ALCUNE POESIE DI NAZIM HIKMET (1902-1963) CON NOTIZIE SULLA VITA.

 

Alla vita

Prendila sul serio (la vita)
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni pianterai un olivo
non perché resti ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
e la vita peserà di più sulla bilancia.

 

 

“Addormentarsi adesso
svegliarsi tra cento anni, amor mio…”

“No,
non sono un disertore.
Del resto, il mio secolo non mi fa paura
il mio secolo pieno di miserie e di scandali
il mio secolo coraggioso grande ed eroico.
Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto
sono del ventesimo secolo e ne son fiero.
Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,
e battermi per un mondo nuovo…”
“Tra cento anni, amor mio…”
“No,
prima e malgrado tutto.
Il mio secolo che muore e rinasce
il mio secolo
i cui ultimi giorni saranno belli
la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba
il mio secolo splenderà di sole, amor mio
come i tuoi occhi…”

 

 

Alle porte di Madrid

Non ascoltare le voci delle sfere dell’aldilà,
né intrecciare nella trama delle righe,
“poesie ermetiche”
né cercare
con pazienza di orafo
rime graziose
e fini espressioni,
stasera, grazie al cielo, io sto più su.
di tutto ciò.

Stasera io
sono un cantastorie di strada.
La mia voce è semplice, senza artifici,
e tu
non puoi udire la mia canzone…

È notte.
Nevica.
Tu sei alle porte di Madrid.
Davanti a te hai l’armata dei nemici,
che è venuta per uccidere
tutto ciò che c’è di più bello:
la libertà,
il sogno,
la speranza
e i ragazzi.

E nevica.
E forse,
i tuoi piedi nudi gelano.

Nevica…
Ed ecco,
in quest’istante
che io penso a te con tutto il mio cuore,
forse
una pallottola spezzerà la tua vita
e per te non ci sarà più
neve
né vento
né notte
né giorno…

E nevica.
So
che anche prima di gridare
“No pasaran”
e di montare la guardia
alle porte di Madrid,
tu esistevi!

Chi eri,
di dove sei venuto?
Forse
dalle miniere delle Asturie?
Forse
una benda insanguinata sulla tua fronte
ha coperto
una ferita che ti sei presa al Nord?
Forse
sei tu quello che per ultimo
sparò nella notte che gli junker
bombardavano Bilbao?
O servivi come bracciante
nelle tenute di un qualche
conte Pernando Valesquero di Cortolon?
O avevi una botteguccia
alla Porta del Sole
e vendevi le frutta dai colori spagnoli?
Forse, non avevi alcun talento,
o forse avevi una bella voce?
O eri uno studente,
un futuro giurista,
e i tuoi libri
sotto i cingoli d’un carro armato italiano
son rimasti
nella città universitaria?
Forse non credevi in Dio,
e forse invece portavi una piccola croce di rame
a un cordino di seta?

Chi sei,
come ti chiami,
quanti anni hai?
Non ho visto la tua faccia,
e non la vedrò.

Forse
essa ricorda le facce di quelli
che batterono le bande di Kolciak in Siberia?
O, in qualche tratto,
tu ricordi coloro
che sono caduti
a Domlupinar?

O somigli a Robespierre?
Non hai udito il mio nome,
e non l’udrai.

Tra noi due, fratello,
ci sono i mari e i monti,
e le mie maledette catene,
e le prescrizioni
del comitato di non intervento…
Non posso venire da te,
non posso mandarti di qui
né una cassa di cartucce
né uova
né un paio di calze di lana…

So
che in questo gelo
i tuoi piedi nudi,
là, alle porte di Madrid,
come due bimbi
gelano al vento…

E so
che tutto ciò che in questo mondo
c’è di grande
e di bello,
tutto ciò che sarà fatto dagli uomini,
tutta la Verità futura
e la Grandezza,
che io aspetto con tanta ansia nel cuore,
tutto questo riluce nei tuoi occhi,
sentinella mia,
stanotte
alle porte di Madrid…

E so
che oggi non posso,
come non potei ieri
e non potrò domani,
fare nient’altro
che pensare a te
e amarti.

