INFANZIA/ EREDITARIETA’ E AMBIENTE /// SECONDO IL PROF. PLACIDI, PSICHIATRA E CATTEDRATTICO A FIRENZE… ( artic. IN MODIFICA)

 

…”non è possibile sviluppare una malattia mentale solo per intervento dell’ambiente: è necessario avere un potenziale ereditario relativo a quella specifica malattia che avrà, però, bisogno di un habitat specifico per svilupparsi. Messe nelle stesse circostanze due ipotetiche persone, una si ammala e l’altra no perché hanno una diversa potenzialità a quella malattia, oltre che un diverso ambiente”.

 

In questo mio articolo che risale forse al ’96-97, e che fa parte della prima stesura del libro, quella bocciata dalla psicoanalista con un “non si capisce niente”, sembro credere che l’ambiente sia uterino sia quello dalla nascita, il tipo di accudimento ricevuto, l’abbandono eccetera, possano gettare lumi sull’origine della malattia.

Riconosco un potenziale ereditario: nella famiglia di mia mamma c’era chi era euforico chi depresso chi euforico e depresso secondo i momenti…Credo che tecnicamente si chiami carattere “ciclotimico”, dal greco (timos=organo sede dell’umore) e ciclo ossia l’umore va a periodi (cicli) che si alternano. Le persone che lo posseggono sono normali.

 

Nel mio caso, dopo aver ereditato un carattere ciclotimico, questo è diventato malattia mentale per quello che ho passato nella pancia di mia mamma e dopo la nascita. Certamente, oltre a mia mamma e a mio papà, c’ero io che vedevo l’ambiente “attraverso un colore” che mi era dato, prima ancora dell’esperienza uterina, dalla casuale mutazione che avviene al concepimento e che mi ha reso, come per tutti, un individuo unico. Questa la mia ipotesi nell’articolo che vi porgo oggi.

 

Le nuove scoperte genetiche (uno studio del 9 settembre 2010 pubblicato sul Journal of  Neuroscience di cui vi parlerò) sembrerebbero trovare qualche verità in questo mio testo nato però dalla semplice osservazione della mia esperienza.

Ma attenzione! Prima bisogna capire bene cosa dicono queste nuove ricerche sull’ereditarietà, bisogna sapere se sono state verificate anche da altri, e poi eventualmente vedere come applicarle al mio vissuto o a quello di altri.

 

Vi porgo con grazia questo vecchio testo senza attualizzarlo. Gradite leggerlo?

 

Premessa di allora.

Alcuni dati della mia infanzia permettono di capire, o almeno così mi pare, che l’ambiente e le esperienze hanno un ruolo altrettanto significativo del patrimonio genetico con cui nasciamo: non solo, ma da poco ho scoperto, e ve ne parlerò appena riesco a capirlo un po’ meglio, che già nella pancia della mamma e successivamente nel periodo dell’accudimento, le condizioni ambientali in cui si trova il feto o il neonato modificano i geni e questa modificazione diventa ereditaria.

Mi limito a far presente alcuni dati: il temperamento con cui sono nata, e che tende a percorrere “le vette più alte come le valli più fonde”, come dice Mario, andando per così dire a onde, è quello di mia madre. Lei ha comunque vissuto una vita perfettamente sana, in una sua altalena abbastanza equilibrata. La sua infanzia è stata però molto diversa dalla mia perché ha avuto dei genitori che l’hanno sempre accudita.

Nel mio caso, invece, la quasi assenza dei miei genitori, di mia madre in particolare, perché è di una madre che ho sentito terribilmente la mancanza, ha inciso su un temperamento già instabile in maniera irreparabile  Gli alti sono diventati altissimi e i bassi, bassissimi approfondendone gli squilibri perché mancava un centro unificatore della vita affettiva che all’inizio può essere funzione solo di un adulto.

Poi, la storia continua come per una piantina che nasce un po’ storta: crescendo, le storture si ingigantiscono e si mostrano a tutti. Raddrizzare le storture non si può più. Bisogna abituarsi a camminare abbastanza dritti, in un equilibrio tutto da inventare, nonostante i difetti di base, e non è così facile.

 

 

 

Nel delirio ritornavo bambina, sola e abbandonata a me stessa, a percorrere le strade della mia città, in quel giro obbligato che facevo ogni giorno da una famiglia all’altra, per vivere le storie di tante famiglie che, insieme, non ne componevano una.

 

Anche in questo percorrere casa dopo casa c’era divertimento e continue novità e anche qui dovevo essere buona e ubbidiente per essere accettata.

 

Questo girovagare quotidiano mi distraeva dal disorientamento di non avere una presenza a casa, i miei uscivano a lavorare molto prima dell’alba, anche la domenica, e rimaneva una ragazza per mettere a posto e far da mangiare.

 

Fino ai diciotto mesi mia madre era stata con me, allattandomi, c’era la guerra ed eravamo sfollati nell’entroterra.

