lasciarono interdetta; forse si era risposata o un amante la faceva sentire una donna ammirata e potente come io non avevo mai potuto sentirmi. In quel momento la odiai, glielo dissi.

Rise come se se lo aspettasse e in quel modo di ridere ritrovai quella faccia di affetto e comprensione a cui mi ero abituata durante la terapia; era come avesse voluto spogliarsi di quella brillantezza che mi disturbava, forse era importante per lei che io la riconoscessi; forse anche lei mi aveva riconosciuto in una mia trasparenza infantile.

Mi domandò, sedute una di fronte all’altra: “Qual buon vento…?”.  Aveva un’aria sorniona, come una grossa gatta che sapesse già tutto e poi, quell’inizio così ammuffito, finì per irritarmi del tutto.

“Un sogno, il vecchio malessere, una me stessa inaccettabile!”, lo dissi da arrabbiata, avrei voluto aggredire, frantumare quella sua sicurezza; e intanto mi dicevo: “Non voglio aver bisogno di lei, di una che dà attenzione per professione e devi pagare. Perché?”

Lei – e la sua voce era flautata, godeva dei toni in cui suonava il suo flauto – mi disse: “Vuole raccontarmi il sogno?”.

Improvvisamente capii che erano cinque anni che non mi vedeva, che mi aveva annullato dal casellario dei pazienti e faticava a riprendere in mano la mia scheda.

Io avevo troppo bisogno di qualcuno con cui parlare e lei era lì, disponibile, professionalmente disponibile; mi venne in mente che, pagandola, avevo diritto di essere ascoltata con attenzione: non era: “Posso osare?”, “Posso osare?”, come inutilmente avevo tentato in quella settimana, e tutti sembravano correre su binari inamovibili e paralleli.

Mi conveniva tentare. Ritrovai subito una consueta docilità accondiscendere  all’altro e anche l’abitudine di una vita a sapersi alimentare con un granellino, facendolo diventare un grosso gelato alla fragola: proprio come Capelin – sono ligure – che “di una federa ne ha fatto un cuscin”!

Mi separai dai suoi capelli biondi, da lei terapeuta, e appena me stessa, incominciai a raccontare, sicura:

“Ho sognato due cassette di film, sistemate in un modo che non riuscirò mai a spiegare, sono imbranata a descrivere oggetti reali… comunque è un cassetto doppio che conteneva due cassette di film, è fatto di legno, con un fondo unico, ma a due strati:  tenendolo verticale un film guarda a ovest e l’altro a est. Il film che non si vedeva assolutamente, voglio dire non si vedeva la cassetta, era ricoperto interamente da una specie di plastica, un po’ grigia e livida. Ogni cassetta stava per una persona,  lei e mio marito.  Nel sogno giro queste cassette tra le mani, le guardo a lungo, poi dico: “Non vanno bene nessuno dei due, bisogna immaginare un’alternativa…un terzo… questo terzo sono io”. Il sogno continua, ma l’altro pezzo, per vari giorni, me lo sono dimenticata: avevo bisogno di piangere infinitamente sulla prima parte e un pianto lieve continuo mi rimarrà nel tempo.

Nel sogno appare una me stessa che non ho mai visto, ma ero proprio io, avevo un abito di voile di seta rosso, bellissimo, molto più ricco ma simile ad uno che avevo una diecina di anni fa, un regalo di mia madre, l’ho messo a una festa e poi non si è trovato più. Ho una foto, siamo tre donne sedute su un divano verde brillante, e le poche volte che la mostro sempre chiedo: “Chi sono io?”. Infatti a me sembra un’altra,”l’altra”, proprio come in una vecchia canzone brasiliana che canta, una donna naturalmente, una voce lugubre, che “lei è l’altra”  nella vita dell’amante già sposato.

Provo a ridere: “Ci sarà…?”, ma non finisco,  sento una vera angoscia, sto zitta, mi chiedo se l’ha percepita. Mi dice – e il tono da bionda non c’è più – “ Non starà intravvedendo un orizzonte nuovo, in cui lei possa finalmente esistere, e appena per se stessa?”.

