(lavori in corso) SULLA DEPRESSIONE: “CARO ALEX O MAX…” (da “COME HO IMPARATO A LAVORARE E COME LAVORO”)

 

 

14 – 2 – ‘96

 

I

 

 

Caro Alex o Max, come preferisci tu… Vorrei più di tutto parlarti di speranza, dirti con forza che nella nostra malattia si guarisce.

Ma non ce la faccio.

E per questo preferisco non incontrarti, non continuare più insieme il nostro lavoro, a cui pure tenevo tanto.

 

Per te, più di tutto, era importante guardare in faccia qualcuno che c’era riuscito, toccare con mano che “era possibile”, nonostante le difficoltà.

Ti ero stata presentata dal Prof. Zapparoli, tuo analista, come un “malato guarito”.

 

Mi hai visto, mi vagliavi ad ogni istante – questo esame mi era palese – e non mi disturbava.

Ero felice di dirti nei fatti: ” Dai, ce la faremo, tutti insieme, tu ed io con il tuo terapeuta.”

Eppure, tu non lo sai, ma quando ci siamo incontrati io ero già in depressione.

Quella depressione che, per distinguerla da quella che hanno più o meno tutti in certi momenti della loro vita, chiamo depressione psicotica.

 

Per chiamarla così ho dalla mia i sacri testi, ma tu hai sempre avuto fastidio del linguaggiare  psichiatrico, le spieghe non ti hanno mai interessato.

Dallo studio del Professore ci erano stati forniti dei films bellissimi che rappresentavano storie di pazienti, con il dialogo puntuale di ciascuno con il proprio terapeuta,

ma tu non volevi vederli, ti stufavi alla prima scena.

 

Volevi un incontro, qualcosa che accadesse tra persone vive.

 

Eri così immerso in te stesso e nella tua ricerca che non ti sei accorto della mia depressione, anche se mi hai voltato e rivoltato come un guanto.

Per prima cosa hai voluto sapere della mia prima crisi.

L’idea che avessi spezzato il collo di una bottiglia in una pizzeria e che fossi stata internata dalla polizia legata per tre ore su un ambulanza a gridare che mi liberassero, ti ha convinto subito.

“E’ dei nostri”, hai mormorato a te stesso quasi inaudibile.

Ero stata cioè abbastanza malata, come eri tu – così devi aver pensato – per prendere in considerazione la mia guarigione.

Da quel momento non ti ha più interessato niente della mia storia e abbiamo cominciato a parlare solo di te.

 

Non te l’ho mai chiesto, ma per me sei uno che legge i fumetti.

Forse ti ricorderai di quella vignetta  di Schulz in cui Lucy (quando fa l’analista) dice a Charlie Brown “Hai la testa rotonda…hai la testa rotonda…cicca cicca, cicca cicca, cinque cents”.

E lui: “Non è per la testa rotonda, ma sono quei cicca cicca che mi fanno veramente male”.

Ecco, non ti ho detto che non ti sei accorto della mia depressione per farti “cicca-cicca, tu non hai capito niente, come dice la canzone…”, ma per dirti una cosa.

 

Te la dirò, ma non so di preciso quando, più che parlare mi sento parlata. Dal mio inconscio naturalmente.

 

Non so se tu ci crederai, se è qualcosa che farà parte della tua esperienza. Ma gli psicotici hanno, per così dire, fatto fare un “boom” al loro inconscio,

hanno  rotto le barriere tra il conscio e l’inconscio, quando il delirio si è insinuato come parte reale della loro vita quotidiana, quando un bisogno della loro fantasia è diventato un fatto di percezione.

Questo lo capisci bene.

Io sostengo – certo più che della mia mente non posso parlare – che questa

barriera, non si riforma più.

Ti salto i numi tutelari della psicoanalisi che ne hanno parlato, tanto quello che

ci tengo a dirti, non è nei libri. O forse, da quello che c’è nei libri, si potrebbe

concludere una cosa in cui io credo profondamente: psicotici si nasce, si

diventa, e psicotici si muore.

 

Come vedi, faccio fatica a tenere anche mezzo filo, troppe cose si affastellano e vorrei dirtele tutte contemporaneamente.

Sai, quelli che sono sopravvissuti al coma, dicono tutti che, in quello spazio siderale dove si trovavano, uno sapeva – immediatamente – i pensieri dell’altro.

