ELIO RISPONDE AD UNA MIA LETTERA IN CUI GLI CHIEDO SE POSSO ANDARLO A TROVARE/ 2003

 

São Paulo, luglio 2003

 

Cara Chiara,

 

la morte di Doro (il suocero) é stata una brutta sorpresa: era stato operato e sembrava star bene,

quando all’improvviso tutti i famigliari sono stati chiamati.

Sono accorsi tutti, Doro era molto amato e tutti hanno pianto per lui.

 

La morte é sempre una nemica inaccettabile, ma nel caso di Doro sembrava lontana

perché Doro era pieno di vita e di argomenti, e forse la morte avrebbe potuto aspettare

un attimo – quando lui fosse pronto per morire e lui non lo era mai e cosí il Dorinho

restava con noi per sempre.

 

E invece no, la morte é venuta a riscuotere: lo ha lasciato recitare la sua parte fino alla

fine e poi, il sipario. Tu reciti la tua parte, sei sul palcoscenico ma non dimenticare

che nella vita, non ci sono prove, non ci sono bis. Se hai un amico, alla fine qualche

applauso. Davvero la vita non ha ritorni Bruna, é un viaggio di sola andata.

 

Non penso molto alla morte, perché penso molto alla vita.

 

Questa strana fiamma che é dentro di me ed é anche nel moscerino nero che ieri

si posava sul bidet bianco al mio fianco mentre io ero seduto sul vaso.

Svolazzava sul bidet e non voleva uscire e io lo spingevo perché subito dopo avrei

usato il bidet e lo avrei affogato. E lui niente, non voleva uscire.

Era vivo esattamente come me, e non aveva idea di cosa stava accadendo.

 

Ma mi domando: e io ho idea di cosa sta accadendo attorno a me?

 

A volte cerco di conversare con la morte, di trattare con lei, con poco successo:

la morte é reale e la realtá non ha sogni.

La realtá non sa sognare. Non é capace.

Ma, se penso alla morte sempre mi viene in mente quel verso bellissimo e terribile :

verrá la morte e avrá i tuoi occhi, e non ho mai capito se é una crudele vendetta

o il lamento di un amore impazzito.

 

Non vorró morire, sta tranquilla, ho pensato di uccidermi (fa sorridere vederlo scritto)

dopo la UTI (camera di rianimazione) all’ospedale, quando mi sono reso conto della

realtá,ma ormai

ho cambiato idea. Tranquilla.

 

Ma come amo le tue lettere, amo come scrivi, le cose che dici le cose che “mi”dici.

Le poesie di Prevert, ma tu ricordi proprio tutto. La “pietas “.

A volte penso che é un compito che ti saresti proposta – chissá perché – quello

di rallegrare il tuo vecchio zio, adesso che é seduto sulla panchina di riserva, spero

di no, ma comunque sia, spero di ricevere altri e-mails tuoi.

Sono tutti riuniti in un blocco – quelli che ho salvato – e li tengo tutti assieme, come

pagine di un libro che cresce ogni volta che mi scrivi, un romanzo scritto solo per me

che solo io posso capire per davvero.

 

Mi dici, mi scrivi che vorresti venire a vedermi , e come vorrei vederti, sdraiati calma-

mente in quelle sere d’estate quando il giorno non finisce mai e il mare vicino ci man-

da l’odore salato delle onde che si rompono sugli scogli.

Vorrei tanto vederti, ma non vorrei che tu mi vedessi.

Come Cyrano di Ronstand preferisco non essere visto, a dire il vero neanche ascoltato

con la voce che mi ritrovo, mi va bene essere letto in questi e-mails.

 

Sono come Greta Garbo che, invecchiata ha coperto tutti gli specchi di casa, scherzo,

in realtá mi sento come la sfinge delle piramidi che é distrutta lentamente dal tempo

dalla pioggia, dalla sabbia e dal vento, ogni giorno un poco, é chiaro che sto

scherzando su un argomento serio, serissimo.

Ma é vero, sto andando a pezzi ogni giorno un poco.

Vieni, amore bello, ma é un pessimo investimento: se vuoi posso, come dice la ballata,

piangere un fiume sulla tua spalla, vuoi ? e allora ascoltami:

Quando arriverai non potró sorriderti perché si é rotto l’incisivo sinistro e, se sorrido, si vede una grossa finestra nera. Pare che siano i rimedi che stanno consumando i miei denti sono scuri e orribili – e allora niente sorriso.