“Lei parla di esistere – non sono più arrabbiata né angosciata – e non so neanche se sa cosa vuol dire.  Le è mai successo che gli altri si sentissero in diritto di decidere per lei, un diritto morale che li faceva sentire buoni e costruttivi; ha mai fatto da zerbino a suo marito, quando non poteva sopportare il disprezzo che aveva per se stesso e lo spazzolava su di lei; ha mai lavorato sotto altri,  sopportato i loro umori le loro scenate le parolacce, ha mai dovuto essere una palestra dove sua figlia misurava, si impadroniva della propria aggressività, per usarla a scuola, con le amiche, in modo accettabile; ha mai sentito che lei era solo un oggetto inanimato di cui la famiglia, gli amici, i colleghi si servivano per i più svariati bisogni, uno, usa e getta?”

“Lei mi sta dicendo che è una donna, ma cerca un’alternativa in se stessa. Perché non vuole continuare il sogno?”.

Di nuovo, docilmente: “Allora… nel sogno, vestita di rosso, ho la mia età, ma sono piacente, brillante, interessante. Una donna che sa dominare – nel sogno uso proprio questo termine orribile – i suoi rapporti sul lavoro e in casa, sa di piacere e usa questa sua capacità di seduzione come non avesse fatto altro in cinquant’anni!”

“Come si è sentita alla sera?”.

“Ero così depressa che avrei voluto nascondermi in un canto, in quel canto – di cui dice il Vangelo – l’uomo non ha mai dove posare il capo. Non cercavo qualcuno che mi consolasse, non c’era consolazione. Stavo così perché avevo finalmente capito il senso della prima parte del sogno, ma anche quella me stessa in rosso…”.

La guardo e stranamente la vedo sorridermi in modo seducente, improvvisamente anche quegli assurdi capelli stanno insieme, ho l’immediata sensazione di avere davanti a me uno specchio, un’immagine sua che lei suggerisce a me, ma è uno specchio in cui rifiuto di guardarmi perché so con certezza che “quella”, non sono io.

“Diceva della prima parte del sogno…”. Il suo tono professionale non ammette divagazioni, vorrei capire cosa mi sta succedendo, ma, abituata ad assecondare uno stimolo che mi viene da un altro, rispondo prontamente: “Ho capito che, dietro a lei e a mio marito, c’erano mio padre e mia madre, quelle cassette sono due tombe, il colore del marmo della tomba di famiglia, dove adesso, da pochi mesi, sono uniti e inseparabili come lo erano nella vita, due figure inconciliabili, mio padre un uomo buono, generoso, servizievole; mia madre una donna di successo, potente, bellissima, aggressiva… sto incominciando a capire lentamente che sono davvero morti, morti anche come modelli…. e che  ad un possibile modello per me devo pensarci io. Loro non moriranno, devo, ma lentamente, fare un lavoro di “discriminazione” in funzione mia: discernere cioè e assimilare quei caratteri che ho visto in loro e che mi servono, e buttar via quelli che  quelli che non si adattano a come mi sento, io, di essere. Così loro  continueranno a vivere. Il mio è un lavoro del lutto, ma il sogno avvia ad una conclusione.

“E’ questo che voleva dirmi, che finalmente non ha più bisogno di me?”. Sto zitta, sento che mi viene una faccia terribile, mi passa nella mente Snoopy quando decide di fare lo sparviero; forse la mia faccia rimane normale, ma è un’emozione così violenta – questa rabbia che sento – che mi pare di non poterla contenere… la conosco, anche se è solo di recente che mi prende con certe specifiche persone… non posso parlare, devo rassegnarmi a sentirla e a sentirmi male. Per sopportarla meglio mi dico: “Senti tutta la rabbia che non hai mai potuto sentire, te la ingoiavi senza accorgertene e ti trovavi a chiedere scusa di essere al mondo anche al salumaio. E tanti piccoli disturbi fisici che si moltiplicavano da soli negli anni.”

Ho l’impressione che passino delle ore, io muta e lei anche, ma non deve essere così, vedo che non guarda l’orologio, non guarda neanche me, come se capisse che devo vivere questo momento da sola. Adesso posso rispondere alla sua domanda: “Volevo comunicarle una sofferenza, la sofferenza di non avere più bisogno di lei. Adesso vivo il momento dell’angoscia,  l’angoscia di essere  sola. Sono io, nata, sono io, che morirò. Senza più l’illusione di un gemello cui appoggiarmi, come poteva essere lei in sostituzione dei miei genitori.