Ecco io vorrei poterti parlare così.

Da quando ho perso questa barriera di contatto – o forse ero così anche prima? – ho sempre avuto l’inconscio in gola.

Non so quando ti dirò quella cosa che voglio dirti: io, appena, sono attenta ai miei stati d’animo e mi abbandono ad un ritmo che è anche un discorso.

E’ il discorso del dialogo, del costituirsi di un io mentre si costituisce un tu, e viceversa: prima della relazione non c’è né io né tu (Martin Buber, 1923). E’ come dire che ti formi solo con un altro.Trascrivo appena quello che sorge dentro di me nel parlare con te.

Siamo tu ed io che parliamo, questo è importante.

Io sto con te e tu con me, e tu mi suggerisci tanto quanto “mi” parlo io.

 

Non scrivo questa lettera per mandartela: troppo, immagino io, sarebbe il tuo stupore, dopo tanto tempo. Solo che la lettera  è  vera, io scrivo proprio a te, Alex, e passo queste ore con te. E – tu non lo sai, e forse non lo saprai mai – tu, queste ore, le passi con me.

 

II

 

Non so se hai voglia di avventurarti in quelle lande, ma vorrei tornare a quell’immaginaria barriera tra conscio e inconscio.

Anche tu non ce l’hai.

Quando mi hai detto che, in depressione, uno è sbattuto contro una parete e un camion gli arriva addosso e lui non può difendersi perché non vede, l’ho saputo con certezza.

 

Oggi ti posso confessare che allora ho subito pensato: non vede, perché non vuol vedere, si abbandona alla malattia invece di combatterla, invece di raccogliere tutta la sua energia per scendere in armi contro un nemico che lo vuole uccidere.

 

Per “buon senso” o umiltà – l’unico ingrediente che ritengo fondamentale in una terapia – non te l’ho detto e l’ho indovinata.

Dopo qualche mese la mia depressione è peggiorata per circostanze ambientali – dico così in polemica con lo psichiatra che preferisce parlare di depressione endogena – al punto di dover mollare il lavoro.

Proprio nell’altro Natale riuscivo solo a stare a letto in preda a quella terribile sensazione che tu mi avevi comunicato.

 

E’ vero che non vede, ma perché non può vedere, anche questa capacità gli è tolta.Vorrei poterlo ridire: anche questa capacità gli è tolta.

Un’impotenza così assoluta è difficile immaginarla, ma tu l’hai descritta magistralmente.

 

Ci tenevo a dirtelo. Per questo ti avevo comprato i racconti dell’orrore di Poe, per  dirti che c’è un altro che sa trovare le parole come te…!

Te l’avrei dati al mio ritorno, il mio ritorno che non è avvenuto e che ora non avverrà mai più.

“Non è stata in grado di reggere questo lavoro”, sono parole senza appello.

 

Così, e neanche questo hai saputo, tu hai passato il Natale con me.

Tu, lo sapevo, eri a sciare con tua sorella, ma con me ci stava quella parte dolorante e oscura di Max.

E la cullavo come cullavo la mia.

 

 

III

 

 

Con tanti anni di terapia analitica alle spalle e con non so quanti davanti, e le medicine, s’intende, non ho mai pensato di costruirmi questa  barriera, di cui sapevo l’esistenza teorica.

Ammesso che sia possibile costruirla in una terapia.

Questa mancanza l’ho preferita usare come una risorsa.

Con il  tempo mi sono abituata a guardare il mio mondo interno come un altro guarda l’esterno, ha sempre dell’incredibile, un intero mondo sommerso, e io mi sento sempre all’avventura come Ulisse che non riesce a ritornare a Itaca.

 

E’ forse per questo semplice filo di ricerca che non smetterò di essere psicotica‚ è una cosa un po’ oscura e forse non riuscirò a spiegarmi.

Non smetterò di essere psicotica perché non si può.

Lo dirò per piccole briciole, forse alla fine sarà chiaro, piccole briciole come mi vengono.

E’ anche possibile che non risulti chiaro, ma comincio da qui.

 

Vedi, io non ho davanti un modello possibile.

