10 agosto 2013 ore 16:41 LIBRO CHIARA, ULTIMA PARTE (CAPP. 35-45) —UN’IDENTITA’ DA STRABICO, UN OCCHIO A OVEST ED UNO A EST

 

 

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de kooning

(Rotterdam, 24 aprile 1904 – New York, 19 marzo 1997)

 

de kooning

 

parti precedenti si trovano in:

I. 8 aprile 2013 ore 18:42 ULTIMA PARTE DEL LIBRO DI CHIARA: UN DELIRIO “A DUE”. parte 13-14

 

II. 11 aprile 2013 ore 06:51 CHIARA, ULTIMA PARTE, n.15/16

 

III. 28 APRILE 2013 ORE 18:24 PARTE 18-19/// UN “DELIRIO A DUE” (CON IL “MIO”  ZAPPAROLI) ANNULLA QUELLA SOLITUDINE DA “PIETRA CHE ROTOLA SU UN MARCIAPIEDE DI SQUALLORE” E MI APRE AL SOGNO DI UNA RIVOLUZIONE CULTURALE PLANETARIA E ALLA PASSIONE DELLA SPERANZA IN UN MONDO “DI PERSONE”, FINI NON MEZZI.

 

IV.  4 MAGGIO 2013 ORE 08:45 ULTIMA PARTE LIBRO CHIARA: UN DELIRIO A DUE E SVILUPPI: PARTE XX- XXIII

 

V. 10 maggio 2013 ore 07:37 ultima parte libro di chiara: dal ricordo del mezzadro. (Parte IV)… “si origina una parte mia in cui sono autogenerata” cap. XXIV-XXVII

 

VI .  10 giugno 2013 ore 07:24 ULTIMA PARTE DEL LIBRO DI CHIARA/ CAP. XVIII-XXX “COME CONSEGUENZA DELL’EPISODIO DEL MEZZADRO CAMBIA IL MODO DI VEDERE MIO PADRE”

 

 

 


VII.   UN’IDENTITA’ POSSIBILE-

 

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OGGI:

 

VIII.  Un’identità da strabico, un occhio ad ovest ed uno ad est

(parti XXXV-ILV)- libro chiara, ultima parte (prima stesura)

10 agosto 2013 ore 16:41 LIBRO CHIARA, ULTIMA PARTE (CAPP. 35-45) —UN’IDENTITA’ DA STRABICO, UN OCCHIO A OVEST ED UNO A EST

 

 

 

XXXV   l’unico momento di requie dal delirio era la contemplazione delle case e ad essa ricorrevo quando il delirio diventava una vera e propria persecuzione

 

 

 

Ma la cosa più terribile che succedeva era che, dal momento che tutta la realtà che vivevo era avvolta dal delirio, ovunque mi facevano terapia.

 

Allora non avevo più un posto dove scappare: ad un certo momento il delirio diventava una tremenda persecuzione.

 

Non c’era un momento di pausa, di tregua, di respiro.

 

Allora guardavo le case, i bellissimi palazzi di Milano, il cielo, gli alberi silenziosi.

Una pura percezione senza parole che mi tranquillizzava.

 

Mi davano uno spazio mentale libero di cui avevo un estremo bisogno.

 

Anche se questo spazio non mi permetteva di pensare, ritrovavo la normalità delle percezioni.

 

Guardavo anche le macchine dalla mia finestra, ma a queste, a differenza della natura, annettevo un certo simbolismo che, alla fine mi stancava.

 

Solo la natura e le case erano esenti dal delirio.

 

 

 

Quando rientravo in me, il pericolo non era solo il panico, ma la depressione.

Una depressione cupa che parlava di suicidio e di morti che si riposano.

 

In questa crisi non c’era una distinzione netta tra mania e depressione come nelle altre.

 

In questi momenti mi sorgeva un grande amore per il mio terapeuta.

Una grande gratitudine, e questa era stata la mia salvezza.

 

Era una figura buona, o molto idealizzata, a seconda dei momenti, cui aggrapparmi.

 

 

 

 

 

Non che io non abbia pensato a suicidarmi.

Non ne potevo letteralmente più.

 

Mi sono avvicinata alla balaustra del terrazzo, però pensando: “Più che male dal secondo piano non potrò farmi”.

Ma non ho detto niente.

Nello stesso momento mia figlia era ferma davanti alla balaustra e mi ha guardato seria negli occhi.

