domenica 29-07-12 ore 18: 03 davanti a tanta semplicità-verità, ogni lingua diven tremando muta…

Ricordi di un partigiano

 

Mi chiamo Basso Gio Batta sono nato a Taggia (Imperia) il 26 novembre 1924, eravamo in pieno regime fascista. Ho frequentato le scuole elementari e subito dopo un corso biennale di avviamento al lavoro di tipo agrario finito nel 1937. Mio padre lavorava alla CELI (l’attuale ente per l’energia ENEL) era elettricista, ma poiché non ha voluto prendere la tessera del partito fascista, è stato licenziato e per un lungo periodo ha lavorato qui e la facendo i lavori più disparati, poi è stato assunto in una fabbrica di piastrelle a Sanremo. Quando nel 1935 è caduto da una scala picchiando la testa con violenza sul pavimento. Portato in ospedale, è deceduto dopo poche ore. Mia madre rimasta vedova con due figli (io avevo 11 anni e mio fratello Francesco 6), ha dovuto lottare due anni per ottenere il risarcimento dovuto in caso di morte per infortunio sul lavoro. Poiché il datore di lavoro (pezzo grosso del fascismo) tratteneva i contributi assicurativi (come figurava sulla busta paga, ma non li versava), intascandoseli regolarmente, meno male che la mia mamma aveva conservato alcune di quelle buste, per cui un avvocato di Taggia (Giovanni Revelli), ha imbastito una causa presso il tribunale di Sanremo, durata oltre due anni, dopo di che ha ottenuto il risarcimento dovuto consistente nella cifra di 30.000 lire più gli interessi. Intanto nel 1937 finite le scuole dovevo trovare lavoro, cosa molto difficile, però mi sono dato da fare facendo un po’ di tutto, dal bracciante agricolo al manovale in una segheria, boscaiolo ecc.

