5 dicembre 2012 ore 07:58 COME CHIARA ARRIVA ALLA PRIMA CRISI IN UNA VECCHIA VERSIONE. UN’OSSERVAZIONE VITALE DI TUTTO IL LAVORO CHE FACCIO DA SECOLI (DAI DODICI ANNI) DI NEMO.

 

 

Indagine profonda, sincera, quasi spietata, dei propri trascorsi per individuare a posteriori ‘ …. una maglia rotta nella rete / che ci stringe …. ‘ (Montale) attraverso la quale si sarebbe potuto ‘balzar fuori e fuggire’ “. (NEMO)

 

 

A quasi trent’anni, una forte depressione con attacchi di panico che mi prendevano sul lavoro (ero insegnante alle 150 ore, se qualcuno le ricorda), mi avevano deciso a fare terapia con uno psicologo. Stavo così male che avevo dovuto lasciare il lavoro.

 

Fin dall’inizio, era stato evidente che questa depressione nascondeva un bisogno di emanciparsi dalla famiglia, e dal ragazzo con cui abitavo, che della famiglia era per me un prolungamento.

Ma a questo bisogno potevo rispondere solo con attacchi di panico.
“Sapevo”, senza sapere, di voler volare senza avere le ali.

 

 

La depressione era però vissuta dal terapeuta come un nemico da sconfiggere al più presto, e non come momento di elaborazione, un fermarsi necessario per avere il tempo di costruire quelle strutture interne che mi avrebbero permesso di diventare autonoma.

 

Abitavo da sola a Milano, lontano dalla famiglia, che mi chiamava sempre al telefono varie volte al giorno, in maniera ossessiva. Era un chiamarmi pieno di domande su cosa facevo, non facevo, perché non facevo…”sevizie” per un’identità informe come in genere è quella adolescente che capisce solo “l’Autonomia”!

La prima cosa decisa dal terapeuta era stato prendere le distanze da questa famiglia così invasiva, senza chiedersi come mai mi sottomettessi, torto collo sia pure, a questo bombardamento di stimoli e di controlli.

 

Mi ero, in seguito, sempre dal terapeuta, sentita forzata ad assumere una supplenza a scuola e, cosa che mi lacerava molto di più, a lasciare il ragazzo con cui convivevo: “Non mi avrebbe mai amato perché figlio di una madre schizofrenica”.

 

Dopo due anni, ero arrivata a quello che sarebbe poi stato un punto obbligato di tutte le terapie: mi ero innamorata del terapeuta sentito come l’unico legame esistenziale rimasto. L’unico “cordone ombelicale” perché tutti gli altri -recidendoli-si erano focalizzati su di lui.

 

In un incontro gli avevo dichiarato il mio amore, aggiungendo che l’avrei amato eternamente.

Il terapeuta non aveva detto niente: aveva abbassato la testa con una espressione seria. Compresa.

(Solo in seguito ho scoperto che questa mossa è una tappa obbligata della terapia per aiutare il paziente- sognando un piacere immenso-a vincere la resistenza che sente, l’inerzia che lo blocca a modificarsi. Ma è preciso compito del terapeuta mantenere questa  fantasia -a basse temperature- senza mai passare dalla dimensione del “non detto” o del sogno, come ho detto. E’ una specie di vaselina, se mi passate l’espressione, il cui uso-implicito in qualunque rapporto di autorevolezza – richiede la perizia di una mano finemente esercitata come quella di un orafo).

 

Lui era diventato l’unica fonte di nutrimento e di benessere in un mondo che stava scricchiolando paurosamente e sentivo il bisogno di averlo vicino.

Ma la seduta in cui gli avevo chiesto di fare all’amore con me, mi aveva ridotto in frammenti.

E’ terribile appigliarsi ad un ramo che senti vacillare più di te.

 

Avevo affermato, con civetteria e divertimento, che non mi sarei mossa dal suo studio finché non mi avesse esaudito.

Il terapeuta, visibilmente in panico, aveva chiamato l’ambulanza per farmi internare.

Gli infermieri mi avevano sollevato di peso, perché non volevo muovermi, e mi avevano portato in ospedale.