 

Questo è bastato a farmi rientrare in me.

 

E’ stato un momento lungo di catarsi e l’ultimo atto del delirio.

 

 

 

 

 

XXXVI   a poco a poco, l’ideologia del delirio si organizza in un sistema, che si fa sempre più rigido, e a cui tutto deve sottostare, mentre la persona tende sempre più a voler fuggire come il personaggio del film “ The Truman Show”.

 

 

Mi sono domandata se nella pazzia avessi un pensiero incoerente, intendendo per coerenza solo una qualità formale interna.

 

L’impressione è il contrario, nonostante una grande labilità per cui scivolavo facilmente da un’idea all’altra.

 

Questo tipo di pensiero spontaneo, sciolto, è solo in parte simile ad uno che è in associazione libera, perché in realtà s’inserisce in un sistema rigido e ad esso deve continuamente sottostare.

 

Questo sistema rigido è l’ideologia del delirio (così la chiamo).

 

Quello che fa star così male è essere incassati, murati vivi in una pietra che ci sovrasta, ci circonda da tutte le parti, non c’è vuoto, non c’è spazio, è davanti, dai lati, dietro, sulla testa, resta libero il pavimento, le gambe e i piedi, puoi ballare come facevo io, ma non puoi usarli per scappare.

 

C’è un disegno circoscritto, un labirinto, anche se non lo sai, ma lo sai, io lo sapevo, da qualche parte c’era l’uscita, anche se ritenevo che fossero gli altri a dovermela mostrare.

 

E gli altri a cui chiedevo, soprattutto a Mario, non la sapevano.

 

Sapevo che c’era un’uscita, ma era presto per trovarla.

 

 

 

Ad un certo punto, mi è nata la convinzione che ero io ad alimentare quel incubo.

 

Io, con la mia testa, anche se contemporaneamente ritenevo che tutto dipendesse da stimoli esterni che ero impotente a far smettere.

 

Ma quest’idea ha messo a fuoco me stessa, invece che l’esterno.

 

Mi ha tolto, in parte, la sensazione di essere passiva, un puro contenitore di stimoli che venivano dal mondo.

Mi ha spostato da una posizione inerte ad una attiva.

 

E mi ha fatto baluginare il pensiero che stesse a me fare qualche cosa.

 

 

 

 

 

 

Quando sono matta succede una cosa strana.

 

So fare quasi tutto, giocare a bocce, come nella prima internazione in Brasile, partecipare a gare e vincerle, mentre in genere sono impossibilitata a vincere.

Manovrare macchinari vari, quando normalmente sono negata, lavorare il cuoio, dipingere…tutte cose che non so fare.

 

Mi chiedo come sia possibile.

Succederà anche agli altri pazienti?

Saltano certe inibizioni.

Ma queste capacità dove si trovano sepolte?

 

 

Ritrovavo anche la mia grande passione per il ballo.

Da bambina avevo fatto la Comunione un anno dopo i miei compagni, perché l’orario della dottrina coincideva con il programma “Ballate con noi”.

 

Sentivo continuamente della musica, il mio delirio era sonoro, una specie di “commedia musicale”.

 

Ogni pezzo che sceglievo si accordava al contenuto del delirio di quel momento e me lo suggeriva, il rapporto era sempre reciproco, un incastro perfetto tra parole e musica.

 

 

 

 

 

 

 

XXXVII   Nel delirio non c’è distacco dal mondo reale quanto un affondarci, un  supervalorizzarlo mentre ci si specchia.

Nel periodo preparatorio del delirio l’io è, nella mia esperienza, dilaniato dai conflitti, e questo stato modifica la forma del pensiero.

 

 

 

Il distacco presuppone una distanza, quello che si vive è un appiccico, un confondersi.

 

Il delirio non è una non-realtà, ma un’ iper-realtà.

 

 

Il matto affonda nel mondo, oppure si tira il mondo addosso per incapacità a differenziarsene.

 

E’ il contrario della distanza, anche se negli effetti egli è fuori, distante dalla realtà condivisa.

 

Ha fatto una palla confusa tra il suo io e il mondo.

Non ci sono più confini.

 

 

Certo, posso dire solo di me: il mondo era entrato in me, e questa sensazione era sconvolgente.

 

Si impazzisce perché la mente non regge l’impatto con questa massa gigantesca.