 

C’è una persona a me molto vicina, e che ho potuto osservare per lungo tempo, una bravissima persona,  perfettamente ben adattata alla realtà, realizzata negli affetti, nel matrimonio, nel lavoro, e oltretutto, sempre contenta e soddisfatta di sé.

 

Invece il suo mondo interno è ridotto ad un buco di gallina a forza di negarsi e mutilarsi, tagliare via da sé quello che le dà fastidio  o  che può metterla in crisi o farla soffrire.

 

Un infinito mondo sommerso su cui galleggia un piccolo salvagente di coscienza che la tiene a galla.

 

Certo, nessuno è realmente così, io sto caricaturando o facendo un “modello” utile per spiegarmi.

Questo ci tengo a dirlo, perché non mi sento in grado di parlare proprio di nessuno, non riesco a farlo di me, figurati di un altro, io parlo solo di fantasmi della mia mente, non di persone reali e conosciute.

 

Sono conscia di avere una “messa a fuoco” sul mondo particolarmente circoscritta.

Ma, secondo me, gli psicotici sono persone che ci hanno provato a…  quali parole usare?

Tutte sono troppo inflazionate, abusate per dire il contrario e io non so inventarne di nuove…

 

Diciamo a vivere, diciamo ad essere “io” e a riconoscersi  davvero in questa emissione di voce.

Se ripenso alla mia vita da bambina, da ragazza, mi è chiaro che ho sempre saputo che cosa mi andava bene e che cosa anelavo:

 

“un vestito di misura…”

 

E per questo “sapere” ho vissuto  una lotta costante con la famiglia, con la scuola, a volte con gli amici… in seguito è stata la volta dei movimenti politici, dei partiti, dei professori d’Università e, dopo ancora, del marito, della figlia…

Ero sempre un po’ fuori, non analoga…

 

 

 

Il mondo esterno mi ha sempre offerto un vestito e io passavo il tempo a dire:

“Non è mio, non lo voglio, sto senza vestito piuttosto”.

 

Il risultato si è visto: un ospedale psichiatrico.

Ma non volevo aggiungere quest’ultima cosa come un destino.

 

Io ho chiaramente scelto il mondo interno rispetto a quello esterno e il risultato non può che essere la pazzia.

 

Ho scelto per scelta obbligata, non potevo che fare così, quello che mi proponevano, la società intera, non mi apparteneva.

 

Avevo la pretesa di avere un vestito “mio”.

 

Sentivo di averne diritto.

 

Ma è anche una bella pretesa.

Secondo me non sbagliano quei clinici che, a proposito di malattia in genere, parlano di incapacità dell’organismo di “adattarsi a quello che l’ambiente umano e sociale offre loro”.

La malattia mentale in tutte le sue forme differenti (alcoolismo droga dipendenze varie, quando “eccessive”: -gioco-sesso- cibo- soldi- musica- aldilà, eccetera), originano a mio modo di vedere da una specie di artesclerosi della mente, troppo attaccata a sé, che le impedisce un adeguamento spontaneo a quello che si ritrova come suo habitat.

Come tu sai ancora meglio di me, tu che da un giorno all’altro te ne sei scappato in India mollando tutto quello che avevi raggiunto, alla base della malattia mentale c’è sempre “il gran rifiuto” (Dante) del mondo che ci è capitato.

Prima che malati, siamo a-sociali: noi siamo come quelli che dormono per le strade, vivono ubriachi persi, vanno in carcere per piccole cose. Anche la malattia mentale è una maniera (“passiva” ed egocentrica) per lottare contro questa società: “Sapete che vi dico? Io non ci sto”, e magari si suicida.

La tua vita in India era qualcosa diverso da un lentissimo suicidio?

Ti sei fermato prima: sei venuto a casa e ti sei fatto ricoverare. La tua forza di vita ha parlato più forte. Quella vita che io vedo brillare nei tuoi occhi, nella bocca, dappertutto, quando scoppiamo a ridere insieme come due monelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV

 

 

 

 

 

Perché, ad un certo punto della mia vita, questa bisogno sia diventato il valore più importante, inderogabile, non lo so.

 

 

Sono convinta che esista gente nel mondo che riesce a salvaguardare il mondo interno e il mondo esterno.

Ma io non ne conosco, non conosco questa perfezione.

E poi la mia vita di malata mi ha portato ad vivere come in una tana.