 

Lì avevo recitato la parte della matta, una prova generale della vera inscenazione.

 

Il terapeuta, che mi aveva accompagnato in ospedale, adesso sembrava molto divertito. Mi guardava con allegra simpatia, rideva con me quando non c’erano gli infermieri., quasi fossi una vera monella.

 

Dopo meno di un’ora (“dai vieni!”), mi aveva fatto uscire e accompagnato nello studio di un amico, “un tecnico”, così aveva detto, che avrebbe dovuto darmi delle medicine (era l’epoca della fobia dei farmaci, da parte degli psicoterapeuti; e della fobia della psicoterapia da parte degli psichiatri: una scissione tra mente e corpo presente nella cultura professionale dell’epoca).

Li sentivo discutere tra di loro  senza parlare con me e senza arrivare ad una conclusione.

Nessuno mi aveva detto niente.

Mi aveva poi riaccompagnata a casa con la sua macchina.

Gli avevo chiesto di salire.

Mi aveva risposto, indeciso: ”Un’altra volta”

 

Ma ormai ero una pietra abbandonata su un marciapiede senza un buco che potesse accoglierla.

Esposta senza pelle.

Mentre vacillavo in me stessa.

Perché – da questi teatrini- io avevo “capito”, senza capire,  a chi -unicamente- mi ero affidata.

 

 

Era venuta a mancare l’unica ancora che avevo.

Che il terapeuta mi aveva lasciata dopo avermi fatto il vuoto intorno.

Quel abisso che mi si era aperto davanti fin dai primi tempi della terapia, un presentimento, era diventato un pericolo insondabile e senza confini.

Un lembo nero in cui sprofondavo senza fine.

 

Un sentimento di lutto inesprimibile mi aveva preso e mi conduceva a dire addio alle persone che mi erano care, quasi dovessi partire per un luogo molto lontano o morire.

 

La mattina dopo, alla fine delle lezioni a scuola, avevo invitato la classe, e la mia amica Donatella, un’altra insegnante, ad una pizzeria.

Avevo appena preso lo stipendio, con cui vivevo, e l’avevo speso tutto.

Avevo bisogno di lasciare un forte ricordo negli alunni, cui ero estremamente legata, e che non avrei mai più rivisto.

 

Dopo colazione, ci siamo sdraiati su un prato lì vicino cantando tutti insieme delle canzoni popolari.

Ero molto triste mentre cantavo.

Soprattutto mi sentivo molto seria.

Drammaticamente seria, concentrata in qualcosa che non sapevo.

E’ una delle caratteristiche del delirio quando si avvicina.

 

La mia amica (ci conoscevamo dalle medie), in seguito, mi avrebbe detto che non aveva trovato nulla di strano in me.

 

Ma io sentivo già, anche se a tratti, che non ero più sola al mondo (la trasformazione della tua realtà, l’appiglio a sopravvivere che il delirio ti fornisce).

Cantavo insieme agli altri, ma io cantavo al terapeuta convinta che potesse ascoltarmi. Non ero più sola, eravamo nel mondo “io e lui”.

 

L’innamoramento per lui era diventato un tema dominante che mi conduceva, a volte presa da una felicità così piena da non poterla contenere, a volte da un lutto sconfinato, in un vortice sempre più accelerato, verso uno spazio che si restringeva e che, a volte, si ricolmava di angoscia, come dentro una stanza stretta tappezzata di specchi. Dovunque guardassi, c’ero io-noi, la mia immagine confusa con la sua immagine, e quest’amore inutile che mi teneva appesa per un filo, ma ancora viva.

 

L’innamoramento era anche un diversivo per non continuare una terapia che era diventata insopportabile.

Avanti, come lui mi incitava ad andare, non potevo andare, e il mio inconscio- istinto di sopravvivenza avevo trovato quel modo (la crisi) per bloccarla (così giudico oggi). Andare avanti c’era solo la morte perché volare non potevo volare ed io lo sapevo. Quell’autonomia assoluta che mi predicava era la morte dell’essere umano che è un alberto che senza radici muore in maniere orribili ingoiato da venti e tempesta.