 

La distanza è una funzione della mente sana, una distanza equilibrata.

 

 

 

 

 

 

 

 

All’origine del delirio c’è sempre, almeno nella mia esperienza, uno stremarsi del nostro io a tener dietro a tanti temi in conflitto.

 

L’io si collassa, è annichilito, perché non riesce più a stabilire una barriera, prima agli stimoli interni e, poi, a quelli esterni.

 

E, ad un certo momento, non c’è più una netta distinzione tra i due.

 

E’ invaso da un eccesso d’ informazione che non riesce più ad elaborare.

 

Non riesce più a trovare le parole che diano un significato, manca una rete che prenda quel flusso continuo.

 

Non può più pensare.

Il pensare è una funzione della distanza dalle percezioni e del linguaggio.

 

Eccessivamente frustrato non tollera più la frustrazione.

 

Ma è il poter sopportare la frustrazione che  permette la riflessione su cosa ci sta accadendo e  su come trasformare la situazione.

Altrimenti si passa ad agire.

 

E questo agire di tutto il proprio mondo interno è il delirio.

 

 

 

Perde la nozione di cosa è utile alla sopravvivenza e di inutile.

 

Il bisogno di sopravvivenza si sposta in un altro registro dove le parole utile e inutile hanno un senso diverso dal comune.

 

Utile diventa tutto quello che mantiene il delirio.

Utile è cosa abbassa il panico.

 

La sopravvivenza diventa una funzione del delirio.

 

 

 

 

XXXVIII   cerco di dire qualcosa sul tipo di pensiero del delirio

 

 

 

La capacità di discriminazione, di differenziazione, così fondamentale nel mondo reale si dilegua completamente.

 

Tutto è ugualmente importante e ogni cosa si sposta, scivola nell’altra senza distinzione, perché l’insieme acquista il volto  di una comune parentela.

 

La rappresentazione degli oggetti è realistica, una mela è una mela, ma questa informazione non interessa ed è lasciata cadere, a meno che  a quella mela non si aggiunga un significato, un simbolo, che la faccia rientrare nel sistema generale.

 

Così dev’essere nella poesia.

 

Si perde ogni senso di stabilità che la rappresentazione degli oggetti del mondo ci comunica, quella possibilità di raggruppare le percezioni in schemi stabili e conosciuti.

 

Le percezioni risultano allora sciolte e sembrano andare per un corso proprio.

 

 

L’attenzione liberamente fluttuante che abbiamo sul mondo esterno e interno, si imbriglia in una griglia di ferro, focalizzata – a poco a poco – in un unico punto dove si aspetta il sorgere di un pericolo mortale.

 

In quel momento sorge il panico e il terrore, e non si può più parlare di attenzione nel senso comune perché si fissa e non vede altro.

 

 

La memoria viene messa come tra parentesi.

 

La memoria del passato e degli avvenimenti più recenti, come la intendiamo nella nostra vita normale, si dissolve.

 

Si registra il vissuto immediato, ma per incassarlo in quella che chiamo, forse impropriamente,  l’ideologia del delirio.

 

 

 

 

 

La fantasia e l’immaginazione sono, invece, al potere, come si diceva nel maggio francese.

Come fossero rimaste le uniche facoltà del nostro apparato mentale.

 

 

 

 

L’io vive in uno stato di eccitazione continua, da cui non può rilassarsi nemmeno nel sonno.

 

Il pericolo che sta correndo lo tiene desto e, come in un movimento a spirale, l’io  si disintegra sempre di più.

 

 

 

 

 

 

Quei grandi contenitori degli stimoli, che sono lo spazio e il tempo, perdono la loro funzione di organizzatori del reale, perché sono diventati evanescenti.

 

Non c’è un prima e un dopo, ma tutto è adesso o mai più.

 

Ogni forma di sintassi sparisce: non c’è un “ se faccio questo, allora succede quello”, ma tutto avviene congiuntamente e simultaneamente.

 

La categoria della totalità sembra l’unica rimasta sulla scena, perché ogni cosa deve esistere in quella globalità onnicomprensiva che è il significato del delirio.

 

E, in ogni piccola cosa, si riconosce, come condensata, quella totalità.

 

Ma, anche, ogni cosa è depositaria di una pluralità di significati che devono essere decifrati per poi svanire in una decifrazione successiva.