Poi, vede, quella signora vestita di rosso (potente come mia madre) che zampetta trionfante sul lavoro, in famiglia, seduttiva con chiunque… certo deve amarsi molto già da sola (anche mia madre era innamorata di se stessa)… a me invece spaventa: è evidente che non ha bisogno di nessuno, solo di se stessa. Allora sarò diventata… una scatoletta… si ricorda quella vecchia canzone di Pete Seeger, “Little boxes”… “tutti quanti messi in scatola, in scatolette tutte uguali?” Accenna con il capo, ma preferisce che continui: “La dipendenza è brutta, umiliante, senza dignità, ma dà protezione, calore, certo un calore confuso nel quale ci perdiamo e aiutiamo l’altro a perdersi, ma quell’autonomia della signora in rosso (che era di mia madre) è raggelante…C’è un altro modo cui punto con tutte le mie forze, ma non vivendolo ancora, lo schematizzo così: “essere abbastanza autonomi al punto di non sentire umiliazione per avere bisogno degli altri. Sentirlo un arricchimento”. Di mio, sono sempre stata sicura che senza gli altri, senza sentire autenticamente il bisogno degli altri, senza poter rispondere al loro bisogno crescendo insieme, uno alla fine non è più nessuno, non esiste anche se sbarluccica, splende come un faro, ma parla da solo.  Non ha relazioni anche se non lo sa.

Mi guarda e dice: “Il nostro tempo è finito, vuole che ci rivediamo?”. Mi alzo, le tendo la mano per salutarla: “A che scopo? Forse queste domande sono anche le sue, forse la risposte non è dietro l’angolo, né dietro l’altro angolo… forse devo ripartire da zero, cercare in me insieme a mio marito, a mia figlia…”.

Mi sorride con affetto, “Questo incontro è importante per lei, e anche per me. La ringrazio.”

 

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4 Responses to IN QUESTE FESTE CHI VUOLE SI VESTE DA PAPA’ NATALE E IN GENNAIO DA BEFANA…. CHIARA PER PARTECIPARE ALLE VOSTRE FESTIVITA’ HA DECISO QUESTO TRAVESTIMENTO: E’ UNA GRANDE LETTERATA FAMOSA PER AVER SCRITTO UN UNICO RACCONTO TRA L’ALTRO PER PURO CASO.(un po’ deboluccio come titolo, non vi pare?).

  1. D 'IMPORZANO DONATELLA scrive:

    E’ molto bello il tuo racconto, sia per il contenuto che per la forma ( come si sarebbe detto cent’anni fa). Ti abbraccio- Do

    • Chiara Salvini scrive:

      Ciao, solo per ridere voglio dirti che sul centenario della separazione del contenuto dalla forma ti sbagli ,se io non ho sbagliato i conti: sono andata a controllare, la “Storia della letteratura italiana” del De Sanctis è pubblicata nel 1870: in quest’opera, che leggevo quando i miei andavano a visitare i clienti in Germania, sulla macchina, mentre molto giustamente mio papà mi diceva sempre: “Smetti di leggere, guarda un po’ il paesaggio!”, ma il libro era coinvolgente come un giallo ed io non lo ascoltavo…be’ aneddoti a parte…ma è sicuramente un libro bellissimo, l’hai certamente in casa, prova a leggerlo…anche se è vero che con gli anni cambiamo…magari oggi non ci vedrei tutta questa attrazione…alla fine l’unica cosa che volevo dire era che il De Sanctis, esprimendolo meglio di me, afferma che la distinzione tra forma e contenuto non ha senso. La maestrina della penna rossa. Invece, ma non so cosa voglia dire, Nemo afferma di leggere i libri solo per la forma, il contenuto non gli interessa…Io rimango col De Sanctis, adesso antico De Sanctis. E tu trovi più facile distinguere? Sai, io capisco cosa vuoi dire: la forma sarebbe il modo di porgere una storia, può anche interessarti solo la storia anche scritta male se magari trovi dei dati che ti interessano, per me per es. la memoria di un paziente. Certo è un bel rompicapo: dobbiamo passarlo a Diletta Luna e poi, se ci vuole spiegare, a Giorgio. Il racconto nel suo contenuto (…) l’ho un po’ cambiato, ma credo che non te ne accorgeresti, poche cose. ciao ma belle, se riesci a leggermi prima di Natale…allora tanti auguri!

  2. nemo scrive:

    Bello, ma com’ è poi finito il concorso ‘voci di donne ‘ ?

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