Nel 1939 l’Italia fascista entrava in guerra a fianco dei tedeschi di Hitler con tutto quello che ne è conseguito (vedasi deportazioni di tutti gli oppositori nei campi di concentramento, dove furono annientati milioni di ebrei, repressione degli antifascisti ecc.). Dichiarata la guerra, sono stati chiamati alle armi tutti gli uomini validi, per cui si sono liberati molti posti di lavoro. Io che nel 1940 avevo sedici anni sono stato assunto nelle tranvie che facevano servizio fra Taggia e Sanremo con l’incarico di bigliettaio. Sono rimasto fino al 1943; avevo 19 anni quando alla caduta del fascismo il 25 luglio del 1943, con Mussolini tenuto prigioniero in una località nei dintorni dell’Aquila, un vecchio colonnello dei bersaglieri, a Taggia in domicilio coatto perché antifascista, è salito sulla scalinata del monumento agli eroi di Taggesi sito nella piazza principale ci ha invitato a scrivere sul selciato tramite un pennello e della calce preparata in precedenza questa frase: E’ giunta l’ora della riscossa abbasso il fascismo. Erano presenti molte persone fra cui certamente dei nostalgici fascisti. Ripeto che avevo 19 anni e dovevo essere chiamato alle armi, ma gli eventi precipitavano, poco più di un mese dopo, l’8 settembre 1943, il Generale Badoglio per conto del Re d’Italia firmava l’armistizio con le forze alleate Anglo Americane. A quel punto l’esercito si sfaldò, i militari senza ne ordini o direttive, abbandonarono le caserme e buttate via armi e divise raggiunsero le loro case (chi ci riuscì). Intanto Mussolini che era stato liberato dai Tedeschi fondò la famigerata Repubblica fascista di Salò. Nel frattempo, il Re d’Italia Vittorio Emanuele 3°, dopo la firma dell’armistizio riparò all’estero. Con la Repubblica di Salò si formarono le Brigate Nere che sparsero il terrore in gran parte d’Italia. Intanto nel novembre 1943 fui chiamato alle armi, essendo della leva di mare dovevo presentarmi a Vercelli il 20 novembre per essere arruolato nella Decima Mas e inviato in Germania per un periodo d’istruzione, così era scritto nella cartolina precetto, non avevo ancora compiuto 19 anni, era molto difficile prendere delle decisioni; avevo molte amicizie fra gli antifascisti e questi mi consigliarono di non partire e unitamente ad altri commilitoni anche loro chiamati alle armi, decidemmo di nasconderci sui monti che sovrastavano la nostra città, così abbiamo fatto, ci siamo rifugiati in una casetta di proprietà di uno dei compagni di ventura. Ci portavano da mangiare i nostri parenti con grave rischio per tutti, per cui subito dopo Natale nel gennaio 1944, avuta notizia che sui monti sopra Sanremo si andava costituendo le prime formazioni partigiane, abbiamo deciso di raggiungere quelle località per unirci a quei gruppi combattenti. Eravamo armati con armi recuperate, quando dopo l’8 settembre, i militari avevano abbandonato le caserme molte delle quali dislocate proprio a Taggia zona limitrofa al confine di stato. Abbiamo deciso di abbandonare il nostro precario rifugio e siamo partiti per Baiardo (piccolo paese di 900 abitanti sito nell’entroterra di Sanremo), la strada era lunga una quarantina di km, compiendo il seguente percorso: Taggia – Badalucco – Ciabaudo – Vignai – Baiardo, senza mai percorrere le strade carrozzabili passando sempre lungo i boschi limitrofi alle strade principali. Arrivati a Baiardo avevamo già i nomi dei compagni di quella località, che ci hanno ospitato nei loro casolari, uno fra tutti “Garibaldi” come nome di battaglia. Lungo il percorso siamo stati aiutati e rifocillati dai contadini di quelle borgate che dobbiamo ringraziare per sempre. Dopo alcuni giorni i compagni di Baiardo ci hanno accompagnato a Carmo Langan a 1727 metri di altitudine, dove era operante una compagine di partigiani comandata da “Vittò” (Vittorio Guglielmo) vecchio comunista reduce dalla guerra di Spagna insieme al compagno Longo. E lì incomincio la vera vita da partigiano assumendo il nome di battaglia “Tarzan”. Intanto continuavano ad arrivare molti giovani e altri meno giovani, militari che l’8 settembre avevano disertato ed erano ricercati dalle Brigate Nere. Mentre si andavano delineando le vere formazioni partigiane. Noi facevamo parte della 1a Zona Liguria che andava dai confini della Francia all’inizio della Provincia di Savona, ed eravamo inseriti nella 2a Divisione Felice Cascione. Felice Cascione era un medico di Imperia, infatti, il suo nome di battaglia era “u Meigu”. E’ stato uno dei primi partigiani della provincia, ed è stato catturato dai nazi-fascisti e fucilato ad Alto piccolo paese sulle alture di Albenga. Cascione fra l’altro aveva scritto la canzone fischia il vento. Intanto la formazione di “Vittò” diventava Brigata formata da tre distaccamenti, io ero nominato comandante di uno di questi distaccamenti e dislocato in una località sita fra Baiardo e Castel Vittorio, in quel periodo abbiamo compiuto molte imboscate contro i nazi-fascisti che si avventuravano in quelle zone a caccia di noi partigiani, abbiamo ingaggiato battaglie sulla strada che da Ceriana porta a Baiardo nei pressi del cimitero di Baiardo, con caduti da ambo le parti, ma siamo riusciti a respingerli.

Abbiamo fatto imboscate a Castel Vittorio, a Pigna, a Dolce Acqua cioè in tutta la Val Nervia. Questo era il compito dei Partigiani, impegnare i nazi-fascisti distogliendoli dalla guerra contro gli alleati. In seguito avuta notizia dai nostri informatori che i nazi-fascisti stavano preparando un grande rastrellamento con mezzi blindati ed armati con armi molto più sofisticate delle nostre, siamo ritornati a Carmo Langan. Quando dopo qualche giorno si è scatenato l’attacco contro di noi, non essendo in grado di contrastarlo, il comandante “Vittò” come se fossimo stati su una nave in balia delle onde, ha dato il si salvi chi può, con l’ordine di ritrovarci in quel luogo il mese successivo. Io con un gruppo di uomini del mio distaccamento abbiamo riparato verso Colle Melosa m. 1500, Cima di Marta 2130 m. Saccarello 1200 m. Giungendo a Piaggia (provincia di Cuneo) dove agiva un nucleo di Partigiani di Giustizia e Libertà, comandati dal Capitano Umberto, e sotto la sua guida abbiamo partecipato ad altre azioni di disturbo contro i nazi-fascisti.

