MEDIARE IL CONFLITTO TRA REI E VITTIME. E’ UN PERCORSO POSSIBILE?

di  Adolfo Ceretti

 

È noto che tra i giovani, anche a scuola – in quanto luogo di relazioni –, si manifestano spesso comportamenti aggressivi rivolti ad altre persone e a se stessi. Ne sono esempio da un lato i frequenti casi di violenze verbali e fisiche, di prepotenze e umiliazioni, di scontri distruttivi anche fra gruppi e, dall’altro, le situazioni nelle quali la sofferenza si esprime nelle forme dell’esclusione, dell’isolamento, fino a giungere, a volte, a gesti autolesionistici e a progetti suicidiari.

Queste particolari esperienze sociali (che non di rado sfociano nella commissione di reati) incidono profondamente sui soggetti, sul loro rapportarsi con il mondo, e influenzano le modalità di costruzione delle relazioni intersoggettive e della propria identità. I sentimenti che accompagnano tali esperienze, quali per esempio la paura, il risentimento, la rabbia, la tristezza, la solitudine, costituiscono dei vissuti che possono “muovere” anche verso circuiti di socializzazione deviante priva di speranze. Nei casi più estremi, la percezione di non poter neppure immaginare/ progettare il proprio futuro restituisce l’idea che un atto “rischioso” di tipo auto o etero aggressivo possa risolvere questa sensazione di immobilità priva di speranze. Ri-conoscere questi percorsi risulta decisivo per far sì che il “contesto della giustizia” e il “contesto scolastico” assumano – con logiche, tempi, modi e spazi di intervento che rimangono tra loro incommensurabili – un ruolo preminente nel processo di crescita e di socializzazione, nella “comprensione” delle situazioni problematiche e nello sviluppo di strumenti capaci di intervenire in un’ottica preventiva. In tale prospettiva, sia all’estero che in Italia (a partire dalla metà degli anni ’90) hanno iniziato a diffondersi, su impulso dei Tribunali per i Minorenni di varie città, numerosi progetti di giustizia riparativa e di mediazione reo-vittima, intese quali inedite risposte – non punitive ma responsabilizzanti – nei confronti di minorenni autori di reati anche gravi. In breve, la mediazione in ambito penale – ma si parla anche di mediazione in ambito scolastico – è intesa come un incontro nel quale tutte le parti che hanno un interesse ad affrontare gli effetti che derivano dalla commissione di un reato si riuniscono, guidate da uno o più mediatori, per gestire collettivamente tali conseguenze e le loro implicazioni per il futuro.

.In concreto, i principali obiettivi della mediazione penale sono: 1) Il riconoscimento della vittima: la parte lesa deve – attraverso la mediazione – potersi sentire dalla parte della ragione e deve poter riguadagnare, dopo un’esperienza che può essere stata assai traumatica, il controllo sulla propria vita e sulle proprie emozioni; 2) La riparazione dell’offesa nella sua dimensione “globale”: oltre alla componente strettamente economica del danno deve essere contemplata, ai fini della riparazione da parte del reo, anche la dimensione emozionale dell’offesa, che può essere causa di un senso d’insicurezza individuale/collettivo; 3) L’autoresponsabilizzazione del reo: ogni tentativo di riparazione – simbolica prima ancora che materiale – si snoda lungo un percorso che dovrebbe condurre il reo a rielaborare il gesto deviante e i motivi che lo hanno causato, e a (ri)conoscere la propria responsabilità; 4) il contenimento dell’allarme sociale: nella logica della giustizia riparativa tale obiettivo può essere raggiunto preferibilmente se si restituisce agli attori della vicenda e alla comunità la gestione dei fatti delittuosi che hanno un impatto significativo sulla percezione della sicurezza da parte dei consociati.

Adolfo Ceretti è Professore Straordinario di criminologia all’Università Bicocca; oltre che in legge ha una specializzazione in psicologia clinica.

 

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