 

 

Dal piccolo buco da cui guardo, mi pare che tutti hanno, chi più chi meno, dovuto imbrattarsi, falsare i propri sentimenti, farsi dei bisogni fittizi come fare un mucchio di soldi, avere potere…

 

Ma, nel frattempo, il mondo interno diventa stretto come una tagliatella.

 

 

Quando avrò la morte davanti – e l’immagino proprio come le raffigurazioni dei libri – cosa le dirò?

 

 

Certo arriverà diversa per ognuno di noi, ma la mia – lo so da sempre – mi chiederà:

“Hai vissuto la tua vita, quell’unica scintilla che era tua e di nessun altro, o hai vissuto la vita di un altro?”

 

 

 

La domanda è un po’ surreale, ne convengo, chi mai riconoscerebbe di vivere la vita di un altro?

Ma succede.

 

 

 

 

 

V

 

 

 

 

 

Senza paura di annoiarti, visto che non leggerai mai questa lettera, trascrivo un pezzo di quaderno, aperto proprio a caso, tanto il tema era costante.

E’ del ’66, avevo ventidue anni.

 

 

“Al cinema, all’improvviso, è stato detto dentro di me: “Ma io non voglio vivere”.

Per questo, avrei così bisogno di qualcosa di bello, che vuol dire di “mio”,  avrei bisogno di un vestito fatto sulla mia misura.

 

Questi che porto, quelli che la realtà mi cuce addosso, mi vanno così stretti, strani.

 

Qualcosa di “umano” cui aggrapparsi, qualcosa che ti faccia sentire un essere umano, che non so bene cosa significhi, ma è qualcosa di diverso dal sentirsi una cosa, un oggetto che passa senza significato per nessuno né per se stesso.

 

Vivrò uno spazio di tempo di questo secolo e sarà come se non ci fossi stata.

 

Il nulla, prima, dopo, durante.

 

Con un bisogno di grandezza dentro che non riesce a spegnersi, a rassegnarsi allo squallore quotidiano.

 

Abituarmi a vivere con nessuno dalla mia parte, perché sono parte a me stessa, e non piace neanche a te la parte che hai…come potrebbe un altro venire con te, guardarti con simpatia?”.

 

 

Oggi, rileggendo dopo tanti anni ( adesso ne ho cinquantatre ) mi appare chiaro che nessuno “può essere parte a se stesso”, dovrebbe essere un dio, e neanche Cristo, se è Dio, c’è riuscito, perché ha chiesto di essere liberato da se stesso.

 

Ma, a quanto pare, ero riuscita a fare un ghetto del mio “io” e lo ergevo contro il mondo, finché poi, anche questo muro è crollato.

 

 

Io non ho il minimo dubbio di aver avuto un paio d’occhiali sbagliati, ma mi chiedo:   intorno a me chi c’era?

Mi  dirai: chiunque ci fosse, pazza sei diventata tu.

E questo è vero.

 

 

Con difficoltà, mi sforzo di dire che ci sono dei valori negli psicotici (non solo in loro, per l’amor di dio, ci sono in tante altre persone) che forse varrebbe la pena tenere fermi come valori.

 

Forse non sono in tanti quelli che se li ricordano oggi…

Valori quali l’onestà, la coerenza con se stessi, la serietà, la capacità di fare un lavoro che non porta lucro, la gratuità…

 

 

Oggi finalmente anche nella terapia si riparla di “persona”.

 

Non tutti sanno ancora trattare gli psicotici, e vederli, come persone.

 

Anche quando straparlano… anche quando non straparlano, ma la prolungata malattia li ha resi come ottusi, manierati nel continuo adattarsi agli altri, perché hanno imparato ad averne una sacra paura.

 

Trattare un malato di mente come una persona, con pieni diritti di persona, è già una terapia, perché gli restituisci proprio quello che, con la malattia, ha perso.

 

 

Se pensi ad un malato come un tu con cui entrare in dialogo, qualcuno che può darti una visione dell’essere che tu non hai…della fragilità dell’esistenza…

 

Qualcuno che ha un’esperienza dell’inconscio che tu non hai…qualcuno che si mantiene vivo solo per curarsi, senza volersi suicidare…e alla forza che questo comporta…allora non è difficile vederli come persone.

 

Delle persone come te.

 

 

 

Ma tu queste cose le sai tanto quanto me.