 

 

Si vive uno stato di energia libera da tutti gli schemi che la strutturano, che sembra inesauribile, come si fosse tolto il contenitore ad una caldaia sempre accesa, sempre autorigenerantesi.

 

L’impatto di questa straordinaria energia sciolta sopra la mente è sconvolgente.

 

 

A poco a poco, una stanchezza inenarrabile  slabbra i confini tra l’io e il mondo esterno e tra lui e il mondo interno.

 

E il mondo entra in lui.

E il mondo interno esce fuori.

 

Non ce la fa ad accorgersene.

E’ un movimento graduale e continuo.

 

Sparisce la barriera tra passato e presente e i desideri situati nel futuro diventano attuali.

 

Anche lo spazio è dilatato dall’angoscia che sottende questo processo.

 

Nello stesso tempo gli spazi si ravvicinano e il lontano e il vicino fluiscono uno nell’altro.

 

Il campo mentale interno si annulla rendendo impossibile pensare.

 

Non c’è più interno ed esterno, anche se dei confini molto fluidi si mantengono secondo i momenti.

 

Il soggetto si sente riplasmato dal mondo, mentre lo riplasma.

 

Violentato e ferito trova nel delirio  una risposta a questa violenza.

 

Con questo ridà un significato al mondo e a se stesso.

 

Si sente di nuovo io, ma questa volta è un io gigantesco, proporzionato al compito che gli spetta, al suo interlocutore, il mondo.

 

 

 

 

 

XLI   Questa impossibilità a differenziarmi dal mondo esterno che appare nella malattia aveva origine nell’infanzia.

 

 

 

Avevo sempre avuto una costante difficoltà a differenziarmi dal mondo esterno, ad avere un perimetro che segnasse un mio territorio.

Un infantilismo emotivo che mi portavo dietro fin da piccola.

 

Non potevo andare al cinema perché entravo nella tela e anche i film di Totò e Rascel mi facevano piangere.

Il mio rito di passaggio al cinema era stato proprio un film di Rascel: “Atanasio cavallo vanesio”.

Una mia cugina mi aveva tenuto la mano nei punti difficili ed ero riuscita a vederlo fino alla fine.

 

Per la lettura ci aveva pensato mia sorella con un libro dei fratelli Delly : “Il marchese di Carabas”.

 

Da allora avevo letto tutta la collana della BUR cominciando dalla “A” e andavo due o tre volte alla settimana al cinema.

 

Un difetto della capacità di simbolizzazione, mi dicevo.

 

 

 

Le persone amate me le “ingoiavo”, s’installavano in me come un seme che cresceva con me e mi faceva assomigliare a loro.

 

Le persone amate erano tante, così la mia identità è stata sempre vacillante e multidirezionale.

 

Mi era difficile tenere il filo di tante possibilità.

Tutto era sempre troppo complesso.

 

 

In casa vivevo in un costante crocevia, con il rischio imminente di essere messa sotto dal traffico.

 

Ero identificata con le ragioni della ragazza che lavorava per noi, fino a sposarle, fino a diventare comunista, quando i miei erano vagamente di centro.

Le ragazze si sfogavano con me, convinte della mia segretezza, ed erano violente nell’esporre le loro ragioni.

 

Ma nello stesso tempo ero identificata con le ragioni dei miei genitori, altrettanto violente,  perché erano i miei genitori e io li amavo.

 

Mi ero scissa, per necessità, fin da piccola.

 

Questo mi ha obbligato ad avere costantemente una visione, per così dire, binoculare da strabico: un occhio guardava ad ovest ed uno ad est.

 

La lotta di classe l’ho imparata in casa, era una cosa reale.

Le ragioni  di queste due parti erano incomponibili.

 

Come la mia visione della realtà.

 

Dovevo costruirmi un’io più forte per arrivare ad una sintesi, un’integrazione che fosse mia.

 

Ma questa era un’impresa lunga e difficile.

 

Oggi, a quasi sessant’anni, dentro la fragilità e la labilità delle cose umane, credo di esserci sufficientemente riuscita, ma ci sono volute quattro crisi di pazzia, tre internazioni, un numero infinito di depressioni, e oltre vent’anni di terapia.

 

E’ stato un lavoro lungo e faticoso.

 

Ma ne valeva la pena.

 

Vale la pena quando si può alla fine vivere la serenità di una persona sufficientemente integrata.

