MI PRENDE UNA RIVOLTA COSI’ PROFONDA…

 

…nel senso che proviene dalle più antiche radici di me stessa  (dall’infanzia) quando sento gente che sta bene, ed è sempre stata bene, agi, comodità e “servitù!”, a volte gente che di suo lavora duro e, però,  vede la pila dei dobloni salire, altre volte gente  “schiva-magaiu” (magaglio) che potendo resterebbero in panciolle, dicevo, quando sento questa gente “piscinsciare” o risparmiare sul lavoro altrui: (“Più di così non ti posso pagare!”, sottinteso: “o è così o ci fai un giro”…)

io mi sento male. E’ un male di una una grave malattia.

Adesso ho imparato a tacere perché, quando è gente della mia età -è una cosa grossa quella che dico, ma è così- ho proprio verificato che è così- : “sento che è come se fossimo di razze diverse” (avrei dovuto dire “antropologicamente diverse” per accedere alla parte colta della società).
Tu parli e loro “non capiscono”, “ti trovano fuori luogo”, come minimo “eccessiva”, con la variante-litania : “Vedrai che quando ne avrai bisogno tu non troverai nessuno a darti un soldo”. (detto in coro, zia e nipote).

Se la persona è giovane, invece, ti auguri che in seguito la vita le insegni: ho rinunciato a combattere l’arroganza della gioventù (tutta la gioventù, da Neanderthal in poi? O i giovani di oggi ci mettono qualcosa in più, dovuto alla cultura che hanno respirato e respirano? Alla situazione del mercato del lavoro? Al distacco dalla Politica, quella vera che ci rende “cittadini” e non sudditi?).

Ho rinunciato a combattere con i giovani che frequento (degli altri non so) perché sono persone per le quali:

“il mondo è nato quando sono nati loro, la storia non esiste, prima di loro il deserto siderale. Loro ovviamente sono nati “imparati” (quel breve che hanno vissuto è l’assoluto) e soprattutto con il diritto di “protagonisti”.

Di conseguenza, se non c’è un “prima” di te fatto di gente che ha lottato per imparare e ha tramandato questo sapere,  è scomparsa soprattutto la figura del “Maestro” , fondamentale nella cultura sia occidentale che orientale; e che, almeno per me, vorrei dire per tanti di noi, ha avuto un enorme importanza. Adesso vi schianto con il mio sapere “up-to-date”! Eccolo: loro hanno solo rapporti orizzontali cioè i coetani sia singoli che in gruppo,  questi sono i loro “modelli”  e solo loro ascoltano. Non tollerano né autorità né autorevolezza; neanche lo Stato con le sue leggi, la Costituzione (un robo ammuffito di topi), sono punti di riferimento. Rimanendo alla superficie, questo lo so, non posso però non osservare che gli ipermercati, e strade di negozi, dove passare il fine settimana sembrano parte essenziale della vita.

r me era essenziale impadronirmi delle esperienze di vita altrui, anche i libri, ma stavo meglio con persone vive che mi raccontavano la loro storia. E anche oggi sono rimasta così.

Anch’io sono stata giovane e arrogante, almeno con mia madre: una volta mi ha detto: “Troverai qualcuno che ti farà abbassare ‘sto becco”, lasciandomi umiliata forse perché le davo in fondo ragione, ma anche per una forma cattiva di dirlo.

Però era una previsione: altro che becco mi ha abbassato la malattia mentale! Mi sono ritrovata per terra a strisciare come un verme.

E’ però possibile che ora, che da molti anni sto meglio, e vivo, più o meno, come chiunque altro, è possibile che il becco mi torni!

Mi ha impressionato leggere stamattina l’articolo  che ho pubblicato con il titolo “Nella mente  del dittatore” o della “Personalità Autoritaria”: mi ha colpito vedere che questa gente  usa sempre la prima persona: io io io io io io…proprio come faccio…io (qui, “io”, ce lo devo mettere per il senso!)

Alla fine della prima stesura del libro, tutti questi “io-io” mi hanno impressionato male e mi ero decisa a toglierli tutti. Non l’ho fatto perché il giudizio avuto dalla psicoanalista (“non si capisce niente”) mi aveva indotto ad abbandonare questo progetto, anche se poi ho reagito mettendomi a riscriverlo. Ma tutti questi benedetti “io-io” sono rimasti.

Adesso dovrei farlo con blog. Toglierli tutti.

Ma c’è una storia dietro questi “io” che se permettete vorrei raccontarvi.

Comincio  con il confessarvi che, dopo la malattia (la prima crisi), pur con tutto ‘sto “becco” che a quanto pare mi ritrovavo, sono stata maneggiata in lungo e in largo esattamente come si fa con un pacco.