Non è a te che le dico e non so neanche a chi le dico.

Certo nessuno ha bisogno delle mie parole.

 

Improvvisamente, mi sono data il diritto di parlare e sai…che non riesco a smettere?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VI

 

 

 

 

 

Tu come stai oggi?

Oggi, proprio adesso, in questo attimo del giorno?

Vediamo lo stesso cielo di Milano.

 

Avrai imparato a parlare di religione, o sei ancora convinto che questo tuo interesse ti porti al delirio?

 

Me n’è rimasto come un dolore di non averti potuto aiutare a vivere questo tuo bisogno evidentissimo.

Non ne potevamo neanche parlare, tu non volevi.

Perché per te religione e pazzia erano equivalenti.

 

 

Tu non mi hai mai chiesto del mio delirio.

A te non interessavano i deliri degli altri e se è per questo non ti interessava neanche il tuo.

 

Eri stato un anno in clinica.

Ne avevi visti troppi.

 

Forse ti annoiava la ripetitività che caratterizza ogni delirio.

 

Mi hai detto che il più gettonato era sempre Cristo.

Lo dicevi bene, ridendo.

 

 

A differenza di me ( nella mia storia i periodi di mania e di depressione sono sempre stati ben definiti ) a te succedeva spesso – durante la depressione – di avere momenti di mania.

 

Non riuscivi a sopportare quell’immagine svilita di se stessi che si ha nella depressione, avevi come bisogno di tirar su la testa da quella melma, fosse pure per poco.

 

Se tu potessi affrontare questo tuo bisogno religioso…

 

Se le medicine e la terapia ti mettessero in grado di ascoltare questo tuo anelito alla trascendenza, avresti la soddisfazione di vivere qualcosa che per te è importante.

E questo ti aiuterebbe nella malattia.

 

 

Queste mie parole non ti raggiungeranno mai, e anche se ti raggiungessero, non sapresti cosa farne.

 

So bene che non serve a niente raccontare il finale del film, uno vuol sapere appena qual è il gradino che viene immediatamente dopo, per poter proseguire.

 

E il tuo gradino utile non lo so.

So solo che non dovresti avere così tanto panico di questo tua necessità di oltrepassare la realtà terrena.

 

E fin qui ci arrivi da solo.

 

Quello che mi chiedi è : “Come fermarsi ?”

E questo proprio non lo so.

 

Forse il tuo non è solo un bisogno di infinito, ma è il desiderio che è infinito.

 

Allora in questa tua ricerca non puoi fermarti perché tutto quello che raggiungi ti rimanda a qualcosa che è ancora al di là.

 

E perdi il terreno che hai sotto i piedi.

 

Arrivi in lande sconfinate dove la ragione non sa avventurarsi.

 

Dove la coscienza si sminuzza in quello spazio infinito.

 

Per fermarti, diventi tu l’Essere al quale tendevi.

 

E’ questo il tuo modo di salvarti.

 

Solo che entri in delirio.

 

 

 

 

 

 

 

Ti dicevo che non ho un modello.

 

Non riesco neanche ad immaginarlo.

 

A me serve un modello di persona malata e sana.

Ma non ne conosco.

Mi spaventa anche un po’.

 

Non so come ci si debba sentire.

Come sarebbe vivere questa duplice identità.

 

Tu, per adesso, non puoi aiutarmi.

 

In me è appena un’intuizione che va e viene.

E che mi sgomenta un po’.

 

Ho appena alcuni frammenti che non riesco a comporre.

Ho bisogno di tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VII

 

 

 

 

 

 

Eri stato anche in India, da cui eri tornato molto malato.

Eri stato direttore di una ditta.

Fidanzato.

Tutto per benino.

 

Quando hai mollato tutto e sei partito.

 

 

Avevi vissuto molto più di me, nonostante la tua malattia.

Ma non ho saputo approfittarne.

Non sapevo, allora, che avevo bisogno di un altro come del pane.

 

 

Ami ancora le donne anoressiche?

Non credi sia questo il tuo modo di corteggiare la morte?

 

 

Io ho passato quelle vacanze di Natale così, devi prenderlo alla lettera.

 

Un abisso buio dovevo volevo ingoiarmi e subito a questo  si sovrapponeva  l’immagine di mia figlia che piangeva, quasi senza poter respirare, quella sera che aveva intuito che volevo suicidarmi.

