24 marzo 2013 ore 22:44 UNA LETTURA DI ALESSANDRA FORTE DE “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di R. L. Stevenson—ascoltate “la confessione” di Stevenson, vi dice chiara

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Presentazione critica: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di R. L. Stevenson

6 mar, 2012 

Presentazione critica: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di R. L. Stevenson

Foto di byronv2

ascoltate Stevenson e capirete tutto, vi dice chiara:

Fu studiando il lato morale nella mia stessa persona che imparai a riconoscere la profonda e primitiva dualità dell’uomo; ho visto che, delle due nature che lottavano nel campo della mia coscienza, anche se potevo dire giustamente di essere l’una o l’altra, appartenevo in realtà radicalmente a tutt’e due; […] Era la maledizione del genere umano, il fatto che quei due elementi contrastanti fossero così legati insieme, che nel seno agonizzante della coscienza, questi due poli dovessero essere in continua lotta. Come dissociarli allora?

 


È la duplicità, la compresenza, la commistione di due nature opposte radicate nell’uomo che l’intramontabile classico di Stevenson decide di affrontare. L’autore di romanzi d’avventura, apparentemente indirizzati maggiormente ad un pubblico giovanile, condensa ne Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in poche pagine, tutto il suo interesse per un tema che resta attuale nel tempo e non manca mai di destinatario.

Che l’uomo sia composto di una duplice natura era stata sempre assoluta convinzione dell’autore, che spesso ne aveva fatto menzione, più o meno velatamente, tra le righe dei suoi romanzi: si pensi a Il master di Ballantrae, in cui i due fratelli, Henry e James, sembrerebbero uno l’antitesi dell’altro, il bene e il male senza punti di avvicinamento; due nature distinte, quindi, che però al tempo stesso sembrano celare qualcosa di misterioso, come se in realtà ci fosse in entrambi presenza anche di quell’altra componente, in apparenza ostinatamente rifiutata. Il tema del doppio, dunque, era sempre stato, per Stevenson, un punto fisso di interesse e ne Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde trova l’apice della sua espressione.

Il romanzo narra le vicende di un insigne medico della Londra vittoriana, socialmente elevato, conosciuto e stimato da amici e pazienti, che scopre in una droga il mezzo per potersi trasformare in una creatura mostruosa. Il medico, il dottor Jekyll, possiede tutte le qualità di un uomo per bene ma trasformarsi in un essere brutto e deforme che per niente gli assomiglia è un modo per dare libero sfogo alla componente malvagia della sua anima, quella parte perversa e maligna che ogni uomo possiede ma si ostina a celare e soffocare. L’uomo che fuoriesce da questa trasformazione è il signor Hyde, poco più di un nano, mostruoso, veloce, sfuggente e profondamente malvagio, esattamente l’antitesi del medico alto, ben fatto, dall’aspetto piacevole; questo perché dove esiste Jekyll non c’è posto per Hyde e dove campeggia il male compiuto da Hyde e la sua insensibilità morale verso la sofferenza altrui, non c’è spazio per l’animo altruista e responsabile del dottor Jekyll.

Questa chiave interpretativa, però, è fornita al lettore soltanto nel decimo e ultimo capitolo (in seguito a qualche accenno già presente nel nono), quando il narratore extradiegetico della storia lascia la parola al dottor Jekyll che, nel redarre la sua relazione sul caso, può finalmente chiarire tutti i dubbi che i suoi ambigui atteggiamenti avevano a lungo suscitato.

Tutto il romanzo, infatti, sin dall’inizio, si snoda attraverso un susseguirsi di avvenimenti sospetti, azioni malvagie compiute da un certo signor Hyde che viene da tutti identificato con il male in persona e che, alquanto stranamente, sembrerebbe essere protetto dal dottor Jekyll così amato e benvoluto: una situazione inspiegabile che porta ad intuire che tra i due esistano legami profondi, ma l’intuizione non ha nulla di sorprendente ai fini dello scioglimento del caso, perché è soltanto la deduzione logica di un avvocato (il signor Utterson) che, amico del dottore, non si spiega quanto stia accadendo; infatti, la mente umana non arriverebbe mai a pensare di essere di fronte alle manifestazioni di un animo sdoppiato, generoso e maligno insieme, ma è necessario che sia, a fine di romanzo, il dottore in persona a chiarire fatti sovrannaturali di quel tipo.

Ciò che Stevenson realizza, dunque, è la sua attenta versione del secolare tema del doppio: non un doppio plautino che suscita il riso, non un perturbante freudiano da odiare, non una proliferazione di immagini di sé da temere, ma la designazione di un altro se stesso che altro resta, con tutte le caratteristiche che al primo se stesso non appartengono e non apparterranno mai, a costo della vita.

È la creazione di una leggenda spaventosa in cui è chiara l’impossibilità di assolutezza che caratterizza l’uomo e, conseguentemente, la voluta denuncia nei confronti di una società ipocrita che ostinatamente continua a celare. Il signor Hyde, infatti, è il nascosto (to hyde significa proprio celarsi), colui che sfugge quando sente l’odore del pericolo e sa che la sua tana perfetta, il suo rifugio sicuro è proprio il medico tanto amato e rispettato, la maschera, dunque, di una persona, non la persona reale e completa di tutti i suoi aspetti. È così che Stevenson dipinge, senza mezze misure e senza interferenze, il quadro della duplicità umana, e lo consegna al suo affezionato lettore con sprazzi di bianco o di nero, senza alcuna intermedia, grigia sfumatura.

Foto in apertura di byronv2

 

 

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