QUALCOSA SU PERCEZIONE+DELIRIO. AL FONDO: DIFFICILE SEPARAZIONE TRA LE DUE PSICOSI MAGGIORI. E UNA VECCHIA SUPERVISIONE DI MARCO PORTATA AL PROF. ZAPPAROLI

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foglia pianura padana

 

SALUTI A MARCO E TANTI AUGURI DI UN ANNO NUOVO! 1° GENNAIO 2012

 

Delle relazioni su Marco portate al Prof. Zapparoli in supervisione, ne sono rimaste solo tre: le mie copie sono sparite quando, per ben due volte, il computer è stato azzerato per virus. Quella che vi porgo me la ha gentilmente imprestata lo stesso Marco.

Inizio dalla più vecchia-

 

26 gennaio 1998

 

 

PREMESSA


Inizio lavori :   Il lavoro con Marco, un’ esperienza voluta dal Prof. Zapparoli (vedi articoli “Come ho imparato a lavorare…) deve essere iniziata nel 1992 a genn-febbraio  oppure nel 1991 in ottobre-novembre.

 

nota: Vedo adesso che lo prendo in mano (dic. 2011) che in questo testo, pur essendo una supervisione da portare al Professore, preferisco rivolgermi direttamente a Marco. Lo consideravo il principale protagonista, come di fatto era, anche della supervisione, con tutto il grande rispetto che avevo per il Professore. Mi pareva cioè che, se di bilancio di un lavoro a due si trattava, fosse lui che per primo doveva esserne al corrente e parteciparvi.

Devo prima di tutto comunicare a chi legge che, fin dall’inizio, con Marco ci eravamo accordati su questi punti:

– la seduta durava un’ora, ma si poteva terminare il discorso anche oltre, o prima, attenta a non stancarlo.  Nella prima mezz’ora, all’inizio, vedevano i filmini sui pazienti forniti dallo studio del Professore. Poi le cose cambiarono perché mi convinsi che più che malati, Marco dovesse osservare la vita dei sani. Passammo allora a cassette di films in circolazione.   foglia naso di MB

In seguito ancora, chiese di rimanere solo mezz’ora a parlare.

Attualmente, dopo tanti anni (nel 2002-2003 sono venti), rimane anche oltre un’ora, ma secondo i casi, chiedo: “Vuoi finire qui per oggi?”, domanda a cui lui risponde sì, o anche “altri cinque minuti”.
Questo per dire che il tempo se lo “autoregola” quanto più  è possibile.

ogni seduta M. avrebbe portato una relazione di sue riflessioni libere o relative agli argomenti della seduta precedente. Nonostante le sue evidenti difficoltà a lasciarsi andare alla corrente dei suoi pensieri-emozioni, mi sforzavo di comunicargli cosa è “un’associazione libera” (ossia la prima immagine o pensiero o “rappresentazione” che ti viene in mente senza sottoporla a censura) per rendere più utile il lavoro.

Oggi, che significa da qualche anno,  gli rimane più facile parlare se io scrivo quasi sotto dettatura mostrandogli sempre cosa ho scritto. Con questo controllo che può esercitare su di me, si è raggiunta una migliore intimità.

La ragione della richiesta della produzione di uno scritto è triplice:

1. dare a Marco la possibilità di abituarsi a mettersi in contatto con i propri sentimenti e rappresentazioni mentali;

2.  dargli la possibilità di allenarsi a metterli in parole mentre era da solo, quando nella seduta lo facevamo insieme. Negli anni ci siamo costruiti un vocabolario dove ad una parola corrisponde non il significato corrente, ma quello che gli da lui. Per l’esperienza avuta su me stessa (i quaderni di cui parlo sempre), ero convinta che provare poco alla volta sia il contatto con se stessi che l’uso della parola o meglio “la messa in parola” dei propri stati d’animo, non erano solo vie maestre per la cura, ma diventavano fondamentali per la “manutenzione” (autoanalisi).                    

nota di chiara: il titolo di quest’opera di mario bardelli è “simbiosi”: si vede una persona quasi dimentica di sé che si affida totalmente ad un’altra che infatti vigila ossessivamente pronta ad attaccare se qualcuno colpisce la sua “preda”. Ho voluto metterlo per dire che nei malati mentali gravi (psicosiosi maggiori) non c’è stata nell’infanzia una sufficiente differenziazione “io-mondo esterno”  “io-gli altri”, non di è formata una parete abbastanza resistente con il conseguente pericolo di essere invasi e perseguitati “dentro casa”

 

 

3.  a questo aggiungevo che se, nella seduta, imparava a “stare da solo” stando in compagnia, mentre scriveva si allenava a “stare in compagnia” stando da solo e indipendente dal terapeuta.