(Guerra civile Spagnola 1936-1939)

 

 

NAZIM HIKMET
(1902-1963)

 

A cura di Marco Roberto Capelli


Ti amo come qualcosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco,
ti amo come se dicessi: “Dio sia lodato, son vivo.”

Nazim Hikmet

Salonicco, 20 novembre 1902 (per l’anagrafe ma nato in realtà nel 1901) – Mosca, 3 giugno 1963

 

N.H. nacque a Salonicco (oggi Grecia) nel 1901, città della quale il nonno paterno era stato governatore. Il padre Nazim Hikmet Bey (già console ad Amburgo) era funzionario di stato e la madre, Aisha Dshalila, pittrice. Studiò nel liceo di lingua francese di Galatasaray (Istanbul) e successivamente si iscrisse all’Accademia della Marina militare che dovette però lasciare per ragioni di salute. Fu esponente di spicco della cultura turca del ‘900 ed uno dei primi poeti, in quel paese, ad adottare il verso libero. Divenuto, in vita, uno dei poeti turchi più conosciuti in occidente (e per comune accordo indicato come il primo poeta turco moderno), le sue opere sono state tradotte in più di cinquanta lingue.

Durante la Guerra di Indipendenza si schierò con Kemal Atatürk (Mustafa Kemal) in Anatolia, ma rimase presto deluso dagli ideali nazionalisti e durante l’occupazione alleata della Turchia lavorò come insegnante a Bolu, nella parte orientale del paese. Nel 1922, condannato per marxismo (si iscrisse al partito comunista turco all’inizio degli anni ’20) e malvisto per la pubblica denuncia dei massacri armeni del 1915-1922, dovette trasferirsi in Russia in esilio volontario; paese verso il quale lo spinse certamente anche il fascino della recente rivoluzione d’Ottobre. Qui studiò sociologia presso l’Università di Mosca dove conobbe artisti e letterati di tutta Europa (la delusione per il sostanziale fallimento dell’esperimento comunista era ancora in là da venire…). Rientrato clandestinamente in Turchia dopo la fine della Guerra di Indipendenza (1924) iniziò a collaborare con il giornale di sinistra Ankara Independence Tribunal. Condannato “in absencia” a quindici anni di lavori forzati per la sua opposizione al regime e per propaganda comunista, riuscì nuovamente a fuggire in Russia nel 1926, dove riprese a lavorare ed a pubblicare poesie ed opere teatrali (conobbe, tra gli altri, Majakowsky, la cui poesia futurista lo avrebbe lungamente influenzato). Poté tornare in Turchia soltanto nel 1928, a seguito dell’amnistia generale, ma, una volta in patria, dato che il partito comunista era stato dichiarato fuorilegge, si trovò sotto costante sorveglianza da parte della polizia e dei servizi segreti; continuamente incarcerato per una serie di reati spesso totalmente pretestuosi (una volta, ad esempio, fu arrestato per affissione illegale di manifesti politici). Nonostante trascorra, tra il 1928 ed 1936, un periodo non inferiore a cinque anni in carcere (periodo terminato con l’amnistia generale del 1933, decennale della Repubblica), riesce comunque a pubblicare nove libri: 5 raccolte e 4 poemi lunghi che rivoluzionarono lo stile della poesia turca, introducendo, oltre al verso libero, nuove tematiche e metodologie. Furono anni fecondi, durante i quali scrisse anche romanzi, testi teatrali e lavorò come giornalista e correttore di bozze, traduttore e sceneggiatore, ma anche come rilegatore, nel tentativo di mantenere la seconda moglie (il primo brevissimo matrimonio, risalente 1922, era stato annullato al tempo della prima fuga a Mosca), i due figli di lei e la madre, ora vedova.