 

 

 

 

 

 

XLII

 

 

 

Da bambina mi era più facile intuire cosa le persone volevano che dicessi, più che capire cosa volevo dire io.

 

Finché un giorno, in un colloquio con la mia maestra, mi ero “ vista”.

 

Una luce fortissima mi aveva illuminato.

Avevo avuto il primo attacco d’angoscia, ma da allora non era stato più possibile annullarmi negli altri.

 

Anzi, per un’evidente reazione, non ho più potuto dire che quello che sentivo precisamente  in quel momento.

 

Questo mi ha obbligato ad indagarmi per scoprire chi ero e cosa pensavo, cosa sentivo e cosa volevo.

 

 

La scuola è diventato un impegno difficile.

Non ho più potuto studiare sui manuali, non potevo ripetere le parole di un altro, dovevano diventare mie.

 

Così dovevo leggere gli autori direttamente: erano più comprensibili di qualunque manuale.

Ma questo ha comportato che impiegassi un numero inverosimile di anni a fare la facoltà di filosofia.

Con tutti gli effetti collaterali del caso, di cui, il più importante, era sentirsi un’idiota, più handicappata di qualunque altro.

Non conoscevo nessuno che avesse impiegato tanto tempo a fare una facoltà.

Io ero spregevolmente diversa.

 

 

 

 

Non ricordo di aver avuto nessuno che si occupasse specificamente di me, a parte una suora, la mia insegnante, nell’ultimo anno delle medie.

 

Il delirio è anche una compensazione di tante carenze passate, perché tutta la gente è lì per me, intorno a me, per assistermi o perseguitarmi a seconda dei momenti, come intorno ad una culla.

Tante fate benefiche o malefiche.

 

 

 

Per strano che sembri, la persona in delirio deve avere una buona capacità di percezione realistica che, io credo, certe trasformazioni biochimiche e del mondo interno, acuiscono.

 

La realtà è tutta lì, intatta come prima, e viene percepita in ogni dettaglio minuto.

Ma ogni cosa si accorda con l’altra come in una sinfonia, in un susseguirsi di accordi perfetti.

 

Il malato è un “traduttore” di ogni piccola percezione, al punto di vivere in continua meraviglia, perché inventarsi non si inventa niente, ma tutto rientra e diventa comprensibile all’interno dell’ideologia del delirio.

 

Cosa sarà questo straordinario adattatore della nostra testa?

 

 

 

 

 

XLIII

 

 

 

Il delirio è uno sforzo prodigioso di sintesi, e questo lavoro sfinisce, perché tutta la realtà, anche la più distante nello spazio e nel tempo, la più diversa e contraddittoria,  deve acquistare un unico senso.

 

Questo sforzo prodigioso è quello che impedisce alla persona di sminuzzarsi in tante piccole schegge.

 

 

C’è uno scambio continuo tra percezione e attribuzione di significato, tutta la realtà corre velocissima come il pensiero.

 

A volte è la percezione a chiedere una simbolizzazione, ma più spesso è l’immagine interna che la trova, lì, già pronta a riceverla e, in quel significato preciso, esatto di quel momento.

 

 

La realtà ha dei colori sempre molto caldi, tutte le sfumature dell’arancio e del rosso, dovuti alla tonalità affettiva della persona in delirio.

Il lavoro del delirio avviene a temperature incandescenti.

 

Non ci sono più legami di causa ed effetto, ma di somiglianza, contiguità, analogia, c’è una “simpatia” che pervade tutte le cose, accenni, echi, rispondenze, risonanze.

 

Si stabilisce una nuova vicinanza, una presenza e una comunicazione reciproca e il mondo si specchia nell’io e l’io nel mondo.

 

 

Come in un testo poetico.

 

 

Un solo spazio compenetra ogni essere:

spazio interiore del mondo. Uccelli taciti

ci attraversano. Oh, io che voglio crescere,

guardo fuori ed in me cresce l’albero.

 

Io sono in ansia e in me sorge la casa.

Cerco riparo ed ecco in me il riparo.

L’Amato, io divenni; e su la bella immagine

Del mondo posa e si libera in lacrime. ( Rilke)

 

 

 

 

 

XLIV

 

 

 

Il mondo diventa un organismo vivente dove ogni cosa è funzionale al tutto e il tutto alle parti e l’io è contemporaneamente una parte del tutto e il tutto.