Trascorsi una ventina di giorni decidemmo di rientrare nella nostra zona come aveva disposto “Vittò”.

Prima di partire da Piaggia il Capitano Umberto, che proveniva da una famiglia nobile del cuneese, m’invito a rimanere con lui promettendomi di darmi il comando di un reparto di partigiani di Giustizia e Libertà. Ho rifiutato e ringraziato, partendo con gli altri compagni alla volta di Carmo Langan. Non sono in grado di ricordare le date di tutti questi spostamenti essendo trascorsi oltre 65 anni quando mi accingo a scrivere questi ricordi, ma eravamo ormai nella seconda metà dell’anno 1944. Giunti a Carmo Langan, abbiamo trovato “Vittò” e si è ricostituita la brigata.

Voglio qui ricordare fra le tante brutture commesse da parte dei nazi-fascisti, un episodio molto grave avvenuto a Baiardo, il Segretario politico del partito fascista era un certo Taggiasco Gio Batta vedovo con due figlie Mafalda e Carla già signorine di oltre vent’anni, come ho detto in precedenza Baiardo è stato uno dei primi paesi dove i partigiani si ritrovavano per poi smistarsi verso i vari reparti dislocati sulle circostanti montagne. Non abbiamo mai preso provvedimenti nei confronti del Taggiasco perché si capiva che aveva ricoperto quella carica per pura ambizione, era un povero contadino, non aveva mai fatto male a nessuno, certamente Baiardo era nel mirino delle Brigate Nere per cui un giorno arrivarono in forze e fecero un grande rastrellamento nel paese e nelle vicine frazioni, portarono tutti i rastrellati nell’albergo Miramonti, sito sulla piazza principale, invitarono le due sorelle Taggiasco e fecero passare tutti i rastrellati davanti a loro che dovevano indicare chi era partigiano delle S.A.P. che operavano nei centri abitati o chi aveva in qualche modo aiutato i partigiani. Ne indicarono 16, fra i quali vi era un loro cugino, li portarono tutti a Sanremo al Castello De Vachand (credo che si scriva così), dove vennero fucilati tutti sedici.

