4 dicembre 2012 ore 08:43 CHIARA: RILEGGENDO A DISTANZA QUESTO TESTO SULLE PRIME MANIFESTAZIONI DEL DELIRIO – A CHI INTERESSA L’OSSERVAZIONE DELLA MENTE UMANA- MI E’ PARSO BUONO.

E’ difficile, per me, raccontare l’origine del delirio, perché troppe variabili complesse sono in gioco per riuscire ad  abbracciarle.

 

Si tratta di un vissuto in prima persona, e non dell’osservazione della mente di un altro, i cui dati possiamo raccogliere, capire e anche riportare a coordinate teoriche  che permettono una comprensione.

 

Ancora più difficile parlarne per il fatto che noi siamo un’unità unica che si presenta con due facce ugualmente essenziali, corpo e mente, come un Giano bifronte.

 

Non si riesce a parlare di due registri diversi contemporaneamente ed essendo un’unità inscindibile, dove non c’è un “prima” e un “poi”, né qualsivoglia gerarchia: ma è così che bisognerebbe fare.

 

Da qualunque parte si cominci, si sbaglia.

 

Sono convinta che il delirio comporti delle trasformazioni biochimiche, altrimenti i farmaci non potrebbero fare effetto, e delle ristrutturazioni psichiche che, insieme, originano un fenomeno unico.

 

Non ha senso, a mio parere, chiedersi “ chi inizia?” perché si tratta di un processo graduale che si sviluppa in movimenti circolari aperti, e contemporanei, dove tutto avviene per minuscole trasformazioni reciproche.
Le trasformazioni biochimiche si avvertono come una maggiore irritabilità, un’estrema suscettibilità agli stimoli, in risposte emotive sempre sproporzionate a questi, in uno stato di serietà e concentrazione mentale che dà un dolore di testa molto caratteristico, in una vulnerabilità emotiva che porta facilmente dal pianto al riso.

Anche in una maggiore concentrazione in noi stessi come fossimo presi ossessivamente dal teatro delle nostre emozioni e del nostro io.

 

Questo stato di mente ci porta a sentirci isolati dallo scorrere degli avvenimenti quotidiani e dagli altri, come chi è assorto in un grande problema che deve condurre a profonde trasformazioni nella propria vita.

 

Nello stato preparatorio del delirio si è straordinariamente aperti al nuovo e all’ignoto, la percezione del mondo è cambiata anche se in modo sottile, destando a volte l’entusiasmo, a volte invece il senso di un pericolo indefinibile e continuo, e per ciò stesso più minaccioso.

 

Quando la depressione mina l’essenza del nostro modo di vivere, è sempre accompagnata da un’attività mentale che corrode le fonti stesse del significato delle cose, la loro rappresentatività, e mette in discussione tutte le nostre categorie, anche quelle morali.

 

La nostra mente si svuota e si riduce a un puro sentire, a delle percezioni cui tentiamo di attribuire un nuovo senso, una nuova rappresentabilità, anche senza riuscirci.

 

Tutta l’impalcatura delle nostre conoscenze già stabilite, che ci ottundano, ma anche ci difendono dal diluirci in pure impressioni, è buttata giù, e ci avviciniamo di nuovo al mondo, e agli altri, come se la nostra mente fosse una pagina bianca e noi volessimo nascere di nuovo.

 

 

A diciannove anni, nel dicembre ’63, sono andata in Brasile per tre mesi, ospiti dei miei zii, che però sono ripartiti una settimana dopo, lasciandomi sola. La famiglia di mia zia era lì a San Paulo, e poteva darmi un appoggio.

 

Dopo un mese di vita in un universo totalmente sconosciuto, e così lontano dal mio modo di vivere abituale, tutto il mondo che mi ero lasciato alle spalle aveva perso di significato.

Anche i miei genitori, e mia sorella, mi erano diventati estranei e parlavo al telefono con loro al telefono con fatica.

 

Le parole avevano perso il loro suono e non potevo usarle se non con profondo disagio. Scrivevo affannosamente sui miei quaderni, ma potevo usare ogni parola solo fra virgolette perché ognuna la sentivo impoverita di senso e quasi surreale.

Studiavo il portoghese, ma queste parole non potevano destare alcun eco significativo nella mia mente.

 

Il mondo che avevo davanti mi era sconosciuto ed estraneo, anche se attraente, e quello che mi ero lasciata alle spalle l’avevo perso.