 

Lei aveva una capacità di dedizione infinita, una dedizione intelligente, l’ho scoperto tanti anni dopo durante una leggera crisi di mania, anche se da bambina non l’avrei potuto immaginare.

 

In questo periodo si occupava di stare con me e di scappare dai bombardamenti da cui era terrorizzata. Non ha mai dormito svestita una volta per tutta la durata della guerra.

 

Questo panico arrivava fino a me, la mia vulnerabilità è cominciata lì.

 

 

Dal giugno del ’40, noi abitavamo quasi al confine con la Francia, mia madre doveva correre da un posto all’altro senza un momento di requie, e mio padre diceva sempre che avrebbe preferito essere in prima linea che doverle stare dietro.

 

Il medico che mi aveva fatto nascere, nel luglio del ’44, non aveva fatto in tempo a prendere i ferri che ero già nata, mi aveva chiamato “ il parto lampo” e io mi immaginavo in quella pancia, inondata di adrenalina, da cui avrei voluto scappare.

 

Quando avevo diciotto mesi, mia madre era tornata a lavorare con mio padre che aveva già ripreso il lavoro nel ’45. Avevano una ditta di esportazione di fiori, non avevano più soldi, persi durante la guerra in titoli di stato.

E mi aveva svezzato.

 

Era successo tutto insieme, avevo cominciato a mangiare cibi solidi e lei era sparita.

Quando tornava alla sera per la cena, ero già a dormire.

 

Tutto il mio mondo era sparito, quel sentimento di annichilimento che sentivo nelle crisi era antico.

 

 

 

 

Le ragazze che lavoravano in casa erano le mie vere amiche, con loro leggevo i giornali a fumetti con le storie d’amore, unica lettura che potessi fare perché i pochi libri che circolavano in casa, “ In famiglia”,“ Senza famiglia”, mi facevano piangere già dall’inizio.

 

Le ragazze mi raccontavano delle lunghe storie, che erano le mie uniche favole, della loro vita al paese, della fatica di vivere sempre con poco, della famiglia, dei loro fidanzati, tristi storie d’abbandoni.

 

Stavamo alla finestra a guardare i passanti, ero innamorata di un bambino con i capelli ricci che passava tutti i giorni, poi le aiutavo a fare i lavori di casa e a cucinare. Era questo il mio modo di giocare.

 

 

A volte le loro storie mi comunicavano un’indicibile angoscia perché la mia mente di bambina capiva che non c’è soluzione ai pianti e all’abbandono, una parola nera, questa, nella quale mi sentivo affondare.

 

Avevo un piccolo panchetto su cui mi mettevo seduta accanto al lavandino in cucina  e mi lasciavo inondare dai loro racconti insieme agli spruzzi d’acqua e liscivia.

 

Queste ragazze andavano e venivano, erano gli anni Cinquanta, c’era una sovrabbondanza di manodopera.

Un giorno, per un motivo qualsiasi, sempre sconosciuto, erano licenziate  e ne arrivava una nuova.

 

Mia madre sul lavoro vestiva un grembiule nero, era alta e molto grossa, una presenza imponente che mi spaventava.

Saliva in casa dal magazzino a pianterreno e, in cucina, discuteva animatamente con la ragazza, alzava la voce, e io le vedevo spuntare sopra la testa una falce affilata come nell’illustrazione del libro di scuola che raffigurava il legnaiolo e la morte.

 

 

Nei primi tempi ero stata fortunata perché una ragazza, Tina, era stata con me fino ai tre anni, poi si era sposata, ma alla domenica veniva a prendermi per stare con lei e il marito.

Era piemontese e sempre allegra come tutti gli innamorati.

Mi cantava “ Piemontesina bella” ed un giorno l’avevo stupita perché, quando mi aveva svegliata, gliel’avevo cantata tutta.

Era stata lei la mia prima educazione musicale.

 

Forse la Tina c’era già prima che mia madre tornasse a lavorare, forse aveva rappresentato un elemento di continuità.

Forse… non lo so.

 

 

 

Quando ero molto piccola mi mettevano su un seggiolone in cucina e stavo lì buona.

 

La mia analista in Brasile riteneva che fossi stata una bambina autistica.

Le pareva impossibile che un bambino sano stesse tranquillo su un seggiolone tutto il giorno senza mai piangere.

Ma io passavo il tempo a guardarmi intorno, ero una bambina molto curiosa e, come adesso, forse mi sarò stupita di vedere come lo stesso paesaggio cambi istante dopo istante col passare della luce.

 

Improbabile?

 

Il ricordo, ancora abbastanza vivo, di me bambina, è che capivo sempre molto di più di quello che gli adulti pensano che un bambino possa capire.

Capivo, per esempio, molto bene, che la ragazza doveva fare tutti i mestieri e doveva preparare da mangiare.

Allora si mangiavano sempre due piatti, magari uno spezzatino con tante patate e poca carne, ma sempre con un primo.

 

 

A tre anni, salendo sul mio panchetto, avevo preparato il sugo di carne per la pasta.