 

Ho passato il tempo in questa continua ginnastica.

Quindici giorni a Sanremo, con un cielo bellissimo che non riuscivo a vedere.

Non c’era nessun “tu” possibile al mondo a cui potessi raccontarlo, allora ho scritto una preghiera.

Più sinceramente ho parlato con Dio.

 

Non si può far capire a nessuno che vogliamo ammazzarci.

Bisogna farlo e basta.

Questo l’ho imparato.

 

Penso però di stare meglio di depressione perché in questa “realtà” si è insinuata l’idea che forse vedo così tutto buio per la malattia.

Prima era così e basta.

 

E’ come quando ti vengono i primi dubbi sul delirio : “Ma sarà possibile che sia  davvero così?”.

 

Il delirio torna, ma una piccola breccia si è aperta, qualche percezione di realtà si intrufola e poi ci pensa lei, come un piccolo roditore, a smantellare a poco a poco il delirio.

 

Lei,  la realtà, che è sempre più forte di qualunque costruzione delirante, io l’accolgo come un’amica, perché so che lei lavora per me.

 

Proprio perché può perdere il contatto con il mondo, credo che non ci sia nessuno più appassionatamente innamorato della realtà dello psicotico.

 

Lui è andato fino in fondo al pozzo, fino all’ultima delle croste terrestri e testardo e impunito  ci ha sbattuto la testa, e la testa si è rotta.

Così ha capito.

 

Ha capito che la realtà è più dura e che non ha scelta.

Non sarà mai la realtà ad adeguarsi alla sua testa, ma lui dovrà adeguarsi alla realtà.

 

Forse non sarò chiara in quello che dico, ma il suicidio è proprio l’ultimo grido di questa ostinata volontà di rimanere fedeli a se stessi.

 

Forse il grido di un’onnipotenza che si smarrisce in se stessa.

E cerca un confine che la limiti.

 

Un grido sterile lanciato in un teatro dove il malato è l’unico attore e

l’unico spettatore.

 

Dice un’ultima volta, e per sempre, “no” alla realtà.

 

Ma è anche una violenta accusa, di cui può non essere consapevole, perché in quelle regioni gelate dove si è inoltrato non esistono più esseri umani, solo ombre.

 

Forse conosci queste lande sterili, da cui è così duro risalire.

 

Implicitamente dice a tutti: “Come vivete voi, io non ci posso vivere”.

 

Qualcuno aggiungerà: “Siete voi che non me lo permettete”.

 

Qualcuno che crede piamente che in questo mondo, essere fragile, dovrebbe essere un diritto da tutelare.

 

Perché si fanno tanti gabinetti per handicappati, quando poi nessuno li tollera?

 

E nessuno tollera – non dico un malato di mente perché questo si capisce – ma uno che semplicemente soffre.

 

“Perché ci rovina le nostre feste”.

 

Bisogna nascondersi per soffrire.

 

Oggi la gente ha il terrore della sofferenza.

In questo mondo non c’è più posto per la morte,  per la vecchiaia, per il dolore.

 

Perché questa mitizzazione dei bambini?

E dei giovani, della vitalità, dell’efficienza?

Questo fanatismo per la salute?

 

Abbiamo dimenticato il nostro lato d’ombra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIII

 

 

 

 

 

 

Parlando, mi perdo in cose che  non possono interessarti… il potere che hanno oggi i giovani, i beniamini del mercato, e dei genitori che li ricoprono di soldi.

 

Tu non mi capiresti perché tu sei giovane ed eserciti questo potere sui tuoi genitori.

E tu, poi, ne senti uno speciale diritto che è necessario comprendere.

 

Tu li accusi della tua malattia e non te ne vai di casa, anche se avresti l’età per farlo.

Perché devi vendicarti di loro, costringerli a vivere in una perenne atmosfera di accuse e di minacce.

 

Devi render loro la vita impossibile come ritieni abbiano fatto con te fin dall’infanzia.

Fin da quell’estate quando ti hanno mandato in un asilo in Germania. Senza che tu conoscessi una parola di tedesco.

E per tre mesi.

Senza venire mai a prenderti nonostante i tuoi continui pianti al telefono.

 

 

Io non parlo di te, non mi permetto.

Parlo di me.