 

Ma, soprattutto, nei dilemmi in cui mi dibattevo, sfinita, il mio io si era accasciato, perdendo quasi la possibilità di un linguaggio simbolico. O, meglio, perdendo la “capacità di pensare” che è sempre immaginare un’alternativa possibile. Le capacità intellettive più elevate si erano allentate ed io ero ridotta a masticare il concreto della pietra.

Avevo bisogno di una presenza buona nella mia mente per potermi ancorare a qualcosa, avendo distrutto (attraverso la terapia che mi voleva “autonoma”, in quel modo in cui intendeva il terapeuta cioè un’autonomia assoluta) tutti i legami che ancora mi tenevano insieme, ma questo bisogno si era presentato “concretamente”, come la necessità di una presenza fisica dentro di me. Da qui la richiesta di un rapporto d’amore.

 

Con il passare degli anni penso a questo terapeuta con simpatia (oggi, 2012, lo considero da denuncia) come al “l’apprendista stregone”: aveva demolito facilmente una facciata molto rigida, che aveva funzionato per parecchi anni: quella infatti che avevo messo in piedi, in piccola parte, a partire dalla depressione dei dodici anni, ma soprattutto con la gravissima depressione dei quindici-sedici anni (ne parlo in seguito). La demolizione era stata rapida, solo che invece di trovarsi davanti una persona, si era trovato davanti ad un baratro, ad una ragazzina che era implosa e che bisognava ricostruire, ma oramai tutte le difese erano state abbattute e una serie di forze inaspettate ormai agivano tutte insieme senza controllo: il terapeuta non aveva saputo far fronte a quello che si era trovato davanti e che stava dietro quella impalcatura.

L’averlo poi tirato in ballo personalmente con la mia proposta d’amore, era stata proprio l’unica mossa che non avrei dovuto fare, perché lì era caduto anche lui, ma il mio inconscio l’aveva fatta.

Perché?

Questo, per me, è un giallo più divertente di qualunque poliziesco, ma non so rispondere!

Attrazione per il baratro, un sentimento radicato nel cuore umano?

Aveva prevalso il bisogno di distruggere e, nella mia malata grandiosità, volevo assistere ad una “bella catastrofe”?

 

 

E’ possibile. Arrivata a quel punto (a cui nessun essere umano mai dovrebbe essere portato, ma l’incapacità professionale puo’ uccidere), le mie forze costruttive, infatti, mi avevano abbandonato, volevo lo sfascio, ero attirata dall’abisso: troppi sensi di colpa per aver tagliato tutti i  legami: non volevo più salvarmi.

Ritornava l’indegnità del “mio” (fatto da me) abuso e la convinzione che neanche la morte sarebbe stata espiazione.

Questa è l’unica risposta che mi occorre, e credo sia una delle possibili.

Il fatto che lui sia crollato, e a quel modo, è stata la conferma di antichissimi sensi di colpa che appariranno quando parlerò del “nucleo del delirio”: ma posso anticipare che lui mi dimostrava, documenti alla mano, che non ero degna di vivere.

 

 

 

Quella sera, avevo riaccompagnato gli alunni a casa con la mia macchina che era già tardi.

Mi ero poi recata allo studio del terapeuta, studio che era anche la sua abitazione.

 

Una signora mi aveva chiesto passando se stavo male e se avevo bisogno di aiuto: mi aveva visto seduta per terra davanti alla porta dello psicologo cantare a voce bassa canzoni d’amore.

Ero in preda ad un pensiero che mi faceva perdere il senso comune.

Il mio intento era fargli una serenata: era una porta che non si apriva, e non un balcone, ma cosa importava?

Le canzoni erano bellissime e lui le ascoltava.

 

 

Stanca di aspettare, mandandolo al diavolo (questi improvvisi sbalzi d’umore sono caratteristici della mania o dell’approssimarsi di) sono andata nella pizzeria di fronte.

Ho mangiato qualcosa e bevuto una birra.

 

Mentre  ne aspettavo un’altra, mi sono guardata in giro. Ad un tavolo, alla mia sinistra, una bambina di pochi anni se ne stava per conto proprio, assorta, quasi immobile, mentre i genitori erano presi a discutere molto animatamente. Istintivamente mi sono alzata dal mio tavolo e mi sono seduta al tavolo dietro di lei: sono rimasta a parlarle.