Dovró stringerti la mano con la sinistra, perché la mano destra non si apre bene e le dita rimangono aperte in uno strano ventaglio.

Avró al naso il caterer con l’ossigeno perché ho stupidamente fumato e i miei polmoni

non riescono piú a raccogliere l’ossigeno dell’aria.

Quattro volte al giorno devo fare il bi-pap una macchina che mi mette una maschera e che respira per me: aiuta i polmoni obbligandoli ad aprirsi: ogni volta dura da trenta minuti a

un’ora e quasi sempre mi addormento durante il bi-pap, dev’essere perché mi sento

cullato o qualcosa del genere. I vecchi si addormentano facile.

Per altre quattro volte devo fare inalazioni, e rimango mezz’ora ogni volta con la mascherina sulla bocca e sul naso.

Quando non ho bi-pap e non ho inalazione la fisioterapeuta approfitta per farmi fare

un’ora di esercizi .

Una volta alla settimana viene il medico, un’altra volta viene l’infermiera capo e ogni

tanto appare un’altra infermiera che viene a prendere sangue per far esami.

Naturalmente dobbiamo aggiungere il tempo per prendere lo spavento di rimedi che

mi danno, opportunamente divisi durante tutta la giornata.

Nel frattempo faccio il bagno, con l’aiuto dell’infermiera e la barba, sempre con aiuto,

a proposito sai come si dice far la barba in gergo medico ? Si dice tricotomia facial,

spaventoso, vero? Sembra una laparatomia.

Siccome ho avuto e ho trombosi nelle due gambe, le gambe si gonfiano a volte per

via della cattiva circolazione (cattiva circolazione per colpa del mio cuore che, imper-

donabile, ha perso il ritmo e non pompa piú come dovrebbe ) e allora devo mettere

le calze elastiche, ma non so metterle da solo ed é un lavourá de pulin, che l’infermie-

ra deve fare per via che la pelle delle mie gambe é estremamente vulnerabile e se

non fanno attenzione possono lacerare la mia pelle e allora é sangue da tutte le parti.

Questo sangue é dovuto al fatto che per evitare nuove trombosi il medico ha ricettato

un rimedio che diluisce il sangue e, naturalmente, se mi ferisco é una noia.

Per evitare i gonfiori e sopratutto per evitare che i miei polmoni si riempiano di liquido

(quello che il cuore non sa far circolare) prendo potentissimi diuretici che mi fanno

urinare tutti i momenti – quando sto benino vado nel bagno ma quando il fiato é corto

mi alzo in piedi, e faccio pipi ( Gesú, pipi..) in un aggeggio chiamato papagaio (papagallo),

chissá perché. Quando ho finito, l’infermiera mi da un pezzetto di carta igienica

per asciugarmi, io le do il papagaio e lei va a svuotarlo, azione che, sempre nel gergo

professionale, si dice “desprezar ” (disprezzare). Immagina, desprezar la mia pipi……

Ho riletto: se ti é sembrato molto, pensa che ho lasciato fuori un mucchio di piccoli

dettagli che mai avrei pensato che avrebbero avuto importanza, ma che ora devo

prendere seriamente in considerazione: tipo cosa fare se improvvisamente manca

la luce, oppure l’interruttore della luce é troppo lontano, oppure é finito il micropor

che uso per fissare l’uripen (uripen, é una specie di preservativo – ben piú robusto –

che metto di notte per non dovermi alzare tutti i momenti a far pipí sempre dovuto ai

diuretci ) naturalmente questo uripen é collegato con un tubo a un serbatoio che

rimane sotto al letto.

Per non parlare dello stesso uripen (chiaro, é urina + pene ) che é mal fabbricato,

quello importato costa troppo caro dal punto di vista degli assicuratori, e che, prima

d’essere infilato deve essere svolto interamente per poi tornare a volgere corretta-

mente e, finalmente, usarlo. E per non parlare delle mie lotte col catarro che non

vuole uscire, e il mio diaframma non riesce a far forza per metterlo fuori con un

potente colpo di tosse: tu non hai idea di come mi sento felice quando riesco a

mettere fuori un bel catarro, é una tristezza, amore mio, cose che non si dicono e

meno ancora si scrivono, é tutto triste……ma é tutto vero.