 

 

Perché questa esperienza di totale estraneamento ha potuto significare, al mio ritorno in Italia, una profonda rimessa a fuoco del mio modo di pensare, del mio modo di essere?

 

Come mai questo stato di depressione, e dispersione dell’essere, si è risolto in cambiamento e crescita e non in delirio?

 

Quello che mi pare totalmente diverso è lo stato del mio io.

 

A diciannove anni, nonostante le depressioni vissute, la nebbia e le lacerazioni, il mio io era ancora sufficientemente compatto. Avevo un’identità cui fare riferimento, dei legami, una famiglia nella quale, a grandi linee, mi inquadravo.

 

A trentadue anni, dopo una grave depressione vissuta in solitudine e con attacchi di panico che mi avevano costretto a lasciare il lavoro, sempre un punto di riferimento decisivo per me, la lontananza dalla famiglia, un ambiente nel quale non mi riconoscevo e che non mi piaceva, non era più così.

 

Nella terapia, lo psicologo mi diceva : “Non ho mai conosciuto nessuno che bruciasse tante immagini di sé come te”.

 

Questo significava che il mio io era in uno stato di caos, un’instabilità radicale che avrebbe richiesto un tempo lungo di sedimentazione e degli obiettivi graduali.

(Di mezzo c’era il distacco da Sanremo, dove ero nata, dalla famiglia e da tutto il resto cui ero -male o bene- “adattata”.
E c’era l’affrontare da sola- a mani nude, se mi passate l’espressione, tanta era la mia “ingenuità da paese”- una “gigantesca” città, piena di stimoli i più contraddittori, un’università di filosofia (l’allora famosa “Statale di Milano” con tutti i suoi personaggi di alto livello), di cui mi era inaccessibile persino il linguaggio – sia di alunni che di professori-  tanta era la povertà culturale delle scuole da cui ero uscita.

E l’essere così sola, senza nessuno cui poter aprire il mio cuore, nemmeno la famiglia. In preda dei miei stati d’animo e delle mie elucubrazioni.)

 

Tutto era stato, invece, dal terapeuta messo sul tavolo con urgenza: il distacco dalla famiglia, un nuovo lavoro, l’allontanamento da un ragazzo che mi forniva una dolce stabilità.

 

Invece di vivere la depressione ed elaborarla, da lui ero stata spinta a sfuggirne superficialmente, come mi fossi ubriacata di positività, ma, nello stesso tempo, il fatto stesso di negarla, questaimmensa depressione, e le lacerazioni  cui mi ero esposta, l’avevano resa più profonda. Come avesse acquisito più violenza dall’essere stata ricacciata indietro e sotterrata.

Questa parte mia così allontanata, mi aveva reso più fragile, come fossi nata da poco, senza spessore e senza passato.

Non avevo più radici, un albero in preda ad ogni vento, ad ogni tempesta.

 

La stessa dichiarazione di amore eterno che avevo fatto al terapeuta, dimostrava che mi ero svestita di tutta la mia storia, senza parlare della proposta di fare all’amore che era la totale negazione di quel profondo pudore in cui ero stata educata.

 

Per arrivare al delirio, è necessario qualcosa che distorca vertiginosamente la nostra biografia storica, qualcosa che ci allontani da quanto è più profondamente sedimentato in noi così da perdere completamente un terreno su cui mettere i piedi e, soprattutto, una nostra identità. Naturalmente, questo qualcosa sarà diverso per ogni ognuno di noi, ammesso che qualcuno si ritrovi in questa mia esperienza.

 

Ma anche la depressione, che almeno nel mio caso è l’inizio del periodo preparatorio del delirio, deve – per arrivare ad una crisi -ad un certo punto, potersi giuntare ad una serie di connessioni, per lo più casuali e imprevedibili, alle quali non siamo preparati e che sono, anche queste, diverse per ciascuno di noi.

Quello di cui parlo si potrebbe chiamare semplicemente “ la goccia che fa traboccare il vaso”, anche se si deve immaginare, questo, come un periodo molto lungo, fatto di “tanti vasi che traboccano”, tante lacerazioni che si sovrappongono una all’altra, tanti minuscoli traumi fino ad arrivare ad un episodio chiave che può essere considerato la goccia che dà inizio al delirio.

