29 ottobre ore 08:25 LA MIA VITA DI SARAH BERNRHARD (1844-1923–PARIGI) + ANTICIPAZIONE (AL FONDO) PER I TIPI LANTANIA, L’AUTOBIOGRAFIA DELLA PIU’ GRANDE ATTRICE DI TUTTI I TEMPI

da repubblica di oggi—R2 Cultura
Esce per i tipi di Lantana l’autobiografia della più grande attrice di tutti i tempi
Sarah
Sarah Bernhardt (Parigi22 ottobre 1844 – Parigi26 marzo 1923) è stata una celebre attrice teatrale francese. Il suo vero nome eraRosine Bernardt ed era di origine ebraica.
BERNHARDT
UN “ESSERE A PARTE” SENZA IPOCRISIE TRA AMORI PROIBITI E DISSIMULAZIONI

ELENA STANCANELLI

La mia doppia vita(Lantana, traduzione di Annalisa Comes) è la storia di Sarah Bernhardt raccontata da lei stessa. Nata a Parigi nel 1844 trascorre l’infanzia affidata a una balia, una sorella, le suore. Ogni tanto compare la madre, di cui Sarah dice soltanto: era bellissima e adorava viaggiare. Della professione di madame Youle in arte Bernhardt, si diceva “demimondane”. Il padre? Chissà. La talentuosa ragazzina, lavoix d’or,cresce in Bretagna e diventa presto un gioco di società per uomini strani. Non ci spiega granché, la sua doppia vita è un esercizio di dissimulazione. Entra in Conservatorio e poi allaComédie- Française, istituzione con la quale manterrà fino alla fine rapporti tempestosi. Fa un figlio, Maurice.
Lo scopriamo di colpo, quando è già un ragazzino. Il padre? Chissà. Anche dei suoi amanti dice pochissimo, ma noi sappiamo che ne ebbe quantine desiderò, uomini e donne. E animali, moltissimi. Meglio se selvaggi, anche loro: lupi, pitoni, ghepardi, camaleonti, pappagalli, un numero imprecisabile di cani e altre piccole cose domestiche.
Era un’eccentrica, di lei si diceva che conducesse sabba, vestisse da uomo, fumasse la pipa… «Mia povera cara, non puoi farci niente, sei originale senza volerlo, hai una spaventosa criniera ribelle e ricciuta per natura, la tua magrezza è esagerata, possiedi nella gola un’arpa naturale: tutto questo fa di te un essere a parte, ciò che è un delitto di lesa banalità. Questo per il fisico. Non puoi nascondere il tuo pensiero, non puoi curvare la schiena, non accetti nessun compromesso, non ti sottometti a nessuna ipocrisia: questo è un delitto di lesa società». Sono le parole dell’amica e collega Madeleine Brohan, le riporta Sarah.
Era ebrea, magrissima, spregiudicata. Le fotoche le fece Nadar ritraggono una ragazzina inquieta e insieme languida, avvolta in una veste a pieghe, un caffetano sotto il quale sembrerebbe nuda. Sposò un tossico, Aristides Damalas, un greco di 27 anni, che la trattava male e spendeva il suo denaro. Fu adorata, idolatrata. Intorno al 1890 si imbarcò sulla nave che l’avrebbe condotta negli Stati Uniti, dove avrebbe recitato in una tournée che si rivelò trionfale. Le pagine dedicate a questo viaggio valgono da sole come un delizioso racconto. Julian Barnes, nel suo romanzo Livelli di vita immagina Sarah Bernhardt. Ne fa l’amante di un tale Fred Burnaby, appassionato di voli in mongolfiera. Chissà se si conobbero davvero. Ma un volo sul pallone aerostatico ci fu, lo racconta lei stessa. Sarah morì a Parigi, il 23 maggio 1923, ed è sepolta nel cimiterodi Père-Lachaise.
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IL LIBRO
La mia doppia vita
di Sarah Bernhardt (Lantana pagg. 384 18,50 euro)
R2 Cultura
L’anticipazione
Quel volo in mongolfiera verso la notte “Ho lasciato Parigi in mezzo alle nuvole”
SARAH BERNHARDT
Partimmo soli: Georges Clairin, Godard e io. La notizia si era comunque diffusa, ma troppo tardi perché la stampa se ne appropriasse. Ero nell’aria da cinque minuti, quando uno dei miei amici, il conte di Montesquiou, incrociò Perrin sul ponte di Saint-Pères: «Ecco, guardate nel cielo… Eccola vostra stella filante! ». Perrin alzò la testa e indicandogli il pallone che si alzava: «Chi c’è là dentro?» «Sarah Bernhardt!». Sembra che Perrin fosse diventato di porpora e, serrando i denti avesse mormorato: «Ancora uno dei suoi tiri! Ma questa me la pagherà!» E si allontanò vivacemente,senza nemmeno salutare il mio giovane amico che rimase di stucco a quella collera senza ragione. E se avesse sospettato la mia grandissima gioia di viaggiare così nel-l’aria, Perrin si sarebbe arrabbiato ancora di più.
