21 AGOSTO 2013 ORE 18:10 DALLA RIVISTA INTERNAZIONALE: COSA DICE LA LEGGE SU INCANDADIBILITA’ E GRAZIE?

Mercoledì 21 agosto 2013 aggiornato alle 18.00

Cosa dice la legge su incandidabilità e grazia?

La corte di cassazione a Roma. (Francesco Fotia, Demotix/Corbis)

Il 1 agosto 2013 la cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per Silvio Berlusconi e da quel momento per l’ex presidente del consiglio si parla di incandidibilità e di grazia. Il 13 agosto il presidente della repubblica Giorgio Napolitano si è espresso sul caso, chiarendo quali sono i suoi margini di intervento. Cosa prevede la legge?

La corte di cassazione (l’organo che deve assicurare la corretta osservanza e interpretazione delle leggi e garantire la legittimità delle sentenze emesse dalla magistratura) ha confermato la condanna della corte di appello di Milano contro Berlusconi nel processo Mediaset sulla compravendita di diritti televisivi. La corte di appello di Milano aveva condannato Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale, diventati uno per l’indulto. La cassazione ha invece annullato la parte della sentenza sull’interdizione, cioè l’esclusione, da incarichi pubblici per cinque anni, che era la pena accessoria. Significa che l’interdizione dovrà essere determinata di nuovo dalla corte di appello e poi votata dall’assemblea, nel caso di Berlusconi dal senato.

Fino a quando la corte d’appello e poi di nuovo la cassazione non avranno deciso sull’interdizione, Berlusconi potrà mantenere la sua carica di senatore? In teoria, secondo il decreto legislativo n. 235 approvato alla fine del 2012 (“Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità”, noto anche come “legge Severino”), no.

La legge Severino stabilisce che chi riceve una condanna superiore a due anni di reclusione non può candidarsi o, se è già stato eletto, lasciare il parlamento. E che sia incandidabile per sei anni.

Per la legge infatti non si può candidare e non può comunque ricoprire la carica di senatore o deputato chi è stato condannato in modo definitivo con pene superiori ai due anni di reclusione per “delitti non colposi” (compiuti cioè con la volontà di commettere reato) che prevedono pene massime di almeno quattro anni (articolo 1). Berlusconi è stato condannato per frode fiscale, reato che prevede una pena massima di sei anni.

Le condizioni che determinano l’incandidabilità alla carica di deputato o senatore si applicano anche per l’assunzione e lo svolgimento di cariche di governo (come presidente del consiglio dei ministri, ministro o sottosegretario).

L’incandidabilità alla carica di senatore, deputato o parlamentare europeo vale per un periodo pari al doppio della durata dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici. Anche in assenza di questa pena accessoria, l’incandidabilità non è inferiore a sei anni.

Inoltre, quando una causa di incandidabilità si presenta o è accertata nel corso del mandato, “la camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della costituzione”.

Cosa dice l’articolo 66 della costituzione? “Ciascuna camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”. Il senato dovrebbe quindi esprimersi sulla decadenza dalla carica di senatore di Berlusconi, senza aspettare la nuova sentenza della corte d’appello.

Ma a chiarire la questione sulla decadenza di mandato dovrà essere in primo luogo la giunta delle immunità del senato (l’organo che ha il compito di valutare se un componente del senato può essere ammesso all’assemblea), che si riunirà il 9 settembre 2013.

I dubbi del Pdl
I sostenitori dell’ex premier insistono sull’”agibilità politica” di Berlusconi, cioè sulla concessione della possibilità, per il condannato Berlusconi, di continuare a stare in parlamento e candidarsi in future elezioni. Il Pdl afferma che la legge Severino non è applicabile a Berlusconi, perché con l’indulto la pena passa da quattro a un anno. Inoltre, i fatti per i quali Berlusconi è stato condannato sono stati commessi prima dell’entrata in vigore della legge (nel dicembre del 2012) e la norma non sarebbe retroattiva, non avrebbe cioè effetto per il passato.

Queste due motivazioni per alcuni giuristi, tra cui l’ex presidente della consulta Valerio Onida, non sono valide. Il senso della legge è di impedire l’ingresso o la permanenza in parlamento di condannati per alcuni tipi di reati e a una determinata pena, come il reato e la pena che riguardano Berlusconi. Se si seguisse la regola su cui si basa il Pdl, e cioè escludere dal parlamento solo chi ha commesso reati dopo dell’entrata in vigore della legge, praticamente nessuno sarebbe coinvolto dalla norma.

