12-12-12 ORE 16:00 NON MI SONO DIMENTICATA!!! ANZI MI MANCHI!!!! UNA TRENTENNE, LA BELLA JENNY, CI RACCONTA I SUOI TRENTANNI…

Chiara sa che questa canzone- inno di battaglia-stile di donna- piace a Jenny.

 

 

Un omaggio un po’ sfocato a Jenny che è bionda (nature) come i girasoli, la foto è vergognosamente del grande mariobardelli!

——

E poi un giorno all’improvviso ti rendi conto che hai TRENTANNI, intendiamoci,
non trent’anni che è solo un’età anagrafica, ma TRENTANNI, tutto attaccato,
tutto insieme, tutta la tua vita in un’unica parola approda ad una nuova
condizione dove tutto il mondo pretende che la tua vita abbia un senso
compiuto.

Possono arrivare un pò prima o un pò dopo il completamento del tuo trentesimo
anno di vita, ma quando arrivano, sei certo che non potrai più far finta che
non ci siano, soprattutto se sei donna.

A che punto sono? Cosa ho costruito? Sono felice e soddisfatta della mia vita?
Ho un marito? Voglio dei figli? Sacriferò la mia carriera per la famiglia, o la
mia famiglia per la carriera? E una famiglia alla fine la voglio davvero o no?

Questi TRENTANNI ti chiedono delle risposte e con loro tutto il resto del
mondo.

Ma procediamo per gradi.

Il tuo percorso di studi è terminato, i giochi sono chiusi, se sei laureato
bene, se non lo sei e hai abbandonato difficilmente potrai ricominciare, se
invece non lo sei e ancora vivi da universitario beh…vedi tu.

Ovvio, hai ancora la possibilità di migliorare il tuo bagaglio, di frequentare
corsi, specializzazioni, ma diciamo la verità, sono pochi quelli che raggiunta
quest’età cambiano radicalmente direzione, ovvero se ho fatto la segreteria
fino ad oggi sarà raro che mi iscriverò a Medicina e Chirurgia e andrò a
salvare i bimbi in Africa. Anche perchè, tristemente, tutte le scelte saranno
calibrate sulla capacità finanziaria di supportarle.

Hai un lavoro? E’ un lavoro (scusate mi viene da ridere mentre scrivo)
FISSO?
Sono pochi quelli che hanno avuto questa fortuna, e anche chi ha un contratto
a tempo indeterminato in questi momenti si sente un pò precario, perchè oggi la
tua ditta c’è e domani non si sa.

Ti sei sposata? Convivi? Sei single? Oppure hai già divorziato? Ad un certo
momento, lentamente i componenti della tua squadra “divertimento” escono dalle
righe, fino a quando le uscite sono prevalentemente cene tra coppie, cene per
coppie, e tu, quella sola, vieni invitata quasi con un lascivo senso di
compassione, ti propongono accoppiamenti improbabili con cugini del fratello
del cognato della tua amica, misteriosamente single come te. Perchè alla fine i
single … anche ai single puzzano un pò di strano.

Hai figli? Il mondo è drasticamente diviso in due fazioni: quelli con i figli
e quelli no. Alle feste, ai matrimoni, alle riunioni di famiglia siete tagliate
fuori in quanto abomini della natura, donne potenzialmente madri che non
assolvono al loro compito primario: la preservazione della specie.

Quindi per tutte quelle come me che hanno vissuto un pò a caso, seguendo a
turno le voci “da dentro”, questi TRENTANNI, chiedono risposte che non sapevamo
di dover dare, che non avevamo preso in considerazione se non di sfuggita,
tanto c’è tempo, progetti a lungo periodo non si fanno, prendiamo la vita come
viene, viviamo giorno per giorno, si…….un pò a caso, via.

Ecco, rassegnati sono arrivati i tuoi TRENTANNI.

Che poi siano stati a caso, come i miei, o con un senso compiuto è un altro
discorso. Intanto ci sei.

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One Response to 12-12-12 ORE 16:00 NON MI SONO DIMENTICATA!!! ANZI MI MANCHI!!!! UNA TRENTENNE, LA BELLA JENNY, CI RACCONTA I SUOI TRENTANNI…

  1. michelangelo scrive:

    Mediamente, dico mediamente, mediamente per quello che posso aver conosciuto io, che sono un uomo medio, il percorso a grandi linee non si discosta da: dedizione sesso cibo, poi meno sesso e più cibo, visite mediche primi acciacchi, meno cibo più ospedale, solo ospedale, morte. Questo a dispetto del grado di riconoscibilità sociale che si ha, ricchezza, obiettivi raggiunti o mancati. Mediamente. Sopra a questa meccanica, a questa cadenza che mi pare abbastanza realistica, ciò di cui si soffre mi pare sia più per quello che credevamo o volevamo essere e non siamo stati e non siamo. Questo standard al quale ci volevamo rifare, da dove? Arte? genitori? Mi pare sia da parte dei così detti Altri che una donna possa sentirsi snaturata se non ha fatto figli a un certo punto della sua vita, e che la solitudine che può avvertire, la vergogna, sia più un giudizio sociale innestato nel suo stesso codice etico, più che in un reale senso di incompletezza individuale. persino il dire che non se ne sente la mancanza risulterebbe colpire negli occhi degli altri ( le nostre) che la natura stessa della vita è stata colpita. Ma forse ancora di più, che si ha davanti un essere che ha tradito la sua razza, in quanto vicolo cieco, finito, che non ha apportato niente etc. Gli Altri che sono entrati dentro il nostro recinto, lo hanno scardinato a tal punto che molto spesso soffriamo perché sentiamo di dover soffrire, come, avvolte, anche sentirci in colpa. Difficile stabilire sapere chi dice che cosa, chi dice chi. I figli, tanto per dire, sono secondo me supervalutati. La discendenza, l’umanità tutta, la compagnia, ma non mi voglio spingere fin là… I figli, il proprio figlio che non abbiamo e vorremmo etc, ecco, il semplice desiderio di maternità, è supervalutato, o tende ad esserlo da un certo momento in poi, occupa i discorsi, diventa pietra di paragone, simbolo…Che male c’è a voler un figlio? Nessuno. Ma nemmeno a non volerne mi pare. E’ che la società, questa almeno, ci chiede di essere produttivi e noi non dando al mondo un altro produttore manchiamo a un servizio. Potrebbe anche essere così per me. Il primo documento ufficiale che arriva a casa propria, destinato al bambino, è il codice fiscale, non per niente. Poi: quante coppie conoscete che dopo aver avuto i figli sono felici? E’ quanto mai raro. No, no, io parlo della voglia di stare insieme e di fare ancora all’amore, di sentirsi intimi, vicini. Di avere gli occhi appagati. Difficilissimo. Una volta accettato il figlio come parte necessaria all’unione e alla propria identità di individuo inserito in un cellula produttiva è più la società ad aver preparato il letto, mentre credevamo fosse stato ben altro. Una sorta di ipnosi necessaria. L’organismo a cui apparteniamo deve agire comunque io credo, e irreggimentare tutte le pulsioni dando loro parole più domestiche, lavorare molto sulle metafore, sul modificare alcune asperità, difendersi con le leggi dai virus, privilegiare gli organi più importanti.

    Eppure, a volte, niente mi pare più metifico che di crescere in una famiglia, per anni e anni. Con tutte le sue dinamiche trasversali, di gelosie e vendette, di rabbia repressa, di lotta per la sopravvivenza, luogo in cui esercitare potere o finalmente esserne schiacciati. I livelli sono tanti, le forze attraverso le quali “il male di sapere che sappiamo” si muovono occupano l’intero spazio a disposizione. Avere un figlio o non averne richiama solo a una classifica. Farlo o non farlo non ha a che vedere, o non dovrebbe, avere a che fare con l’essere degni di vivere. Non tanto tempo fa una donna di 38 anni, che conosco da circa sei, mi ha chiesto se ero disposto a darle un figlio, visto che non era riuscita a trovare un uomo che l’amasse. Mi disse, sono benestante, ho un lavoro ottimo, diverse case, sono brava, etc…mi manca solo questo, un figlio, come mia sorella, e sarei felice, mi piacerebbe. Che dirle? “E’ la società che ti fa pensare a questo?” Ma no. Le mie sono idee a vanvera infondate e avevo davanti una donna che mi chiedeva un favore, umilmente, semplicemente, che le potessi esaudire questo suo desiderio. Ho preso del tempo per pensarci. MI sono visto molte volte come dentro a quei film dove il bambino che è diventato uomo ti viene a trovare e allora etc…Mi sono detto che poteva andare bene, che non ho minimamente niente contro una simile scelta, e che se l’avessi fatto l’avrei fatto per lei, perché le voglio bene, per farle un regalo. Mi sono occupato, dicendoglielo prima, che avrei chiesto il parere di un avvocato. Il motivo è ovvio: volevo sapere se un contratto tra me e la futura madre mi avrebbe messo al riparo da qualunque obbligo nei confronti di suo figlio. Obblighi che non ero e non sono intenzionato a sobbarcarmi minimamente. Il caso avrebbe richiesto uno studio ancora più approfondito, ma pare che no, un contratto del genere, che leghi la madre al silenzio sulla paternità di suo figlio qualora quest’ultimo la chiedesse, per esempio, non pare possibile. Il giudice dichiarerebbe nullo il contratto e io mi troverei immerso in una pappa esistenziale. Insomma, tecnicamente, pare si abbia a che fare con il diritto naturale che ogni persona ha dal momento della nascita, anche prima ( da un certo tempo oltre il quale l’aborto è illegale). Allora le ho detto che mi dispiaceva, che non avrei potuto. Che avremmo continuato a vederci per far l’amore, ma che di figli da me non ne avrebbe mai avuti. Mi sono limitato a dirle che la cosa migliore sarebbe stata che lei, se proprio non le andava di andare con questo suo collega fidato, mezzo innamorato, allora che andasse con un uomo, praticamente il primo uomo che le sarebbe potuto capitare a tiro durante una serata in discoteca, magari frequentarlo per un breve periodo senza impegni, senza troppe parole, numero di cell e basta, magari in un periodo che a detta della ginecologa risultasse etc… insomma un progetto, non per un omicidio ma per una nascita, una nascita premeditata, si fanno più spesso di quel che si dica, poco dopo i trent’anni poi, non sarebbe stata né la prima né l’ultima a farlo…se proprio desiderava questo figlio, in quanto donna, non avrebbe avuto troppi problemi nel realizzarlo. Gli uomini sono per lo più dei quadrati, con quattro lati, a più b, è così facile illuderli. Lei mi ha capito, non se l’è presa anche se appena finito di dirle tutto quanto mi sono accorto che in me si era accesa la fiamma per la trama e l’intreccio e tutto questo non c’entra niente. O si?
    Grazie.

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