 

Chiara, mia dolce amica, capisci perché ho paura che tu mi veda?

 

Se tu mi vedessi, se restassi un poco con me, soffriresti al vedere come é ridotto

il tuo Elio, e immagina come io mi sentirei vedendoti desolata.

Ricorda quell’Elio fascinoso che vive nella tua fantasia e nella tua memoria.

E nella mia fantasia.

Ma se, non ostante la mia dettagliata esposizione del nuovo Elio, se per

caso, nonostante tutto ancora avrai voglia di venire a vedermi, vieni corren-

do amore bello, che staró sulla porta di casa, con le braccia aperte, aspet-

tandoti, aspettandoti, aspettandoti………….

 

Io sto bene, nel pezzetto di mondo e di vita che mi é rimasto e che diminuisce

ogni giorno un poco, sotto i miei occhi. Ma in questo piccolo spazio dove non

ci si puó muovere, la mia immaginazione occupa tutto, e sono il re.

É quando ti scrivo e tu sei qui davanti a me, e mi vedi come sembro quando

leggi le mie lettere, e non come sono mentre le scrivo. E mi sorridi con molta

dolcezza e amicizia. Cosí vicina, che potrei toccarti allungando la mano.

Cosí va bene, teniamoci cosí, vicini perché ci riconosciamo, perché vogliamo

essere vicini, Chiara e Elio due vecchi amici, amici antichi. Va bene ?

 

Due o tre volte nelle tue lettere ti domandi e mi domandi cosa ci sará dopo la

vita, ed é qualcosa che anch’io, come tutti, mi chiedo.

Mi chiedo : ma chi o che cosa ha fatto tutto questo mondo e l’universo?

Ma poi penso che questo concetto che le cose debbano avere un autore é un

concetto tipicamente della nostra civiltá cartesiana dove causa ed effetto sono

legate e hanno, per noi, un senso.

E se esistesse un’altra realtá dove questi concetti non esistono e non operano ?

E allora tanto vale aspettare e vedere cosa succede. Se succede.

L’ipotesi peggiore é che non succeda niente.

 

E mi parli della tua vita con M., di come state dolcemente invecchiando in-

sieme, e il ritratto che mi fai é molto bello e sono molto contento per voi e con voi.

M. é stato molto importante nella tua vita; ricordo l’affetto e il coraggio con

cui ha affrontato la tua malattia tenendoti per mano. Non é stato facile.

Sei guarita perché sei stata forte abbastanza per affrontare la tua malattia e

vincere la tua battaglia e poi perché sei stata sapientemente guidata, suppongo,

da medici e psichiatri, ma certamente M. ha avuto una parte fondamentale.

 

M. é stato una roccia, anche se non ne ha il biotipo.

Ha sempre avuto un concetto estremamente personale sulla responsabilitá.

Ricordo quando ha deciso di abbandonare l’Universitá d’Architettura e

i professori sono venuti a cercarlo a casa, perché non volevano perdere

un alunno come M., e tutti i B. erano costernati e, riuniti in consiglio,

decidono che io ero l’incaricato di fargli cambiare idea.

Allora io chiamo M. e gli chiedo come mai vuole lasciare la facoltá.

E lui mi dice che ormai era troppo vecchio per continuare a fare lo studente

che aveva giá l’etá per lavorare (non ricordo assolutamente che etá avesse)

e per mettere su una famiglia.

Nella foga oratoria ricordo che mi ha detto che poteva fare qualsiasi lavoro

anche lo spazzino.

Cosa si puó dire a uno studente di architettura che vuole diventare spazzino ?

Gli ho detto, guarda Mario che uno spazzino col diploma di architetto gua-

dagna di piú di uno spazzino senza diploma.

E non é che M. ritorna all’universitá e si laurea ?

M. non mi ha mai confidato se il mio argomento lo ha convinto, né io glie

lo ho mai chiesto ma io mi diverto a pensare d’averlo persuaso con la mia logica

impeccabile.

Spero che adesso non venga a dirmi che non é vero, che non si ricorda piú,

o altre insolenze del genere.

Miei cari Chià e Ma – si dice cosí ? Adesso vi saluto e vado a dormire.

Fra qualche giorno arriveranno P. e B., alti belli e simpatici.

