domenica 30 settembre 2012 ore 08:48 SEMPRE DALL’ANTICO ROMANZO CHE NON ESISTE…A ME NON SEMBRA MALE…IL “POER FIEU” DI ANALISTA E’ NIENTE CHE MENO CHE IL PROF. GIAN CARLO ZAPPAROLI! COMUNQUE LUI SI E’ LETTO SENZA ECCEPIRE. LA PERSONA DI CUI PARLO, E’ DI MOLTI ANNI FA, E’ MARCO.

 

 

5. 3 cosa saranno mai questi normali?

 

 

 

 

Quello che mi ha straordinariamente, e piacevolmente, stupito è questo.

 

Ho avuto a che fare con una persona, la cui affettività positiva pareva bloccata.

 

Questo giovane ha accettato di “allenarsi” a guardarsi dentro e ad esprimersi e, soprattutto, ha avuto “la resistenza” per farlo anche attraverso scritti.

 

Devo aggiungere che è un lavoratore della mente eccezionale perché la fatica non lo spaventa mai.

 

Un certo giorno, erano passati dodici anni, ho visto sorgere, quale narciso sulla neve, un’emozione spontanea.

 

Parlo di cose semplici: un saluto più sentito, uno sguardo di attenzione, una stretta di mano e, soprattutto, una frase intera affettuosa: “Ho sentito la mancanza dell’incontro che abbiamo perduto”.

 

Mi parso “un miracolo”.

 

Con questo non voglio dire che la capacità di guardarsi dentro, e di mettersi in parole, sia l’unica variabile in campo.

 

Non ci si può mai dimenticare dell’ambiente e il reciproco rapporto che, ad un certo punto della sua evoluzione, l’Io mantiene con questo: lo modifica attivamente, se riesce, e ancor più ne è modificato.

 

Arrivati a questo tipo di rapporto (attivo e reciproco) con l’ambiente, anche se è “attivo e reciproco pressapoco”, le cure sono finite da un pezzo e il malato, anzi colui che era un malato, è diventato uno psicotico-sano.

 

Uno psicotico-sano, nella mia esperienza, ha una libertà emozionale e comportamentale che gli viene dal suo particolare rapporto con l’inconscio.

 

Ha una vita basata sulla instabilità che lo rende imprevedibile (segue il fantasiare e i sentimenti del suo inconscio-conscio e lì trova il suo appoggio).

 

Forse posso trasmettere quello che intendo in questa forma.

 

Per uno che si fosse abituato per tanti anni a vivere su un ponte rotto, l’instabilità sarebbe diventata la norma. E in un altro modo non si abituerebbe più a vivere.

 

Per questo non ha più bisogno della “costanza della realtà” per sopravvivere, anche perché ha visto nel delirio, e nella lunga malattia, che questa  non esiste.

 

E come questa, tante altre illusioni che caratterizzano la vita di un normale, gli sono cadute, e gli è sorta, al contrario, una gran passione per la realtà, e per quello che lui chiama “la verità”.

 

 

Per tutte queste ragioni, che verranno raccontate meglio in un capitolo specifico, il nostro eroe psicotico-sano, avrà un’estrema difficoltà ad essere accolto come persona dai normali: è troppo “diverso” e, come tale, agli occhi dei più che, magari, sono anche i suoi familiari, sempre pericoloso.

 

L’imprevedibilità, il non potersi immedesimare in lui, gli “strampalati valori” secondo cui si conduce, assolutamente non condivisi dalla maggioranza, lo rendono sospetto.

 

Inoltre, lui è inseparabile dalla sua storia di pazzia che, incancellabile, gli fa sempre da “cornice”.

 

Il marchio, infatti, non si cancella né si attenua.

 

Neppure acquisendo “buone maniere”.

 

Ma anche per arrivare alle buone maniere, bisogna dirlo forte, avrebbe bisogno di un istruttore.

 

A lui i normali piacciono, lo incuriosiscono, specialmente quel loro mondo interno che dichiarano “semplicissimo e felice”, e che, a lui, invece, appare spesso tenebroso e tristissimo.

 

E, sempre secondo lui, così inesperto della normalità, questo loro mondo non potrebbe essere diverso, dal momento che si basa su convinzioni talmente fallaci, e su illusioni, così tante e così ripetute, che gli appare, in certi momenti, addirittura delirante.

 

Quasi a dire che la pazzia è una tremenda malattia, bisogna curarla in tutti i modi, ma la normalità, cui ha così tanto aspirato, non è malattia, certamente, è sanità, certamente, ma, a lui,” meschinetto”, “ pôr fieu vegnù giò cun la piena”, non pare poi “ così sana”.

 

Così, in mancanza di un istruttore che non c’è, va in cerca del suo “vecchio” analista, un pôr fieu anche lui, perché a lui gli psicotici piacciono, li capisce e ci parla insieme normalmente, senza dare loro quelle secche bacchettate sui nodi delle dita, che fanno così male.

 

 

 

 

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