Questo impegno di scrivere,  lo consideravo, e lo considero tuttora, fondamentale, per avviare, da subito, quel cammino che porterà, si spera, e nei tempi dovuti, all’autonomia del paziente dal terapeuta. La seduta stessa era impostata anche come traning per appropriarsi gradativamente, molto gradativamente, della funzione che presso di lui ora svolgeva il terapeuta con questi (aiutarlo a raccogliere dati e a pensare su questi invece che esclusivamente su fantasie)

Naturalmente questo non escludeva che alcune volte il paziente potesse “essere cullato” (rimanere passivo) e attivo  il terapeuta, quando questo passo si rivelava necessario alla crescita o anche semplicemente ad una pausa nel cammino.

Ma ero comunque convinta dalla mia esperienza, non solo nella vita o nella terapia, ma addirittura nel delirio che, quando riuscivo a passare da una posizione “passiva” ad una “attiva”, mi ero già immessa nella strada dell’uscita dal tunnel o guarigione. Da questa convinzione deriva la mia postura che tendeva a farmi io passiva per permettere a Marco di essere attivo e, quindi, protagonista. Del resto, tendere ad essere “meno competente possibile” e a “dipendere dalle sue informazioni e pensieri” è anche necessario per non creare inutili competizioni, come ha mostrato il Prof. Zapparoli nei suoi vari scritti.

Tornando a me e al delirio, nell’ultima crisi, per esempio – parlo della mia crisi avvenuta intorno al 93-94 (nel giungo del ’93 era morta mia madre)- soffrivo moltissimo per gli effetti che sulla mia mente producevano “l’invasione” di un’infinità di immagini e di rappresentazioni che credevo venirmi dall’esterno.        

 

autoritratto del pittore MB

 

Ad un certo punto del cammino, durante “il lavoro del delirio”, per una serie di associazioni a me misteriose, “mi” sono espressa mentalmente….non so come dire…un dubbio?  uno stravolgimento di visione?…  così formulato letteralmente: “E se invece fossi io a produrre queste immagini?”

In quel momento io non ero più una vittima passiva, obbligata a ricevere questo diluvio di stimoli in se stessa, ma mi ponevo io-di-fronte-al- mondo-e-alla-mia-mente come essere attivo-produttore- responsabile dei suoi prodotti.

A quel punto, che inizialmente può anche essere oscillante, avendo preso io il timone in mano per uscire dalla situazione, tanto per farmi capire, in questo incubo nero che è essere in delirio, si formava, nell’ombra della mente, una specie di rettilineo, una strada che ti spingeva ad andare, come fosse sorto un obbiettivo certo e lucente, anche se l’uscita, o un barlume di luce, ancora non lo vedevi.

Mi permetto qui di dire qualcosa che riguarda il funzionamento del cervello, anche se sul tema sarebbe difficile essere più digiuni di me. Tento esclusivamente di porre in parole un’esperienza.

Quando si è in pieno delirio, questo avviene, o è possibile, perché le strutture  mentali, azzarderei “superiori”, che hanno il compito di organizzare la percezione in oggetti, o comunque in “cose” relativamente stabili nel tempo (che noi impariamo a “riconoscere” in situazioni e momenti diversi e a “nominare” (l’alba, la luna ecc.)

nel delirio, invece, questo funzioni superiori si allentano a seconda dei casi, ma possono allentarsi anche molto: la nostra testa allora è sottoposta ad una tempesta di stimoli senza possibile discriminazione di questi né conseguente organizzazione della percezione. Questa esperienza di de-strutturazione degli stimoli della percezione ha un impatto sulla mente molto grave che, in questo momento, non riesco a definire. Un eccesso di energia senza scopo che ha la libertà di passare nella tua mente ed uscirne senza poter essere, in alcun modo a te possibile, arrestata e “significata” dal momento che non esiste alcuna costanza oggettuale. Questo stato di mente andrebbe tenuto presente da familiari e tecnici quando tentano di comunicare con il malato e farsi spiegare come si sente. Per me, in questa situazione della mente, le parole dell’analista non mi erano accessibili, anzi i suoi commenti o interpretazioni mi disturbavano, mentre ero totalmente disponibile alle sue poesie che mi leggeva nella seduta o quando ero in casa, alla musica. Uniche cose che mi toglievano da quella solitudine abissale perché, il tuo stato di mente, non puoi com-parteciparlo, a nessuno al mondo, neanche al terapeuta.

