MAURIZIO FERRARIS: Manifesto del Nuovo Realismo

di Giulio Di Basilio

Maurizio Ferraris pubblica per l’editore Laterza il suo atteso Manifesto del Nuovo Realismo. L’autore tenta d’intercettare lo spirito della filosofia degli ultimi decenni, con la verve a cui ci ha abituato. Si tratta di un vero e proprio caso per la cultura italiana che ha sollevato molte polemiche da parte dei protagonisti della filosofia italiana.

 

 

Per esprimere la posizione di Maurizio Ferraris, come presentata nel manifesto pubblicato per l’editore Laterza, potremmo parafrasare il noto aforisma dostoevskiano: se la realtà è interamente costruita socialmente, allora tutto è permesso.

Ferraris, studioso di ermeneutica, estetica e ontologia, laureatosi sotto la guida di Gianni Vattimo, – conoscitore profondo e diretto dei protagonisti della filosofia continentale della seconda metà del Novecento – ha compiuto una vera e propria svolta realistica nella sua ricerca intellettuale: come ha scritto nella sua Autopresentazione nel volume dedicato ai filosofi italiani contemporanei per Bompiani «la svolta si caratterizza per un passaggio dal relativismo ermeneutico a un oggettivismo realistico: oggettività e realtà, considerate dall’ermeneutica radicale come principi di violenza e sopraffazione, sono di fatto […] la sola tutela nei confronti dell’arbitrio». Non mancano toni da palinodia nelle parole dell’autore.

Lo scopo del manifesto non è, però, quello di raccontare la sua biografia intellettuale, bensì di afferrare un nuovo spettro che si aggira per l’Europa, o meglio, in questo caso un po’ per tutto il mondo, almeno secondo l’autore: lo spettro del Nuovo Realismo. Tale corrente filosofica è innanzitutto «la presa d’atto di una svolta», che ci obbliga a fare i conti con la smentita di due tra i maggiori dogmi della tradizione filosofica postmoderna: «che tutta la realtà sia socialmente costruita e infinitamente manipolabile, e che la verità sia una nozione inutile perché la solidarietà è più importante dell’oggettività».

Ferraris recrimina al postmodernismo – termine che raccoglie una sorta di unità focale di molte tradizioni filosofiche degli ultimi decenni del secolo scorso – di aver inculcato dei dogmi relativistici e nichilistici nella società contemporanea, facendoli per giunta passare per occasioni di emancipazione. Per l’autore nel Manifesto, infatti,  «l’argomento decisivo per il realismo non è teoretico bensì morale, perché non è possibile immaginare un comportamento morale in un mondo senza fatti e senza oggetti». È quindi proprio contro ogni principio d’autorità che dobbiamo riconoscere il carattere inemendabile del reale, senza per questo cadere nellaRealpolitik, proprio perché si tratta di accertare e non accettare i fatti.

È fuor di dubbio che l’autore riesca, da ormai non pochi anni a questa parte, a richiamare il grande pubblico alla filosofia, a farla uscire dalle accademie, a darle una voce sicuramente militante, eppure schietta, diretta, che possa incontrare e allo stesso tempo risvegliare il senso comune. Sono poche le figure che, come Maurizio Ferraris e Umberto Curi, riescono, seppur provocatoriamente, a restituire alla filosofia quell’agone pubblico che si merita.


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