Nel 1938 fu nuovamente arrestato, per attività anti-naziste e anti-franchiste e con l’accusa di aver tentato di incitare, con le sue opere, la marina turca alla rivolta. Questa volta la condanna fu molto dura: 28 anni di carcere (a dimostrare che, a torto o a ragione, il potere teme più la penna che la spada…). In prigione, dove sarebbe rimasto per quattordici anni, scrisse le sue opere più belle, tra cui il capolavoro assoluto “Paesaggi Umani” (1941-1945). In questi anni il tono della sua poesia si fa più diretto e serio, il verso si affina e si fa essenziale. Non avrebbe però mai più visto un suo libro pubblicato sul suolo turco e quel che poté circolare, stampato all’estero, lo fece sempre clandestinamente. Ancora in carcere, divorziò dalla seconda moglie per sposare la traduttrice Münevver Andaç. Rimesso in libertà nel 1949 per intercessione di una commissione internazionale che comprendeva, tra gli altri, Jean-Paul Sartre e Pablo Ricasso e dopo uno sciopero della fame di diciotto giorni reso ancora più drammatico dal recente attacco cardiaco, Hikmet ricevette nel 1950 il premio Nobel per la Pace; ma già l’anno successivo fu costretto a fuggire a Mosca. Drammatica decisione presa, come ebbe a scrivere all’amica Simone De Beauvoir, dopo il fallimento di due tentativi governativi di assassinarlo investendolo in automobile e dopo aver appreso la notizia di essere stato forzatamente arruolato nell’esercito e destinato al fronte con la Russia. Racconta Hikmet che il medico militare incaricato di visitarlo gli disse: “Lei non è in condizione di sopravvivere più di un’ora sotto il sole del deserto, eppure io ho pronto per lei un certificato di buona salute”. Il poeta aveva ormai cinquant’anni e soffriva le pesanti conseguenze dell’attacco cardiaco subito in carcere e che lo avrebbe portato alla morte nell’arco di un decennio. Anche la fuga da Istanbul fu decisamente avventurosa: Hikmet tentò di attraversare il Bosforo su una piccola barca a motore in una notte di tormenta (come ebbe a dichiarare in seguito, nelle notti serene c’erano troppe guardie per passare inosservati), il piano originale prevedeva lo sbarco in Bulgaria, cosa però che si dimostrò impossibile date le condizioni del mare. Fortunatamente, dopo alcune ore di navigazione, incrociò una nave rumena. Iniziò a seguirla urlando il suo nome ed i marinai lo riconobbero e risposero al saluto, ma senza prenderlo a bordo. Soltanto quando il motore smise di funzionare e, nel mezzo della tempesta, Hikmet iniziò a disperare per la propria vita, finalmente il cargo si fermò e lo accolse a bordo: gli ufficiali della nave avevano trascorso quelle ore in contatto radio con Bucarest in attesa di istruzioni. Ironia della sorte, quando il poeta fu, finalmente, nella cabina del capitano trovò un proprio ritratto fotografico, su cui campeggiava la scritta “Salvate Nazim Hikmet”: era uno dei manifesti fatti stampare due anni prima dal comitato internazionale, e mai auspicio si concretizzò in modo tanto letterale!
A Mosca gli fu assegnato un alloggio nella colonia di scrittori di Peredelkino, ma il governo turco rifiutò sempre di concedere alla moglie ed al figlio il permesso di raggiungerlo. Nonostante un secondo attacco cardiaco, nel 1952, Hikmet viaggiò molto in quegli anni; attraverso l’Europa, il Sud America e l’Africa. Solo gli Stati Uniti gli rifiutarono, sempre, il visto. Ma era l’epoca della Guerra Fredda…
Dopo che gli fu tolta la cittadinanza Turca (1959), accettò l’offerta di un passaporto da parte del governo Polacco, dichiarando di aver ereditato i capelli rossi e gli occhi chiari da un progenitore (un rivoluzionario del XVII secolo) che veniva, appunto, da quel paese. Nel 1960, di nuovo a Mosca, si sposò – per la quarta volta – con la giovane Vera Tuljakova. Sempre a Mosca sarebbe morto, per una nuova crisi cardiaca, nel 1963, a 62 anni d’età.

 

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