(in lavori) NELL’AUGURARVI OGNI BENE MINIMO MASSIMO E INTERMEDIO, VI INVITO A PASSARE CAPODANNO SULLA SPIAGGIA DI RIO DE JANEIRO DOVE SONO STATA NEL LONTANISSIMO 1963 (19 ANNI)

preparazione dei fuochi d’artificio

 

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La spiaggia di Rio  (quattro chilometri di sabbia e questa notte quattro chilometri di fuochi)

la spiaggia di Copacabana

 

Prima di partire dovete sapere che là è estate (è luglio) e, se volete proprio stare nella tradizione, dovreste vestirvi di bianco e anche le scarpe dovrebbero essere bianche in onore della dea Jemanjà, regina del mare e grande madre.

Quando le popolazioni africane sono state deportate dai portoghesi in Brasile (così chiamato da un legno rosso come “brasa” – o ceneri di ancora rossastre  – molto pregiato in Europa), fu loro proibito di rivolgersi ai loro dei e fu loro inculcata la religione cattolica come l’unica permessa.

Questa gente per sopravvivere operò quelle che tecnicamente si chiamano “contaminazioni” (almeno credo), cioè sovrapposero agli dei cattolici (totalmente nuovi per loro, e nei quali forse non potevano riporre alcuna fiducia non avendoli mai “visti all’opera”) i loro dei africani.  Ogni figura amata e adorata del cattolicesimo diventò allora una specie di bambola russa che la apri e trovi un’altra bambola, in questo caso, quella per loro principale.  Così la Vergine Maria, da loro considerata uno dei tanti dei del cielo cattolico, venne a rappresentare Jemanjà, la loro dea  madre incarnata dal mare.

Adesso siamo sulla spiaggia di Rio: il mare è tutto pieno di fiori bianchi – perché bianco è il colore della dea –  fiori che ognuno getta sulla schiuma delle onde, esprimendo (immagino) un desiderio.

fiori per Jemanjà

Se è come allora, nel ’63’, sulla spiaggia, ognuno per conto suo o in gruppo costruisce un altarino con offerte di frutti, fiori e candele accese, presso il quale prega: anche questa è un’usanza “miscelata”, come vedete.

Ma se potete distogliere un attimo il vostro sguardo dal mare e da questi gentili riti antichissimi, vi “scontrate” (l’impressione mia è stata questa) con i grattacieli lussuosi di Copacabana: per alcuni, come è stato per me, il disorientamento può essere grande perché non ce la fate assolutamente a congiungere questi due mondi se non a livello di chiacchiere turistiche.

Ma veniamo al sodo: prima cosa le foto per ambientarvi e già le state vedendo, e adesso l’essenziale – che per un brasiliano è sempre la musica.

Ho scelto per voi un sambao (sul dittongo “ao” c’è una till, in italiano tilde, che vi obbliga a fare un suono nasale simile ad “album” in francese), che è un samba- sempre maschile, non sbagliatevi!-… che più samba non si può! Sambao, infatti, è l’accrescitivo di “samba”!

 

A pochi metri dall’ambiente lussuoso di Copacabana, vi mostro una delle tante favelas (baracche) situate proprio dietro questo palcoscenico.

 

 

 

In una di queste mi ci sono trovata per un intero pomeriggio quando, accompagnata da M. (marito in seguito), siamo rimasti seduti su un prato ad osservare per varie ore il trasmigrare della luce su un piccolo lago o “lagoa” e nel cielo. Una bellezza indicibile che ho ancora nel cuore, ma allora si miscelava allo stupore perché “in vita mia”! non avevo ancora incontrato qualcuno (M.) che stesse ore e ore a contemplare l’acqua e la luce e senza dire la minima parola. Per dare l’idea posso aggiungere che “non lo si sentiva neanche respirare”.

All’imbrunire il mio compagno si è come ridestato da quel suo sogno privato, forse ricordandosi il pericolo che correvamo e di fretta mi ha fatto alzare per prendere la corriera che portava all’albergo.

Appena sulla strada una pistola argentea, illuminata dai raggi del sole calante, anche prima di vedere il ragazzone che me la puntava, mi ha lasciato allibita dallo stupore. Dovete pensare che pochi giorni prima avevo lasciato l’Italia e Milano.

Il mio accompagnante ha preso uno spavento tale, capendo molto meglio di me la situazione, che in un baleno è arrivato in fondo alla strada e l’ho visto fare segnali disperati, ma invano, ad una macchina che passava.

Questo ragazzo ed io ci guardavamo entrambi stupiti, entrambi in silenzio, entrambi immobili, e nei miei occhi che lo guardavano in modo franco negli occhi scuri, c’era un punto interrogativo…- è stato un tempo lunghissimo, come immaginate, pur-credo io-non essendo passati che pochi minuti –

La mia immobilità e ancor più il rumore della macchina che si cominciava a sentire in fondo alla strada, hanno fatto sì che il ragazzo scappasse a gambe levate, come si suol dire, sparendo nella favela senza neanche che me ne accorgessi.

E’ finalmente passata la corriera e siamo saliti trovando entrambi posto a sedere: quando M. era già accomodato, è salita una persona anziana, forse l’ho guardato per… perché mi ha detto  brusco: “Se ti credi che mi alzi per far sedere quella signora, ti sbagli di grosso!”.