Sono i miei figli, li amo molto e vorrei tanto somigliare a loro.

com muito amor e carinho Elio.

 

 

 

São Paulo, luglio 2003

 

 

Cara Bruna,

 

la morte di Doro é stata una brutta sorpresa: era stato operato e sembrava star bene,

quando all’improvviso tutti i famigliari sono stati chiamati,

Sono accorsi tutti, Doro era molto amato e tutti hanno pianto per lui.

 

La morte é sempre una nemica inaccettabile, ma nel caso di Doro sembrava lontana

perché Doro era pieno di vita e di argomenti, e forse la morte avrebbe potuto aspettare

un attimo – quando lui fosse pronto per morire e lui non lo era mai e cosí il Dorinho

restava con noi per sempre.

 

E invece no, la morte é venuta a riscuotere: lo ha lasciato recitare la sua parte fino alla

fine e poi, il sipario. Tu reciti la tua parte, sei sul palcoscenico ma non dimenticare

che nella vita, non ci sono prove, non ci sono bis. Se hai un amico, alla fine qualche applauso. Davvero la vita non ha ritorni Bruna, é un viaggio di sola andata.

 

Non penso molto alla morte. perché penso molto alla vita.

 

Questa strana fiamma che é dentro di me ed é anche nel moscerino nero che ieri

si posava sul bidet bianco al mio fianco mentre io ero seduto sul vaso.

Svolazzava sul bidet e non voleva uscire e io lo spingevo perché subito dopo avrei

usato il bidet e lo avrei affgato. E lui niente, non voleva uscire.

Era vivo esattamente come me, e non aveva idea di cosa stava accadendo.

 

Ma mi domando: e io ho idea di cosa sta accadendo attorno a me?

 

A volte cerco di conversare con la morte, di trattare con lei, con poco successo:

la morte é reale e la realtá non ha sogni.

La realtá non sa sognare,. Non é capace.

Ma, se penso alla morte sempre mi viene in mente quel verso bellissimo e terribile :

verrá la morte e avrá i tuoi occhi, e non ho mai capito se é una crudele vendetta

o il lamento di un amore impazzito.

 

Non vorró morire, sta tranquilla, ho pensato di uccidermi ( fa sorridere vederlo scritto )

dopo la UTI all’ospedale, quanddo m isono reso conto della realtá,ma ormai

ho cambiato idea. Tranquilla.

 

Ma come amo le,tue lettere, amo come scrivi, le cose che dici le cose che “mi”dici.

Le poesie di Prevert, ma tu ricordi proprio tutto. La “pietas “.

A volte penso che é un compito che ti saresti proposta – chissá perché – quello

di rallegrare il tuo vecchio zio, adesso che é seduto sulla panchina di riserva, spero

di no, ma comunque sia, spero di ricevere altri e-mails tuoi.

Sono tutti riuniti in un blocco – quelli che ho salvato – e li tengo tutti assieme, come

pagine di un libro che cresce ogni volta che mi scrivi, un romanzo scritto solo per me

che solo io posso capire per davvero.

 

Mi dici, mi scrivi che vorresti venire a vedermi , e come vorrei vederti, sdraiati calma-

mente in quelle sere d’estate quando il giorno non finisce mai e il mare vicino ci man-

da l’odore salato delle onde che si rompono sugli scogli.

Vorrei tanto vederti, ma non vorrei che tu mi vedessi.

Come Cyrano di Ronstand preferisco non essere visto, a dire il vero neanche ascoltato

con la voce che mi ritrovo, mi va bene essere letto in questi e-mails.

 

Sono come Greta Garbo che, invecchiata ha coperto tutti gli specchi di casa, scherzo,

in realtá mi sento come la sfinge delle piramidi che é distrutta lentamente dal tempo

dalla pioggia, dalla sabbia e dal vento, ogni giorno un poco, é chiaro che sto

scherzando su un argomento serio, serissimo.

Ma é vero, sto andando a pezzi ogni giorno un poco.

Vieni, amore bello, ma é un pessimo investimento: se vuoi posso, come dice la ballata,

piangere un fiume sulla tua spalla, vuoi ? e allora ascoltami:

Quando arriverai non potró sorriderti perché si é rotto l’incisivo sinistro e, se sorrido, si vede una grossa finestra nera. Pare che siano i rimedi che stanno consumando i miei denti sono scuri e orribili – e allora niente sorriso.