 

Tante cose devono essere successe, allora, che non sono in grado di ricordare, cose che riguardano il rapporto con il ragazzo, i familiari, o il lavoro, tutta una serie di piccoli accadimenti casuali che si sono infilati una nell’altro come le perle di una collana, originando un preciso contesto emotivo nel quale si potevano sentire già delle note molto acute.

Ricordo, però, molto bene che ero totalmente impreparata al tipo di risposta del terapeuta (mi riferisco al fatto di aver chiamato gli infermieri per farmi internare quando ho pronunciato la mia proposta amorosa) e che questa è stata la mia goccia finale, per rimanere nell’immagine usata.

Da quel momento sono entrata in una dimensione sconosciuta che, a tratti, mi faceva sentire molta paura: ero in un territorio mai visto e dall’aspetto un po’ sinistro, che però chiedeva di essere percorso, quasi fosse un dovere, un sottofondo di note stridule, che mi lasciavano con il fiato sospeso, in attesa di qualcosa, qualcosa che però non sapevo. Lo spavento, in questa fase, derivava proprio da questa tonalità di stati d’animo fatta di “ annunci”, per così dire, un annuncio molto solenne, di qualcosa di sconosciuto che doveva anche ispirarci timore, o per lo meno, così ci era suggerito, anche se non era ancora il delirio.

Ma, in un altro caso, diverso dal mio, avrebbe potuto essere qualunque altra possibile risposta purché si fosse rivelata una casualità alla quale si fosse stati assolutamente impreparati.

Il delirio nasce infatti quando siamo chiamati a far fronte ad una situazione che ci spaventa fin all’inverosimile e per la quale non abbiamo più parole per descriverla, quando non abbiamo assolutamente modo di attribuirle un significato, simbolizzarla. Come se quell’evento ci prendesse alla sprovvista, come fosse un fuoco d’artificio di stimolazioni più rapido delle nostre possibilità di significazione: è questo, credo, che origina un trauma così grave ai nostri tessuti nervosi da suscitare il delirio che è sempre una spiegazione sostitutiva, anche se surreale.

 

Le gocce di cui parlavo sopra, quelle che a poco a poco riempiono il vaso e che caratterizzano il lungo periodo di gestazione del delirio, si possono descrivere, in altre parole, come tanti piccoli traumi continui, a cui si aggiunge uno specifico evento, un trauma specifico, che genera però una sintesi qualitativa e non semplicemente quantitativa, genera cioè una vera e propria trasformazione.

Infatti, dopo quest’ultimo evento, nella nostra mente si apre una voragine buia, paurosa, dentro la quale la nostra mente potrebbe precipitare per spegnersi definitivamente, ma a cui il delirio si offre per imbastire un racconto, una rete di senso che ha la funzione di difenderci da pericoli interni così tremendi. Il delirio ci salva così dalla morte mentale, ma – forse perché siamo tanto limitati – così facendo, nella maggioranza dei casi, ci lascia eccessivamente esposti ai pericoli del mondo esterno.

A questo punto, infatti, il nostro comportamento obbedisce prevalentemente, quando non solamente, alle leggi interiori: per questo noi matti sembriamo tanto strani alle persone normali. E’ perché siamo degli esseri che – con molto pericolo per sé e per gli altri – viviamo, nella realtà pratica, i nostri sogni, le nostre fantasie, la nostra realtà interiore, ma facciamo questo per non soccombere ad una morte peggiore della morte fisica che è la morte della propria mente. La ritengo peggiore soprattutto perché ci tocca osservarla lucidamente attimo per attimo, come uno fosse costretto (e ci sono persone che ci sono costrette) ad osservare minutamente –  gradualissimamente – il lento disfarsi del proprio corpo.

 

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3 risposte a 4 dicembre 2012 ore 08:43 CHIARA: RILEGGENDO A DISTANZA QUESTO TESTO SULLE PRIME MANIFESTAZIONI DEL DELIRIO – A CHI INTERESSA L’OSSERVAZIONE DELLA MENTE UMANA- MI E’ PARSO BUONO.

  1. D 'IMPORZANO DONATELLA scrive:

    A me questo pezzo sembra molto chiaro ed efficace: brava davvero per avere descritto con tanta precisione un fenomeno così difficile da raccontare.

  2. nemo scrive:

    Indagine profonda, sincera, quasi spietata, dei propri trascorsi per individuare a posteriori ‘ …. una maglia rotta nella rete / che ci stringe …. ‘ (Montale) attraverso la quale si sarebbe potuto ‘balzar fuori e fuggire’ .

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