Inoltre l’indulto cancella la pena, ma non la condanna (che nel caso di Berlusconi resta di 4 anni). L’articolo 174 del codice penale che regola l’indulto afferma che quest’utlimo non elimina le pene accessorie e non si applica ad altri effetti penali come, nel caso di Berlusconi, la decadenza da parlamentare.

Altri giuristi però ricordano che per la Corte europea dei diritti dell’uomo il principio di non retroattività si deve applicare non solo alle sanzioni penali, ma anche a tutte le altre sanzioni. Inoltre, vieta di applicare due diverse sanzioni (nel caso di Berlusconi l’interdizione dai pubblici uffici e l’incandidabilità), per uno stesso reato.

La concessione della grazia
La costituzione italiana prevede che presidente della repubblica possa “concedere grazia e commutare le pene” (articolo 87). Come si legge nel sito del Quirinale, la grazia “estingue, in tutto o in parte, la pena inflitta con la sentenza irrevocabile o la trasforma in un’altra specie di pena prevista dalla legge (ad esempio la reclusione temporanea al posto dell’ergastolo o la multa al posto della reclusione)”. La grazia cancella anche le pene accessorie, se il decreto lo prevede espressamente.

Possono chiedere la grazia al presidente della repubblica tutti i condannati. La domanda è presentata al ministero della giustizia e diretta al presidente della repubblica. Se chi fa la richiesta è detenuto, può essere presentata al magistrato di sorveglianza. La domanda è presentata dal condannato in persona o da un familiare, dal convivente, dal tutore o dal suo avvocato. Se il condannato è in carcere, di solito la richiesta di grazia è avanzata dal direttore o dal vicedirettore del carcere.

Una volta fatta la richiesta, il caso è analizzato dal procuratore generale presso la corte di appello, o dal magistrato di sorveglianza se il condannato è detenuto. Questa fase serve per raccogliere tutte le informazioni utili (posizione giuridica del condannato, l’eventuale perdono delle persone danneggiate dal reato, i dati forniti dalla polizia, la valutazione del condannato da parte dell’istituto penitenziario). Poi il procuratore generale o il magistrato di sorveglianza consegna un fascicolo con il suo parere sul caso al ministro della giustizia. Il ministro della giustizia dà il suo giudizio favorevole o contrario alla grazia e poi è al capo dello stato che spetta la decisione finale.

Nel 1933 Sandro Pertini, allora in carcere a Pianosa per le sue attività antifasciste, ritirò la richiesta di grazia avanzata da sua madre.

Dal 2006 a oggi Giorgio Napolitano ha ricevuto oltre 2.500 richieste di grazia o di commutazione di pene, molte da persone condannate per omicidio, traffico di droga o violenza sessuale. Il capo dello stato ha concesso tre volte la commutazione della pena e venti volte la grazia. Cinque volte la grazia è stata data senza che fosse stata presentata la domanda. Circa il 30 per cento dei casi esaminati è stato archiviato per l’indulto.

Napolitano è il presidente italiano che ha concesso meno grazie, mentre quello che ne ha date di più (oltre 15mila) è stato Luigi Einaudi.

Appena cominciato il suo primo mandato, Napolitano ha creato un ufficio che si occupa dei procedimenti di grazia e di commutazione delle pene (ufficio per gli affari dell’amministrazione della giustizia). Questo anche per evitare che si ripetessero episodi come quello che ha coinvolto il presidente Carlo Azeglio Ciampi e il ministro della giustizia Roberto Castelli nel 2005. Il presidente Ciampi voleva concedere la grazia a Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni per l’uccisione del commissario Luigi Calabresi, mentre il ministro Castelli era contrario, rifiutando di firmare il provvedimento. La corte costituzionale ha riconosciuto al capo dello stato il potere esclusivo e incondizionato di grazia, negando al ministro la possibilità di rifiutarsi di concludere la pratica.

(Anna Franchin)

Per saperne di più

 

Una risposta a 21 AGOSTO 2013 ORE 18:10 DALLA RIVISTA INTERNAZIONALE: COSA DICE LA LEGGE SU INCANDADIBILITA’ E GRAZIE?

  1. D 'IMPORZANO DONATELLA scrive:

    Sei riuscita ad esporre in modo chiaro una materia così intricata. Naturalmente basterebbe un po’ di senso dell’onore e dello Stato per dimettersi, ma è un’ipotesi di terzo grado!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *