31 maggio 2013 ore 19:51 antonio gnoli: intervista a BORIS PAHOR—REP. 5 MAGGIO 2013 //NON SO SE INTERA, SOTTO UN SITO PER LEGGERLA INTERA

 

DAL BLOG   MATERIALISMO STORICO

MARTEDÌ 7 MAGGIO 2013

 

Parla Boris Pahor

Il grande autore sloveno racconta la guerra il lager la letteratura

Boris Pahor

“Mi ha salvato conoscere il tedesco. Evitai il lavoro nelle gallerie” “A cento anni scrivo e prendo l’autobus mi spaventa l’idea di dover lasciare la vita”

intervista di Antonio Gnoli  Repubblica 5.5.13
Boris Pahor è nato a Trieste il 26 agosto 1913. Scrittore sloveno, la sua opera più nota è il romanzo autobiografico Necropoli sulla prigionia a Natzweiler-Strutho
Al bar Luksa di Prosecco, pochi chilometri da Trieste, sulla mezza costa che guarda il mare, mi attende Boris Pahor. Arrivo che è già lì, di prima mattina, seduto di spalle alla grande specchiera, in attesa di un piccolo caffellatte. Ha appeso il cappotto e il basco e tra le mani stringe un giornale sloveno che parla di lui. L’occasione, credo, sia la pubblicazione di Figlio di nessuno un’autobiografia (scritta in collaborazione con Cristiana Battocletti) che racconta la sua vita. Pahor compirà alla fine di agosto cent’anni e la sua vita per come si è svolta si può considerare davvero straordinaria. Dice che per giungere al bar, da dove abita a un paio di chilometri, prende un autobus. È un uomo energico e minuto quello che siede di fronte a me. Vestito con la dignità che si usava in certe domeniche di paese. I grandi occhiali disperdono il volto affilato, la voce risuona ancora chiara e netta. Una frase mi colpisce: «Le parole non redimono la condotta umana, ma aiutano a chiarirla, a spiegarla, a intenderla».
C’è una parola che predilige?
«Un tempo è stata la parola “No”. L’ho pronunciata, a volte gridata, nella consapevolezza che dovessi oppormi a qualche ingiustizia. Ci scrissi anche un libro Tre volte no: no al fascismo, no al nazismo, no alla dittatura comunista. Ho imparato questi “no” a mie spese, sulla mia pelle».
Quando il No si è affacciato la prima volta?
«Avevo sette anni, a Trieste i fascisti diedero fuoco al Narodni, l’edificio nel quale era stata ricavata la sede della casa della cultura slovena. Fu l’inizio di una lunga persecuzione per il nostro popolo. I libri nella nostra lingua venivano accatastati e bruciati, a scuola dovevamo cancellare le nostre origini. Ci obbligarono a parlare e scrivere esclusivamente in italiano. Questo fu per me, per noi sloveni, il fascismo. E il No che ne conseguì».
Come visse il trauma?
«Con enorme sofferenza, paura e vergogna. Ancora oggi non mi rassegno a quelle umiliazioni. I miei mi mandarono in seminario. Anche lì dovevamo leggere e scrivere in italiano. Ricordo che il maestro mi obbligò sadicamente a leggere un mio tema. I compagni scoppiarono a ridere per gli strafalcioni che conteneva. Avevo perfino scritto che “il piroscafo s’annegò” invece di “naufragò”. Mio padre decise a quel punto che avrei preso delle lezioni private».
Cosa faceva suo padre?
«Era un venditore ambulante. La nostra famiglia triestina era dedita al piccolo commercio. Papà vendeva soprattutto burro, ricotta e miele. Girava per i mercati con una cassapanca fornita di ruote. Poi alzava una tenda, che quando c’era la Bora era difficilissimo tenerla su. E l’estate il caldo scioglieva il burro. Capii che quel lavoro era una dannazione e che se avessi potuto avrei fatto altro nella vita».
Intanto studiava.
«Già, ma le scuole fatte in seminario non erano equiparate e mi ritrovai a dover sostenere gli esami di liceo nientemeno che in Africa, dove ero stato spedito durante la guerra. Feci l’esame di maturità a Bengasi. Eravamo in 36 e solo in tre passammo».
Che ricordo ha dell’Africa?
«Niente di particolare. Come sloveno ero macchiato. Però a Bengasi, più che a Tripoli, c’era una buona convivenza tra le popolazioni. Ma non ho grandi ricordi. Gli inglesi ci bombardavano e noi sentivamo che quella guerra si stava perdendo. Poi contrassi l’itterizia e fui rispedito in Italia. Era il gennaio del 1941. Fino all’otto settembre del 1943 ho lavorato nel servizio informazioni militari come interprete ».
L’8 settembre fu la data della disfatta. A lei cosa accadde?
«C’era il caos. Tutti cercavamo di metterci in abiti civili. Tornai a Trieste, pensando di entrare nelle file partigiane. La mamma mi portò gli scarponi da montagna. Alla fine decisi di restare in città, anche da lì si poteva fare la lotta clandestina. Malauguratamente una mattina irruppe in casa nostra un gruppo di domobranci.
Formavano un’organizzazione clerico-fascista di Lubiana che rastrellava la zona a caccia di partigiani. Trovarono un volantino, mi arrestarono, consegnandomi alla Gestapo. Fui lungamente torturato».
Cosa volevano i tedeschi?
«Sapere chi mi aveva consegnato il volantino, che poi era un proclama per la liberazione di Trieste».
E lei?
«Ho resistito, per fortuna parlavo abbastanza tedesco per poter fornire una storia convincente. Invece di impiccarmi mi spedirono a Dachau».
Questa storia tragica lei l’ha raccontata in quel romanzo avvincente e disperato che è
Necropoli. Lei era un prigioniero politico cosa la distingueva dagli ebrei?
«Avevamo disegnato un triangolo rosso, con cui i nazisti distinguevano il deportato politico. Ovviamente, era diverso il nostro status. Voglio dire che nessuno di noi era destinato alle camere a gas. Finivamo nei campi di lavoro. E qui spesso si trovava la morte per malattia o per stenti».
non so se questa intervista e’ intera, mi pare di no, la trovate qui sotto, ma scritta così piccola…
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