Dovró stringerti la mano con la sinistra, perché la mano destra non si apre bene e le dita rimangono aperte in uno strano ventaglio.

Avró al naso il caterer con l’ossigeno perché ho stupidamente fumato e i miei polmoni

non riescono piú a raccogliere l’ossigeno dell’aria.

Quattro volte al giorno devo fare il bi-pap una macchina che mi mette una maschera e che respira per me: aiuta i polmoni obbligandoli ad aprirsi: ogni volta dura da trenta minuti a

un’ora e quasi sempre mi addormento durante il bi-pap, dev’essere perché mi sento

cullato o qualcosa del genere. I vecchi si addormentano facile.

Per altre quattro volte devo fare inalazioni, e rimango mezz’ora ogni volta con la mascherina sulla bocca e sul naso.

Quando non ho bi-pap e non ho inalazione la fisioterapeuta approfitta per farmi fare

un’ora di esercizi .

Una volta alla settimana viene il medico, un’altra volta viene l’infermiera capo e ogni

tanto appare un’altra infermiera che viene a prendere sangue per far esami.

Naturalmente dobbiamo aggiungere il tempo per prendere lo spavento di rimedi che

mi danno, opportunamente divisi durante tutta la giornata.

Nel frattempo faccio il bagno, con l’aiuto dell’infermiera e la barba, sempre con aiuto,

a proposito sai come si dice far la barba in gergo medico ? Si dice tricotomia facial,

spaventoso, vero? Sembra una laparatomia.

Siccome ho avuto e ho trombosi nelle due gambe, le gambe si gonfiano a volte per

via della cattiva circolazione ( cattiva circolazione per colpa del mio cuore che, imper-

donabile, ha perso il ritmo e non pompa piú come dovrebbe ) e allora devo mettere

le calze elastiche, ma non so metterle da solo ed é un lavourá de pulin, che l’infermie-

ra deve fare per via che la pelle delle mie gambe é estremamente vulnerabile e se

non fanno attenzione possono lacerare la mia pelle e allora é sangue da tutte le parti.

Questo sangue é dovuto al fatto che per evitare nuove trombosi il medico ha ricettato

un rimedio che diluisce il sangue e, naturalmente, se mi ferisco é una noia.

Per evitare i gonfiori e sopratutto per evitare che i miei polmoni si riempiano di liquido

( quello che il cuore non sa far circolare ) prendo potentissimi diuretici che mi fanno

urinare tutti i momenti – quando sto benino vado nel bagno ma quando il fiato é corto

mi alzo in piedi, e faccio pipi ( Gesú, pipi..) in un aggeggio chiamato papagaio,

chissá perché. Quando ho finito, l’infermiera mi da un pezzetto di carta igienica

per asciugarmi, io le do il papagaio e lei va a svuotarlo, azione che, sempre nel gergo

professionale, si dice “desprezar ” Immagina, desprezar la mia pipi……

Ho riletto: se ti é sembrato molto, pensa che ho lasciato fuori un mucchio di piccoli

dettagli che mai avrei pensato che avrebbero avuto importanza, ma che ora devo

prendere seriamente in considerazione: tipo cosa fare se improvvisamente manca

la luce, oppure l’interruttore della luce é troppo lontano, oppure é finito il micropor

che uso per fissare l’uripen ( uripen, é una specie di preservativo – ben piú robusto –

che metto di notte per non dovermi alzare tutti i momenti a far pipí sempre dovuto ai

diuretci ) naturalmente questo uripen é collegato con un tubo a un serbatoio che

rimane sotto al letto.

Per non parlare dello stesso uripen ( chiaro, é urina + pene ) che é mal fabbricato,

quello importato costa troppo caro dal punto di vista degli assicuratori, e che, prima

d’essere infilato deve essere svolto interamente per poi tornare a volgere corretta-

mente e, finalmente, usarlo. E per non parlare delle mie lotte col catarro che non

vuole uscire, e il mio diaframma non riesce a far forza per metterlo fuori con un

potente colpo di tosse: tu non hai idea di come mi sento felice quando riesco a

mettere fuori un bel catarro, é una tristezza, amore mio, cose che non si dicono e

meno ancora si scrivono, é tuttotriste……ma é tutto vero.

 

Bruna, mia dolce amica, capisci perché ho paura che tu mi veda?