 

Giorgio di Mario Bardelli

 

TESTO DELLA RELAZIONE, IN CUI -COME HO DETTO- LE PAROLE DI MARCO  VENGONO RAGGRUPPATE INTORNO A TEMI CHE PER LUI SONO COSTANTI. LO SCOPO DI QUESTO LAVORO E’ CONOSCERE COSA PENSA MARCO DEI FENOMENI CHE SI SVOLGONO NELLA SUA MENTE, O IN ALTRI TERMINI, SAPERE I SINTOMI DELLA SUA MALATTIA MA SPIEGATI DALLE SUE PAROLE RIPORTATE TESTUALMENTE.

 

 

26-1-98

 

Caro Luca, ho pensato di registrare, intorno a qualche voce ricorrente nei nostri colloqui, quello che scrivi nelle tue relazioni dal 19 novembre 97  al-15 gennaio 98.
E’ mia impressione che la ricerca che conduci sulla tua mente, attraverso questo   impegno di scrivere settimanalmente, abbia portato qualche chiarificazione importante. Inoltre vorrei che tu avessi a mano un testo, prodotto da te, esclusivamente da te, anche se occasionato da quello che ci diciamo al giovedì e dai films che vediamo insieme.

Questo relazione fatta con le tue parole esatte è utile per avere una misura della capacita produttiva sana della tua mente, non sul lavoro, perché questo non lo so, anche se posso immaginarlo da quello che mi riferisci, ma in un ambito estremamente più difficile di qualunque possibile lavoro, che è saper investigare il nostro mondo interno. E’ inutile che ti dica, perché lo sai bene, che questi tuoi progressi, se dipendono dal tuo lavoro con il Prof. Zapparoli, in parte vengono anche dal lavoro che facciamo insieme e che fai tu da solo a casa.

Se questo testo ti sembrerà utile, potrai farlo leggere alla tua psichiatra e a tua mamma cioè alle persone che più sono importanti per un tuo star meglio. Al Professore, come sai, lo consegno direttamente io.

Tu lo sai benissimo, ma per altri, se leggeranno, ci tengo a ripetere che le parole sono tutte tue e vengono esclusivamente dalle tue relazioni o compitini a casa. Ci sono poi le cose che mi dici nella seduta, sollecitato dalle domande che ti faccio a proposito della relazione che mi porti, che penso di trascrivere un’altra volta, se questo primo testo ti risulterà di qualche utilità.

 

PERSECUTORI –                                                   

 

“Nella prima mezz’ora della seduta ho detto alla signora Salvini cosa mi dicono i persecutori interni : di solito, se ci sono troppi persecutori, prendo paura e scappo in camera; inoltre loro influiscono direttamente sul mio dubbio fra vivere e morire.

 

Ci sono delle differenze tra persecutori esterni e interni:

nell’esterno ci sono i persecutori  che mi disturbano generalmente parlando tra di loro, quando sono più di due persone, come fosse una tacita intesa ad escludermi sistematicamente.

Altri si muovono in modo strano oppure hanno strane espressioni sul viso, comunque facce “strane” che io trasformo per renderle persone da me conosciute.

Non ricordo di essermi sentito escluso da bambino, anche se so che i miei genitori sono sempre stati legati in modo molto stretto.

Se mi rimproverano, per esempio, mia madre a tavola mi dice che mangio troppo, si crea un senso di colpa esterno e uno interno che è qualcosa che si forma ed esiste nel mio animo, anche se è molto sgradevole e pericoloso. Internamente nella mia mente, ci sono i persecutori che si formano e svaniscono come dei piccoli marziani, ma sono soprattutto una necessità, per esempio quando guido o guardo un panorama, perché mi tengono compagnia accompagnandomi.

Le cose che succedono fuori di me e che mi colpiscono sotto il profilo del mio disturbo mentale, sono di solito legate alle espressioni del viso degli altri, ai commenti dei passanti e ai discorsi della gente che secondo me ultimamente, parlano del mio pensiero attualmente più profondo e cioè degli aspetti tecnici del mio lavoro (nota: si tratta del lavoro del delirio e del controllo su questo che Marco tende ad esercitare).