Mi rivedevo in lei, tante volte avevo vissuto la stessa scena a casa mia, proprio a tavola, da bambina (in questi momenti, il confine tra realtà esterna ed interna si allenta fino, in certi casi, a svanire).

 

Chiesi alla mamma di poter tenere un po’ in braccio la figlia, ma la signora mi guardò con diffidenza e rifiutò: non ero vestita “da signora”, come molti all’epoca che erano impegnati politicamente nella sinistra. Ripensarci mi fa ridere: eravamo tutti in divisa, noi e la nostra voglia di anticonformismo!

 

Mi disse di no, anzi, molto seccata.

Il padrone della pizzeria seguiva i miei movimenti con inquietudine. Era l’epoca: parlo dell’aprile ’75. Anche questa – oltre alla cultura psichiatrica prevalente- non agiva a mio favore.

 

IPOTESI – CONCLUSIONE: Tante coincidenze casuali, tante variabili- tutte imprevedibili- che si mettono ad agire contemporaneamente – sia esterne che interne – sono necessarie per arrivare ad una crisi di pazzia. Per quanto mi riguarda, tendo a dire, nelle parole di Nemo, “che non c’era una maglia da cui poter fuggire”: questa – il destino- è sempre in relazione agli strumenti mentali  che abbiamo in quella precisa epoca.

 

 

 

 

 

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2 risposte a 5 dicembre 2012 ore 07:58 COME CHIARA ARRIVA ALLA PRIMA CRISI IN UNA VECCHIA VERSIONE. UN’OSSERVAZIONE VITALE DI TUTTO IL LAVORO CHE FACCIO DA SECOLI (DAI DODICI ANNI) DI NEMO.

  1. D 'IMPORZANO DONATELLA scrive:

    Avevo messo un piccolo commento questa mattina, ma forse poi ho dimenticato qualcosa. Mi sembra davvero efficace, chiaro, comprensibile, pur essendo qualcosa di molto difficile da spiegare.
    Sei davvero brava e capace di descrivere cose altrimenti inespicabili!

  2. michelangelo scrive:

    esatto, “non esiste la maglia da cui sfuggire” non c’è maglia come non c’è altor spazio se non questo ( il linguaggio); così come le soluzioni o gli errori sono disposti di fatto tutti sulla scacchiera, nello stesso momento e su un unico piano.

    Il fascio, no… io mio fascio di luce che proietta il film a getto continuo. sono in autobus e guardo una donna e sulla sua persona indirizzo il fascio. attendo una sorta di innesco chimico. lei è lo schermo. gli amori inventati, i migliori, quelli che fanno male e il cui male è anche bello e della cui salvezza non sappiamo che farcene, anzi è offensiva perché io credo si voglia “quanto meno” della grandezza, sentire di più, si trattasse pure della nostra miseria umana.

    -Tutto ciò, lo sai, non ti renderà felice. Tutto ciò ti renderà sempre affamato.

    E che dire dell’arte, della letteratura che mostra dipendenze emotive chiamandole vero amore? l’amore romantico, l’unico forse degno di essere vissuto, non è forse dipendenza emotiva? “Senza di te la mia vita non ha senso” non è il sentire del disperato? il mito di essere l’uno la metà dell’altro? Non cerchiamo nell’altro alla fine questo assorbimento, non cerchiamo fondamentalmente di sparire? ( non voglio tirare in ballo facebook, non lo faccio, lo giuro)
    La cosa ottimale sarebbe spegnere il fascio e accettare quello che abbiamo davanti, a luce naturale. chissà se ha una controparte concreta questa oscura metafora apparentemente significativa. Lo chiedo perché io non lo so.

    al mio psichiatra, qualche mese fa, ho detto che preferivo investire il mio denaro per le mie avventure erotiche. Il motivo è banale da far schifo: il piacere che ne ricavo è immediato, a differenza di un lungo discorso su me stesso che, trovandolo tedioso, al momento, non ho tutta questa voglia di curare. attacchi di panico compresi.

    grazie.

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