” E tu?”, era una frase che non esisteva.

Ma soprattutto “chi non esisteva” ero io.

Avrei avuto bisogno di qualcuno che mi facilitasse essere, che mi lasciasse uno spazio dove a poco a poco  avrei potuto trovare le condizioni per esistere.

Ma quando tutti agiscono al tuo posto...e fanno loro le cose che toccherebbe fare a te, in più tu stai male, intuisci che le funzioni del tuo io (pensare, prendere decisioni ecc.) si stanno  atrofizzando ma non sai cosa fare.. In queste condizione, che bisogna immaginarsele bene, rimane quasi impossibile lottare contro questa marea montante… di Persone Cosiddette Altruiste. Su questo argomento ho pronto in testa un articolo che si intitolerà: “Che bello quando troveremo dei mente-catti negli scaffali del supermercato”.

B.B. ha detto: “sono stata violentata dalla bontà”. E’ una vera violentazione, ma “bontà” no. Se mai, disprezzo. Ne parleremo. Ma adesso, se lo trovo, vi mostro invece un capitolo di felicità quando per la prima volta mi hanno trattato come un soggetto. Avevo cinquant’anni, una vita.

 

Riporto questo capitolo anche se leggendolo l’ho trovato scialbo soprattutto perché il linguaggio è “troppo generico”. C’è voluto molto tempo a “prendere distanza” emotiva da questa esperienza (la malattia), anche se – la distanza- era l’unica condizione che mi avrebbe permesso di scoprire un linguaggio, come dire?…oh! aspettate ho il verbo giusto, così lo usiamo per una volta non abbracciato a crisi, come d’obbligo: sentite: “un linguaggio che morde”! come vi sembra? “Morde” in questo caso significa “specifico, concreto, che prende il lettore”. Mah! Parlate o fidi!

 

 

LX

 

Quando sono ammattita l’ultima volta, sono andata da sola dallo psichiatra e poi dal mio terapeuta.

 

Mi sono sentita trattata come una persona.

Una persona responsabile.

Hanno parlato con me.

Nessuno si è sognato di chiamare la mia famiglia o parlato di internarmi.

 

Era la prima volta che dei professionisti mi trattavano così.

Non avevo mai visto, neanche nei vari ospedali, trattare un matto come una persona.

 

Solo mia madre l’aveva fatto nell’ultima crisi in Brasile.

 

Aveva chiamato lo psichiatra, ma mi aveva avvisato e io l’avevo ricevuto bene.

 

Era successo con lei tutto diverso dalle due crisi precedenti, parlo sempre del  Brasile, quando, lo psichiatra,  me l’hanno messo davanti improvvisamente…come se volessero farmi una grossa sorpresa: io ero già traballante, e questo modo di procedere della mia famiglia (marito ecc.), a cui-di nascosto-aveva partecipato anche la mia analista, mi ha completamente stramazzato. Forse per voi non è facile rappresentarvelo, l’esperienza è molto lontana, ma vi posso testimoniare che è un atto di violenza inaudita.

Che testimonia solo la paura di chi la commette. La paura del matto. La paura che questi risvegli la loro parte “matta”. Se non l’ha già risvegliata quando decidono questo tipo di provvedimenti.

Quelli presi con me, e penso anche ad un caso cui ho assistito, alcolismo, il parente ha fatto il ricovero coatto. Questo povero cristo è stato trascinato via di peso dagli infermieri senza dirgli nulla.  Come è avvenuto per me, a Milano, la  prima volta, quando la polizia chiamata dal padrone della pizzeria, mi ha consegnato di peso al personale dell’ambulanza per ricoverarmi. Nessuno mi ha interpellato. Lì sono diventata ufficialmente, pubblicamente  “un pacchetto”.

Con mia mamma, invece,  non mi sono sentita violentata e ho reagito  come una persona responsabile che parla calmamente, e ascolta cosa ha da dire lo psichiatra.

Mia madre non aveva voluto internarmi, sapendo che trauma era per me. Le altre volte ero sempre stata ricoverata.

Si era assunta lei la responsabilità di stare con me, senza infermiere.

Un po’ mi lasciava delirare, un po’ mi diceva: ” Dai, giochiamo a carte”, una valanga di partite a scopa e briscola noiosissime.

All’epoca, mia madre, aveva già passato gli ottant’anni.

Ma era una persona forte, coraggiosa, intelligente, capace di lottare.

E, poi, mi conosceva e mi amava. Voleva cioè evitarmi del male inutile pagando di persona cioè mettendo la sua persona a disposizione per aiutarmi.

 

 

Tornando al ’94 , a Milano, anche M. (mio marito), mi aveva trattato come una persona.