Subito dopo la liberazione sia il padre sia le figlie, nonostante si fossero rifugiati a Loano in provincia di Savona, sono stati rintracciati e giustiziati a loro volta. Comunque episodi di questo genere e di questa gravità posso assicurare che si sono verificati molto raramente, può esserci stata qualche spiata più per paura sotto la minaccia delle armi che per altro, i contadini ci hanno sempre aiutato rifocillandoci e informandoci di eventuali movimenti dei nostri nemici, con grave pericolo per la loro incolumità e per questo dobbiamo sempre ringraziarli ed essere molto grati nei loro confronti. Intanto sulle alture di Taggia si era costituito un battaglione di partigiani, chiamato battaglione Luigi Nuvoloni che era il nome di un caduto in combattimento originario di un paese della valle Argentina. Detto battaglione era costituito in gran parte da partigiani di Taggia e località limitrofe ed era comandato da un vecchio socialista che si chiamava Simi di cognome, col nome di battaglia “Gori”; era molto anziano e cagionevole di salute, poiché questo battaglione faceva parte della brigata “Vittò” mi chiamo e mi invito a raggiungere quel battaglione e ad assumere la carica di commissario, in effetti poiché “Gori” era sempre indisposto dovevo portare avanti quella formazione come comandante e come commissario. Intanto eravamo giunti ai primi giorni del 1945, sapendo che gli Inglesi dovevano fare un lancio di armi e di viveri per le formazioni della 1a zona Liguria ed esattamente sul Mongioie 2600 m. di altitudine, mi fu ordinato di raggiungere tale località poiché conoscevo già il percorso, raggiunsi di nuovo Piaggia e più avanti Viozene provincia di Cuneo, dove ci accampammo in vecchi casolari di pastori, da Viozene al Mongioie la strada era abbastanza breve. In attesa dei lanci abbiamo fatto diverse imboscate sulla strada statale n° 28 che da Imperia porta a Pieve di Teco, Colle di Nava, Ormea, Garessio, Ceva e avanti fino a Torino. Durante uno di questi attacchi abbiamo dovuto ritirarci precipitosamente per non essere sopraffatti dai nazi-fascisti sul Pizzo di Ormea a m. 2475 sul livello del mare dove abbiamo bivaccato all’aperto tutta la notte. Rientrati a Viozene, dopo qualche giorno, seguendo le istruzioni di radio Londra, nella notte stabilita abbiamo acceso dei falò su una spianata alle falde del Mongioie. Tutto si è svolto nella massima semplicità, i lanci si sono svolti regolarmente, abbiamo ricevuto armi e viveri col consueto cioccolato. Armi e viveri sono stati divisi con le formazioni partigiane operanti nella zona fra la provincia di Cuneo e quella di Imperia. Intanto siamo arrivati ad Aprile del 1945, i Tedeschi e le Brigate Nere consapevoli della disfatta, pressati dalle forze alleate e dalle nostre formazioni, si ritiravano verso il nord dell’Italia con la speranza di raggiungere la Germania, molti di loro sono caduti e molti altri fatti prigionieri. Noi abbiamo avuto l’ordine di portarci sulle alture sopra Taggia e Sanremo, durante il trasferimento che è durato alcuni giorni, siamo stati attaccati dai Tedeschi in fuga con raffiche di mitragliatrice, anche se sparavano da molto lontano e disordinatamente, una pallottola a ferito alla gamba il Comandante Gori che non ha avuto la sveltezza di gettarsi a terra.