 

Se tu mi vedessi, se restassi un poco con me,soffriresti al vedere come é ridotto

il tuo Eliano, e immagina come io mi sentirei vedendoti desolata.

Ricorda quell’Eliano fascinoso che vive nella tua fantasia e nella tua memoria.

E nella mia fantasia.

Ma se, non ostante la mia dettagliata esposizione del nuovo Eliano, se per

caso, non ostante tutto ancora avrai voglia di venire a vedermi, vieni corren-

do amore bello, che staró sulla porta di casa, con le bracvcia aperte, aspet-

tandoti, aspettandoti, aspettandoti………….

 

Io sto bene, nel pezzetto di mondo e di vita che mi é rimasto e che diminuisce

ogni giorno un poco, sotto i miei occhi. Ma in questo piccolo spazio dove non

ci si puó muovere, la mia immaginazione occupa tutto, e sono il re.

É quando ti scrivo e tu sei qui davanti a me, e mi vedi come sembro quando

leggi le mie lettere, e non come sono mentre le scrivo. E mi sorridi con molta

dolcezza e amicizia. Cosí vicina, che potrei toccarti allungando la mano.

Cosí va bene, teniamoci cosí, vicini perché ci riconosciamo, perché vogliamo

essere vicini, Bruna e Eliano due vecchi amici, amici antichi. Va bene ?

 

Due o tre volte nelle tue lettere ti domandi e mi domandi cosa ci sará dopo la

vita, ed é qualcosa che anch’io, come tutti, mi chiedo.

Mi chiedo : ma chi o che cosa ha fatto tutto questo mondo e l’universo?

Ma poi penso che questo concetto che le cose debbano avere un autore é un

concetto tipicamente della nostra civiltá cartesiana dove causa ed effetto sono

legate e hanno, per noi, un senso

E se esistesse un’altra realtá dove questi concetti non esistono e non operano ?

E allora tanto vale aspettare e vedere cosa succede. Se succede.

L’ipotesi peggiore é che non succeda niente.

 

E mi parli della tua vita con Mario, di come state dolcemente invecchiando in-

sieme, e il ritratto che mi fai é molto bello e sono molto contento per voi e con voi.

Mario é stato molro importante nella tua vita; ricordo l’affetto e il coraggio con

cui ha affrontato la tua malattia tenendoti per mano. Non é stato facile.

Sei guarita perché sei stata forte abbastanza per affrontare la tua malattia e

vincere la tua battaglia e poi perché sei stata sapientemente guidata, suppongo,

da medici e psichiatri, ma certamente Mario ha avuto una parte fondamentale.

 

Mario é stato una roccia, anche se non ne ha il biotipo.

Ha sempre avuto un concetto estremamente personale sulla responsabilitá.

Ricordo quando ha deciso di abbandonare l’Universitá d’Architettura e

i professori sono,venuti a cercarlo a casa, perché non volevano perdere

un alunno come Mario, e tutti i Bardelli erano costernati e,riuniti in consiglio,

decidono che io ero l’incaricato di fargli cambiare idea.

Allora io chiamo Mario e gli chiedo come mai vuole lasciare la facoltá.

E lui mi dice che ormai era troppo vecchio per continuare a fare lo studente

che aveva giá l’etá per lavorare ( non ricordo assolutamente che etá avesse)

e per mettere su una famiglia.

Nella foga oratoria ricordo che mi ha detto che poteva fare qualsiasi lavoro

anche lo spazzino.

Cosa si puó dire a uno studente di architettura che vuole diventare spazzino ?

Gli ho detto, guarda Mario che uno spazzino col diploma di architetto gua-

dagna di piú di uno spazzino senza diploma.

E non é che Mario ritorna all’universitá e si laurea ?

Mario non mi ha mai confidato se il mio argomento lo ha convinto, né io glie

lo ho mai chiesto ma io mi diverto a pensare d’averlo persuaso con la mia logica

impeccabile.

Spero che adesso non venga a dirmi che non é vero, che non si ricorda piú,

o altre insolenze del genere.

Miei cari Chià e Ma – si dice cosí ? Adesso vi saluto e vado a dormire.

Fra qualche giorno arriveranno P.e B., alti belli e simpatici.

Sono i miei figli, li amo molto e vorrei tanto somigliare a loro.

com muito amor e carinho Elio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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