 

Questo arroccarsi così violento su infanzie disastrate è anche un modo per sfuggire alle nostre responsabilità di oggi.

 

Oggi non siamo più quei piccoli bambini impotenti.

Quel tempo è trascorso e non ritorna più.

 

Siamo noi che lo facciamo diventare un presente.

Ma ci serve come un paravento.

Per non vedere che oggi abbiamo un terreno solo nostro verso il quale abbiamo delle precise responsabilità.

 

Questo vivere nel passato ci annulla il tempo vivo, nel quale esistiamo.

 

E’ vero che non c’è tempo presente, se non c’è l’idea di un futuro possibile.

 

Per noi il futuro è solo uno spazio buio in cui si sente angoscia.

Perché è una copia del presente e del passato.

 

Non viviamo nel presente, perché un presente non ce l’abbiamo.

 

Per questo è così importante curarci.

Con le medicine e con la terapia.

 

 

E’ la terapia che può restituirci un tempo vissuto, nel quale presente, passato e futuro esistano in una dimensione fluida.

 

Solo la terapia che può darci una presenza buona dentro di noi, una presenza che ci faccia sentire accettati e voluti.

 

E’ lì l’anello da cui partire.

Un anello fissato ad una roccia.

Siamo dei naufraghi che devono aggrapparsi a qualcosa che li tenga.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IX

 

 

 

 

 

Se si acquista questo anello, si può accedere ad una pazzia privata.

Si impara a sapere dove delirare e dove no.

Dove lamentarsi nella depressione e dove no.

 

 

E questa è una grande liberazione.

Si sente molta solitudine.

 

Ma abbiamo quella presenza buona dentro di noi con cui stare.

 

Si sfugge all’ambiente che è intorno a noi.

Dove ognuno si mobilita secondo i propri problemi.

E accresce la nostra angoscia.

 

Uno spazio libero da interferenze.

 

E’ sempre un’illusione per un malato riversarsi nell’ambiente.

Perché allora si vuole quella persona, lì, in quel momento e in quel modo preciso, di cui abbiamo bisogno.

 

Ma le persone non sanno.

Non immaginano neanche.

 

Con gli anni ho imparato che possiamo capire solo quello che abbiamo vissuto.

E’ una tremenda limitazione.

Ma è così.

Ed è così per tutti.

 

 

 

 

 

Se abbiamo questa presenza dentro di noi, la solitudine non spaventa più.

Perché ne vediamo i vantaggi.

 

 

 

 

Quando ho imparato una pazzia privata, ho dovuto fare una scelta di campo.

 

Mi sono trovata davanti una società in miniatura, quella dei malati, una società che conoscevo e da cui mi sentivo accettata.

 

E un’altra, la società, di cui non conoscevo le abitudini acquisite, il linguaggio, i riti.

 

Ho dovuto capire che tutta la realtà è una realtà sociale.

E che esiste una precisa distinzione tra privato e pubblico.

 

Una realtà sociale con gesti sedimentati da secoli, dura come una pietra.

Alla quale ci si può solo adeguare.

 

Ma senza quella presenza buona dentro di noi, la pazzia privata diventa un puro apprendimento esteriore, una buona educazione.

 

Che ti porta dei vantaggi, ma non ti permette un contatto con gli altri.

Continui a sentirti isolato.

Emarginato.

 

Più difficile è affrontare la pazzia privata per curarla.

La mia è ancora lì.

Ho bisogno di tempo.

 

Nel mondo inconscio non c’è la nozione di tempo.

Forse per questo tutto ha bisogno di un tempo infinito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

X

 

 

 

 

Vorrei poterti rivedere.

E vederti curato.

Vorrei che mi dicessi: “Oggi non ho più bisogno delle sue stupidaggini”.

 

 

 

 

Ma so che succederà.

Succederà per te e per me.

E per tanti altri.

 

Adesso dovrei dire:” Amen”.

Perché la mia è una preghiera.

 

 

 

 

 

 

 

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One Response to (lavori in corso) SULLA DEPRESSIONE: “CARO ALEX O MAX…” (da “COME HO IMPARATO A LAVORARE E COME LAVORO”)

  1. nemo scrive:

    Non so se si possa solo capire ‘quello che abbiamo vissuto’. Fortunatamente, esistono i poeti ….

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