Ormai i Tedeschi e i fascisti erano in fuga. Noi abbiamo proseguito la nostra marcia verso Taggia e Sanremo portando a spalle su di una barella improvvisata il Comandante Gori che era stato medicato alla meglio. Si trattava di una ferita lieve, arrivati a Sanremo, è stato ricoverato nel locale Ospedale. Intanto siamo arrivati prima a Taggia e poi a Sanremo, era il 25 aprile 1945, contemporaneamente sono arrivate le truppe alleate e insieme abbiamo presidiato quelle città ormai abbandonate dai nazi-fascisti. Dalla vicina Francia sono arrivate anche delle truppe francesi formate da soldati di colore Senegalesi questi, dopo qualche giorno sono rientrati in Francia. Dopo i festeggiamenti per la vittoria sul nazifascismo, siamo rimasti a presidiare la città con le truppe alleate, fin quando il Comitato di Liberazione che si era costituito, dopo avere regolarmente registrato le nostre generalità e le formazioni in cui avevamo operato, ci ha messo in libertà e siamo rientrati nelle nostre famiglie. Ed è cominciata una nuova vita, eravamo molto fieri della riconquistata libertà di parola e di pensiero. A questo punto bisognava trovare lavoro, la mia mamma lavorava in un magazzino di spedizionieri di fiori, ma con un fratello di 16 anni anche lui disoccupato bisognava darci da fare. Nel mio caso il Comitato di Liberazione Nazionale voleva imporre alle tranvie, dove avevo lavorato, di assumermi ma io rifiutai perché mi sembrava di tornare ai tempi del regime fascista quando era imposto di agevolare qualcuno solo perché portava la camicia nera. Mi rivolsi in altre direzioni fra cui un amico capo stazione ad Arma di Taggia il quale s’informò e mi riferì che non si prevedeva nessuna assunzione in ferrovia, però a Genova si andava costituendo il corpo di polizia ferroviaria ed era facile essere assunti specialmente per gli ex partigiani. Per questo mi recai a Genova mi presentai al Comandante della polizia ferroviaria e fui assunto immediatamente come agente ausiliario. Mi diedero una divisa e una pistola e mi mandarono a Novi Ligure nello scalo ferroviario di San Bovo. Eravamo nel mese di luglio 1945 e vi sono rimasto fino a settembre quando sono stato trasferito a Genova Principe presso il commissariato compartimentale. Nel 1949 sono stato inviato a Caserta nella locale scuola di polizia perché essendo ancora agente ausiliario, dovevo frequentare un corso di sei mesi per essere nominato agente di P.S. effettivo. Durante quei sei mesi mi invito nel suo ufficio il Comandante della scuola, Colonnello Fausto Balmas, per comunicarmi che il Consiglio dei Ministri aveva deliberato di pagare gli stipendi a tutti i partigiani che avevano avuto posizione di comando, io ero stato riconosciuto come Tenente per due mesi, giugno e luglio 1944 e nove mesi da Capitano da agosto 1944 al 30 aprile 1945 ed era arrivato l’assegno con lo stipendio dovuto per quei gradi. Il Colonnello si complimento e mi chiese se avevo bisogno di qualche cosa, risposi che avevo bisogno di riscuotere quell’assegno (non ricordo più la somma ma si trattava di poche migliaia di lire riferite agli stipendi del 1944/45), perché essendo sposato, ne avevo bisogno. Mi fece fare la girata e dopo qualche giorno mi richiamo per consegnarmi quanto dovuto. Finita la scuola, ritornai a Genova alla polizia ferroviaria. Nel 1960 partecipai a un concorso per 2000 posti di sott’ufficiale, vinsi il concorso, frequentai la scuola allievi sott’ufficiali a Roma della durata di dodici mesi e rientrai a Genova nel giugno 1961 sempre alla polizia ferroviaria, dove rimasi fino al 1970, in quei dieci anni partecipai ad altri concorsi sempre positivamente arrivando al grado di Maresciallo di 1a classe, carica speciale che riferito ai gradi dell’esercito corrisponde al grado di Maresciallo Maggiore, aiutante di battaglia. Poiché con gli anni di servizio e le campagne di guerra riconosciutemi quale partigiano combattente, raggiungevo gli anni necessari per andare in pensione a 46 anni lasciai il servizio e mi collocai in pensione. Nel 1972 sono stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica. Non voglio dilungarmi oltre ricordo soltanto di aver conosciuto in questo comune (Davagna) due cari compagni: Nicora Adriano (Giuli) e Drago Remo padre di Ernesto Mauro, diventato Sindaco, mi iscrissi al P.C.I. sezione di Davagna, ed i suddetti compagni impegnati nell’amministrazione come Assessori, mi invitarono a diventare Giudice conciliatore carica vacante nel comune, accettai e rimasi in carica per 7 anni in seguito all’invito di mettermi in lista nelle elezioni comunali sempre nelle liste del P.C.I., accettai, il partito vinse le elezioni e diventai Assessore ai servizi sociali, scuole e lavori pubblici per 10 anni, vincendo anche le successive elezioni. Non ricordo bene le date posso dire indicativamente che eravamo negli anni 70 come giudice conciliatore e negli anni 80 come Assessore. Abitavo a Genova ma tramite i compagni di Davagna trovai una casetta in affitto, dove trascorrevo i mesi estivi e altre occasioni con la mia famiglia: moglie e figli, casetta che conduciamo tutt’oggi. Intanto mi feci socio dell’A.N.C.R. con sede in via Meco 10 e ricostituii la sezione dell’A.N.P.I. che si era sciolta da qualche anno con sede nei locali dell’A.N.C.R. gentilmente concessi. Termino qui questi ricordi, dove mi sembra di aver riportato gli episodi salienti vissuti in 18 mesi da Partigiano.

P.S. Per completezza d’informazione allego la fotocopia del mio foglio matricolare.

In fede

Basso Gio Batta

 

 

 

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