Gli ho chiesto in seguito di fermarsi ad un bar per bere un cognac…erano questa la formula magica di casa mia dopo un qualunque incidente: “Presto presto un po’ di cognac” con voce- finta-sto-per svenire-, ma evidentemente le mie abitudini di casa non coincidevano con quelle di M. perché senza enfasi mi ha risposto: “Berrai un bicchier d’acqua in albergo”.

Ed io mi sono dovuta accontentare di un po’ d’acqua e niente romanzi.

 

spiaggia di Grumari, la più bella di Rio

 

 

 

 

 

 

qui si vede un minuscolo pezzetto di quella incredibile pavimentazione che percorre la spiaggia intera: solo un popolo che ha inventato il samba, poteva a mio parere inventare un disegno così insinuoso e sculettante.

 

Vi invito a leggere un raccontino infantile, ancor più infantile dell’età mia e dei tempi,  che è dei primi di gennaio 1964. Sono rimasta in Brasile fino a marzo, proprio quando è caduto il governo riformista di Goulart, durato circa tre-quattro mesi, e c’è stato il colpo di stato dei militari che, dal 1964, hanno governato fino al 1985. Nel frattempo, nel ’77 di gennaio ero tornata in Brasile per convolare a giuste nozze con il famoso M. che, per inciso, l’ultima cosa che aveva voglia di fare era infatti… “convolare”…Siamo tornati in Italia nell’ ’86 quando c’erano già state le prime elezioni democratiche dopo la dittatura. Come saprete non era la prima del Brasile: una lunga dittatura di tipo fascista, simile a quella di Peròn in Argentina, è stata quella di Getùlio Vargas,  al governo dagli anni trenta al ’45, e poi di nuovo dal ’51 al ’54 (tutto molto grosso modo).

 

05-12-64

 

” Io mi ricordo di Rio come di nessun’altra città. Ne ho un ricordo dolcissimo quasi l’avessi potuta assaporare intimamente….

E’ nel ricordo per me un che di azzurro e bianco visto attraverso la salsedine che si alza dal mare…Rio de Janeiro, Corcovado, Pao de açùcar…sono suoni incantati come io là fossi stata- e ricordo perfettamente che non era così- profondamente radiosamente serena.  Non so se avrò mai un ricordo più bello dell’Ourca (quartiere popolare un tempo abitato da M.), quel ragazzo che nella notte ha spiegato come andarci, le acque nere del mare, il giro della sabbia, i due poliziotti, il quartiere abbandonato, quel gruppo di persone incontrate attraversando la piazzetta, la scritta della via che non si leggeva, la casa, il cane che abbaiava, quel signore apparso alla finestra e M. quella sera, soprattutto M.
Per lui era una ricerca dei tempi perduti..che affannosamente non si lasciavano trovare nonostante tanta ostinazione…quasi si trattasse di ripescare nella memoria un mito…  E tutto per me  aveva un sapore  solo perché un poco ho potuto partecipare a quello che lui provava ritrovando quel posto della sua infanzia quasi cancellato; e così è stato altre volte come alla lagoa: un ricordo d’argento, di luce, di acque increspate sotto una pioggia leggera, subito cessata.  Questi ricordi così intimi e cari li devo a M. “

 

Rio, capodanno gay

 

Chiara, nota di oggi, 31 dicembre 2011, ore 23: 31

 

“Nel paese della retorica, il nostro, già dai primi  Novecento -retorica che viene dagli studi classici poi ingagliarditasi al massimo soprattutto con il lungo periodo del fascismo (programmi delle scuole, modo di parlare dei governanti e degli intellettuali…cultura arretrata…)…

dicevo, in queste paese benedetto dalle belle lettere dai tempi de’ Roma, tutti noi siamo nati scrittori, ed io, Chiara, “modestamente lo nacqui”.

E’ pertanto, e di conseguenza, che mi esibisco ai vostri occhi togliendo bende (sono proprio bende, non veli) che potrebbero celarvi qualche lato oscuro di me!

A me stessa, il mio lato più oscuro a tutt’oggi è la mia ingenuità. Così la chiamo, ma è ignoranza.
Ma non è stasera che vi racconterò quella famosa ingenuità che considero io stessa strabiliante:

 

l’ultima notte che passai in Brasile, in marzo prima di ripartire per l’Italia, M. nelle mie braccia, stesi su un divano di mia zia assai duro, semplici baci fino al mattino, e una sua mano come caduta sul mio seno sinistro…

Non ci crederete, ma ho passato anni a chiedermi: “Ma la mano gli sarà caduta lì per caso…oppure ha avuto il pensiero di sfiorarmi il seno?”

Dubbio che oggi, ormai del tutto smaliziata, come sicuramente avete già immaginato, mi pare anche legittimo dal momento che questa famosa mano lubrica è rimasta immobile per cinque- sei ore in quel preciso punto della stoffa, che era shantung bianco…quasi non respirasse (la mano, intendo)…

cosa dite voi?…paralizzata? E’ una possibilità: dovrò studiarci altri cinque-sei anni!

MA ATTENZIONE, TUTTI ATTENTI, TRA POCHI MINUTI SENTIRETE I BOTTI DI RIO CHE RISUONERANNO IN TUTTA LA BAIA FINO A VOI DOVUNQUE VI TROVIATE!

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