Mi aveva accompagnato dal terapeuta, ma era rimasto fuori.

Non è facile raccontare quanto bene mi ha fatto questo modo di trattarmi.

Ha senz’altro fatto decidere la mia parte sana a restare con me. Mi sono convinta che non dovevo liberarmene mai più, perché cominciavo a vederne i vantaggi  che, poi, per me erano “l’aria che mi permette di respirare”:

la libertà di occuparsi di se stessi, di prendersi la responsabilità di sé.

Era un’esperienza nuova ed io, nonostante il delirio, che all’epoca, non era ancora stabile, ero ansiosa di apprendere.

Al vedermi trattata così, ero rimasta allibita, come qualcuno davanti a qualcosa che pensava non potesse mai succedere.

Qualcosa che era l’opposto di tutta la mia esperienza passata.

 

Nell’ultima telefonata, prima di partire per il mare, lo psichiatra mi aveva addirittura detto: “ Se a lei sembra di star meglio, diminuisca pure le medicine a suo criterio”.

Valeva la pena tenermi stretta la mia parte sana, quella che mi aveva fatto andare dallo psichiatra e dal terapeuta spontaneamente.

Non volevo più ascoltare il canto delle sirene, così affascinante, che mi chiamava nella terra dei malati.

Era una decisione che dovevo prendere. Una svolta nella mia vita.

Valeva la pena rinunciare ad un’identità già pronta, sedimentata da tanti anni, ma da malata.

All’epoca avevo già cinquantanni.

Valeva la pena lavorare per formarsi un’identità di stigmatizzata abbastanza sana.

Valeva la pena…

E’ straordinariamente importante che i terapeuti o la famiglia portino il malato a questa decisioni di campo, a considerare vantaggi e svantaggi della malattia e della sanità. Ma non solo per loro: gli adolescenti, per crescere, devono intravvederne i vantaggi, e anche tutti noi dobbiamo vedere i vantaggi di fare della nostra vita una ricerca. Altrimenti ti piazzi, alla nostra età, davanti alla TV come principale esperienza di vita, una vita virtuale.

 

NOTA di Chiara importante.

Spero di riuscire a raccontarvi in seguito che sto ancora lottando per uscire dalla posizione “pacco” o pacchetto, cui era stata confinata la mia esistenza: la lotta con l’ambiente circostante adesso è letteralmente “al coltello” e dovrei essere abbastanza matura per introdurre una gradualità, una posizione mia più amena:perché persone che si erano sentite forti in quanto proprietari di un altro, devono piano piano trovare un’altra ragione, una diversa utilità basata su loro  stessi.

E per tutti, persone di età e meno vecchi, fosse solo per abitudine di vita (ma è ben di più), rimane molto difficile rinunciare a delle facilitazioni, tra l’altro enormi, che li facevano sentire “degni di stima” davanti a tutti senza doversi rimboccare le maniche.

Per questo, quell’opposizione che ricevo ad ogni mio movimento autonomo (prima ascolto i diversi consigli), mi obbliga ad una lotta molto dura anche con me stessa: non devo mollare. Ma “rassicurare” queste persone che il mio affetto non cambierà. Anche se.. a volte vorrei urlare con lingue di fuoco che bruciassero  il mondo per l’ingiustizia  che la mia vita ha subito. E un’altra vita non ce l’avrò.

Come avrete notato, l’articolo ha cominciato con un argomento e finito con un altro. Finito non è finito. Dovrei ammettere che, per me, oggi dire “io” è  un’attività compensatoria dei buchi del passato e gratificante. Sarà un  esercizio di rafforzamento di un io che è stato negato per oltre trent’anni? Eh sì, perché essere un pacco è una storia vecchia vecchia in quanto è cominciata a quindici anni dopo una crisi seria. Il prossimo anno ne faccio 68.

Fate voi i conti di quanto tempo sono vissuta come oggetto invece che come soggetto o persona.

 

 

 

 

 

 

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One Response to MI PRENDE UNA RIVOLTA COSI’ PROFONDA…

  1. nemo scrive:

    Sì, hai ragione ‘da vendere’. L’ ingiustizia sociale ( famigliare compresa ) verso i ‘deboli’ ( gli ammalati lo sono al sommo grado ) è stata ( e sicuramente ancora è ) grande, ‘irrisarcibile’. L’ ignoranza e la presunzione ( anche ‘scientifica’ ) sono ‘criminogene’. A chi è ‘sopravvissuto’ a tutto ciò ( e tu lo sei ) è augurabile di riuscire ad ‘alleggerire il vascello della memoria’ per una vita serena, oggi ( nonostante il triste passato ).

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