Era arrivata una ragazza nuova, mia madre arrivando dal magazzino per farle vedere come fare, aveva trovato tutto pronto.

 

Questo episodio mi convince abbastanza che passavo il tempo ad osservare, non conosco bambini autistici, ma penso che non possano imparare così dal mondo esterno.

 

Questo impegno ad osservare mi è poi rimasto tutta la vita, così come la tendenza istintiva a tirarmi indietro e a non aumentare i problemi.

 

Mia madre diceva sempre che ero stata una bambina ubbidientissima: lei si riferiva al fatto che, se mi chiamavano, arrivavo subito.

Penso, oggi, di essere stata una bambina “ubbidiente” alle situazioni: preferivo omettermi, piuttosto che aggravare.

 

La situazione era già abbastanza aggravata di suo.

Ogni sera, a cena, appena tornati, i miei litigavano a causa del lavoro.

 

Ed era il tempo in cui li vedevo.

 

 

 

Dormivo in una culla in camera dei miei dalla parte di mio papà.

Era sempre lui che mi cullava se piangevo. Mia madre aveva fatto da giovane una brutta frattura alla caviglia in seguito alla quale era rimasta zoppa, ed era molto grassa per la mancanza di movimento, e anche perché le piaceva mangiare. Era anche una persona che se certe cose a lei noiose le faceva un altro, andava benissimo.

 

Fin da quando ero nata, era mio padre che si occupava di me e mi teneva in braccio perché non piangessi, terrorizzata com’ero dal rumore dei bombardamenti.

Nelle foto che ho da piccola, ho sempre una faccia molto spaventata: quell’uomo dietro al telo nero, che faceva le fotografie, mi incuteva terrore, probabilmente qualcosa rimasto in me del periodo della guerra e che mettevo su quel tessuto nero che lo nascondeva. Mia madre aveva la mania delle foto.

 

 

Ad un certo momento nella culla non c’ero stata più, ma non avevo detto niente. Dormivo con le gambe piegate e le ginocchia in bocca.

Mia madre era troppo occupata per accorgersene.

 

Si accorgeva invece, ed era una tortura, che bagnavo il letto.

Questa cosa la irritava tantissimo.

Mi metteva una cerata che d’estate diventava bollente.

 

Una sera, in campagna, mia nonna aveva detto: “Dormi con me, sono sicura che non farai la pipì.”

E, d’allora, avevo istantaneamente perso quest’abitudine lunga che mi riempiva di vergogna.

 

Qualcuno mi aveva dato fiducia.

Qualcuno aveva riconosciuto che crescevo.

 

 

Da bambina ero sempre malata. Allora mia madre saliva in casa dal magazzino e stava alcuni minuti con me. Mi prometteva sempre un regalo che non arrivava mai.

 

Ma, una volta, dopo innumerevoli promesse, ha portato un bellissimo braccialetto d’oro.  Mi ha lasciato allibita, frastornata, ma non felice.

 

Farmi regali costosi, invece di attenzione, è poi diventata un’abitudine.

Regali che sistematicamente rifiutavo, sopportandomi le scene che seguivano.

 

Una volta, invece, mia sorella mi ha comprato un libro con  testi di blues e canzoni folk.

Ho pianto  a singhiozzi come chi esce da un incubo: riconosceva che esistevo, io, con la mia individualità.

Mia sorella è rimasta allibita dalla mia reazione.

 

Ho saputo in seguito che era stato un consiglio della libraia.

 

 

 

In casa i miei parlavano solo di affari, ma mi astraevo in fantasticherie.

Ho passato l’adolescenza stando a tavola con loro muta e sorda.

Mio padre se ne accorgeva sempre e mi chiedeva: “ Ma a cosa pensi?”

Io ero persa in una nebulosa.

 

 

Avevano comprato un bellissimo appartamento. Immaginavo come renderlo ancora più bello, ma, quando parlavo, i miei suggerimenti si dissolvevano come aria che evapora sulla parete. Io non contavo niente, proprio come mio padre.

In casa dominavano mia madre e mia sorella.

 

Ho scelto alla fine di dormire nella camera degli ospiti, quella più vicina alla porta di entrata, in un letto che era stato dei miei. Non avevo voluto un mobile mio.

 

Ancora una volta mi ero annullata come dire che vivevo in una casa che non era la mia.

 

Ma un giorno non è stato più possibile.

 

 

 

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One Response to INFANZIA/ EREDITARIETA’ E AMBIENTE /// SECONDO IL PROF. PLACIDI, PSICHIATRA E CATTEDRATTICO A FIRENZE… ( artic. IN MODIFICA)

  1. nemo scrive:

    Si sa che i genitori non nascono ‘imparati’ ma dal racconto della tua infanzia alcuni ‘errori genitoriali’ sono evidenti e poco ‘giustificabili’ . Si dice che i figli crescano ‘nonostante’ i genitori ma come, poi ? Sono un po’ meno convinto dai ‘riferimenti’ ai disagi pre-natali, salvo i guasti provocati dagli errori o dalle carenze alimentari.

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