 

 

Il delirio non è un non-pensiero, ma un modo di pensare arcaico, dal quale ci siamo allontanati per acquisire un controllo sulla natura.

 

Rinasce in noi in tanti momenti di stanchezza, di intimità, di violenza delle passioni e in tante malattie.

 

Qualcosa che, forse, abbiamo ereditato dai nostri ancestrali e che non abbiamo perso, ma siamo andati oltre con l’evoluzione.

Qualcosa che faceva parte della nostra mente bambina e che nella relazione con l’ambiente, con le persone a noi vicine, abbiamo trasformato.

 

 

Quando il delirio è passato, mi immaginavo che ci fosse una parte antica del nostro cervello che continuasse a funzionare così.

Che l’io stremato ritornasse ad un suo funzionamento antico.

 

Che lì dentro, in quella parte del nostro tessuto nervoso, ci fosse un omino in costante delirio e che noi utilizzassimo questo tipo di pensiero nella vita normale senza accorgercene.

 

Era il mio modo di rientrare nella normalità e quel piccolo omino mi faceva compagnia.

 

 

Il delirio deve essere aiutato dalle allucinazioni, ma io non me ne sono mai accorta.

Non ho avuto allucinazioni stabili di oggetti o persone. Quello che vedevo lo potevo toccare.

 

L’impressione che ho avuto in seguito è che le allucinazioni aumentino la velocità del pensiero e della realtà, non si percepiscono perché sono inconsce, non le avvertivo, perché, nel mio caso, non mantenevano la costanza sufficiente per formare un oggetto.

 

 

 

 

 

XLV

 

 

Strinberg nel saggio “ Il sogno” descrive molto bene il tipo di pensiero del delirio, anche se parla del sogno.

 

“… tutto può succedere, tutto è possibile e anche verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su di un fondamento insignificante di realtà, la mente intesse nuovi modelli: una commistione di ricordi, di esperienze di vita, di idee slegate, di sconcordanze e improvvisazioni…I personaggi si scindono, si moltiplicano, si sdoppiano, si concretano, svaniscono, si raccolgono…

 

E, in “ Verso Damasco”: “ Là dove prima io vedevo degli oggetti e degli avvenimenti, delle forme e dei colori, ora scorgo dei pensieri e dei simboli”.

 

 

Il delirio mi sembra però presentare alcune differenze rispetto al sogno.

 

La differenza più grossa mi pare il fatto che, mentre nel sogno non c’è una realtà esterna, oppure si presenta sotto forma di ricordi, per quanto trasformati, il delirio prende forma su una realtà esterna.

Non tutto allora diventa possibile né verosimile.

 

Quello che accomuna il sogno al delirio è il tipo di credenza che suscita nel sognatore o nel pensatore del delirio: quello che succede è proprio così, non ci sono dubbi, è proprio reale, con un’evidenza e una partecipazione emotiva che, forse, nessuna realtà può dare.

 

“La mente intesse nuovi modelli su un fondamento insignificante di realtà”: questo avviene anche nel delirio.

 

Ugualmente vero è che, non al posto, ma insieme a oggetti e avvenimenti, si scorgono pensieri e simboli.

I simboli che io scorgevo erano, in fondo, sempre gli stessi perché legati al principio maschile e femminile.

 

 

 

Non mi pare di aver visto una partecipazione dei ricordi al delirio, come invece avviene nei sogni : il tempo era solo presente e la percezione solo degli avvenimenti attuali.

I ricordi erano eliminati.

 

Se s’intende, invece, per ricordi, i ricordi inconsci, esperienze sotterrate da secoli, allora queste appaiono attuanti nel delirio, forse ancora più che nei sogni, perché essi sono lì e devono raccontare la loro storia fino alla fine.

 

Il delirio non può finire se non hanno sbobinato tutta la cassetta e se questi ricordi non hanno trovato una qualche possibile conclusione al loro racconto.

 

Vogliono a tutti i costi una fine. E’ solo per questo che si sono messi in moto.

Come fossero degli elementi insaturi che prendono vita fino a saturarsi.

 

 

Come volessero addormentarsi, ma non possono, perché qualcosa li ha bloccati all’inizio, ancor prima di essere vissuti, come una parola troncata a metà, che non quieta fino a che non la lasciano pronunciarsi tutta intera.

 

 

 

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