Non bisogna ascoltare le voci interne, mentre quelle esterne purtroppo ci sono.

 

ENTRARE E USCIRE DI CASA –

 

All’inizio ho detto alla signora Salvini che i miei familiari mi procurano un’ansia persecutoria in quanto mi controllano dentro e fuori casa e vorrei che non mi disturbassero. Ho problemi quando entro ed esco di casa perché mi sento controllato dai coinquilini e dai vicini del quartiere.

Quando entro ed esco di casa mi sento male perché quando esco resto solo in mezzo alla strada e quando entro non sono il benvenuto da parte dei miei familiari, ma soprattutto perché sia quando esco che quando entro ci sono segni psichicamente negativi, come per esempio l’ascensore quando si trova al secondo piano.

La signora Salvini mi ha suggerito che per me, entrare e uscire di casa è  una specie di rito di iniziazione “al fuori e al dentro” e che pertanto avrei bisogno di un rito di benvenuto quando entro e di una benedizione quando esco per abituarmi.  Su questo ho scritto una lettera a mia mamma per Natale che però non le ho ancora data.

 

VIVERE E MORIRE                                        

Morandi 1-elaborato pe gr- acquarello di MB

Ho spesso il dubbio tra vivere e morire in quanto ho la tentazione di lasciarmi andare e mi prendono dei collassi misti a rabbia quando entro ed esco di casa.

Spesso ho il dubbio tra vivere e morire, perché mi lascio andare e faccio fatica a riprendermi. Penso di essere molto debole come un bambino, forse per questo coi bambini sto bene e non mi sento mai perseguitato, mentre i miei familiari sono grandi e mi perseguitano. Quando siamo a tavola, ma anche altrove, nei rapporti con più persone, mi sento escluso e sono quasi impotente perché non intervengo.

All’inizio ho detto alla signora Salvini che penso al dualismo vivere e morire e che ho paura di essere impotente mentalmente e fisicamente come un bambino quando mi aggrediscono, soprattutto i miei familiari, rimproverandomi, specialmente se non parlo.

Lo schema più comune è il tradimento nel senso che, ogni tanto, mentre non me l’aspetto, mi maltrattano, è un tradimento perché mi prendono impreparato, di sorpresa, non mi avvisano

La signora Salvini mi ha fatto notare più volte che un maltrattamento per me, può essere una cosa molto piccola per gli altri: un viso serio, non sorridente, una domanda qualsiasi, un’osservazione sul mangiare o sul fatto che non ho voglia dì parlare.

Questi rimproveri però sono più che altro pericolosi, perché mi causano sensi di colpa e idee suicide. Ad una osservazione a tavola di mia madre, istantaneamente sento il bisogno di buttarmi dalla finestra, ma è (la casa a Celerina) al  secondo piano, così penso che più che rompermi una gamba non farò. Allora prendo la macchina e vengo a Milano. Nel tragitto il pensiero suicida mi passa.

In sostanza però le cose che penso mi permettano di vivere sono la terapia, il lavoro, lo sport e le donne.


NOTA DI CHIARA:  a questo dualismo tra vita e morte che Marco sentiva (così mi passava) come due elementi contrapposti quasi impossibilitati a mettersi in relazione, avevo cercato di “rispondere” con un brano del Diario di Tolstoj che riporto:

 

 

Questo brano (che troverò, sono 784 pagine nell’edizione Garzanti) ha poi avuto inspiegabilmente fortuna perché è diventato il nostro motto, diciamo così, per tutte le situazioni che si presentavano “estremate”: la frase che ci dicevamo e ci diciamo a volte tuttora è : “La nostra è la via intermedia!”.

Attualmente direi proprio che si è costituito un territorio intermedio o “pavimento mentale intermedio” tra queste due forme opposte della mente che si alternano lasciando spaccato in due il soggetto.

importante: in questo aspetto di “dualismo vita e morte”, come l’ha chiamato Marco, la persona schizofrenica assomiglia al bipolare, anche se questi ha stati di mente che si alternano ma non così separati uno dall’altro. Di questa non semplice separazione da “Schizofrenia” e “Bipolare” (psicosi maggiori), almeno nella mia esperienza, ne parlerò in un articolo specifico, se mai interesserà qualcuno.

 


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