Ah! la nostra partenza! Erano le cinque e trenta. Strinsi la mano ad alcuni amici. La mia famiglia, tenuta all’oscuro di tutto, non era là. Ed ebbi una piccola stretta al cuore, quando, dopo il grido: «Mollate tutto!» mi vidi in un secondo a cinquanta metri da terra. Sentivo ancora qualche grido: «Attenzione! Ritornate! Non ce la uccidete!» E poi, più niente… niente… La terra sotto, il cielo sopra… Poi, improvvisamente sono nelle nuvole. Ho lasciato la nebbiosa Parigi, respiro sotto un cielo azzurro, vedo un sole radioso. Attorno a noi montagne opache di nuvole dalle creste iridate.
La nostra navicella si immerge in un vapore lattiginoso, tutto tiepido di sole. È meraviglioso! è stupefacente! Nessun rumore, nessun soffio. Ma il pallone non faceva quasi nessun movimento. Fu solo verso le sei che le correnti a poppa si fecero sentire e prendemmo volo verso est. Eravamo a 1600 metri di altezza. Lo spettacolo divenne da favola. Grosse nuvole increspate di bianco ci facevano da tappeto. Grandi drappeggi arancioni sfrangiati di violetto scende vano dal sole per perdersi nelle nuvole del nostro tappeto.
Alle sei e quaranta eravamo a 2300 metri di altezza e freddo e fame incominciavano a farsi sentire. La cena fu abbondante: foie gras,pane fresco, arance. Il tappo dello champagne saltando nelle nuvole fece un bel rumore sfumato. Levammo i calici in onore del signor Giffard. Avevamo chiacchierato tanto, la notte aveva ricoperto le sue spalle con il suo pesante mantello scuro. Faceva molto freddo. L’aerostato era allora a 2600 metri e il sangue mironzava follemente nelle orecchie. Mi colava il sangue dal naso. Mi sentii molto male e sonnecchiai senza poter reagire.
George Clairin si preoccupò e il giovane Godard esclamò forte, sicuramente per risvegliarmi: «Forza, forza, dobbiamo scendere! Gettiamo il cavo pilota!». Quel grido mi risvegliò in effetti. Volevo sapere cos’era il cavo pilota. Mi alzai un po’ stordita e per scuotere il mio torpore Godard mi mise il cavo in mano. Era una robusta corda scorrevole di 120 metri, a cui erano fissate, a spazi regolari, dei piccoli cramponi di ferro. Clairin e io srotolammo il cavo pilota ridendo, mentre Godard, inclinato sulla navicella guardava con uncannocchiale.
«Alt!», gridò improvvisamente… «Diavolo! Ecco degli alberi!». In effetti eravamo sopra i boschi di Ferrières. Ma, davanti a noi una piccola pianura sollecitava la nostra discesa. «Non possiamo esitare! », esclamò Godard. «Se manchiamo la pianura, scenderemo in piena notte nei boschi di Ferrières. E accidenti! è pericoloso». Poi, girandosi verso di me: «Volete aprire la valvola?», mi chiese. Così facemmo. E il gas scappò dalla sua prigione fischiando con un’aria beffarda. Richiusa la valvola all’ordine dell’aeronauta, scendemmo rapidamente.
Improvvisamente il silenzio della notte fu spezzato da un richiamo di tromba. Sussultai. Era Louis Godard che dalla tasca, ve-ro e proprio magazzino, aveva fatto uscire una tromba nella quale soffiava con violenza. Un fischio stridente rispose al nostro richiamo e vedemmo, a cinquecento metri sotto di noi, un uomo gallonato che si spolmonava a chiamarci. Dato che eravamo vicini a una piccolissima stazione, indovinammo facilmente che quell’uomo ne era il capo.
«Dove siamo?» chiese Louis Godard nella tromba. «A … enenen- ille!» rispose il capo. Impossibile capire. «Dove siamo?», tuonò Georges Clairin con la sua voce più potente. «A… en… en… en… ille! », urlò il capo con la tromba fra le mani. «Dove siamo?», chiesi io con la voce più cristallina. «A… en… en… en… ille!» rispose il capo… e la sua équipe. Impossibile da capire.
Si dovette zavorrare il pallone. Prima scendemmo un po’ troppo velocemente e il vento ci spingeva verso il bosco, dovemmo risalire verso il cielo. Tuttavia, dopo dieci minuti di strada, aperta di nuovo la valvola ridiscendemmo. L’aerostato si trovava allora a destra della stazione e molto lontano dal suo amabile capo. «All’ancora!» esclamò con un tono di comando il giovane Godard. E, aiutato da Georges Clairin, lanciò nello spazio una nuova corda alla fine della quale si trovava attaccata un’ancora formidabile. La corda misurava 80 metri di lunghezza.
Sotto di noi un nugolo di bambini di tutte le età correvano dietro al pallone dalla nostra sosta alla stazione. Quando fummo a trecento metri da terra, Godard gridò nella sua tromba: «Dove siamo?»«A Verchère!» Nessuno di noi conosceva Verchère. «Bah! vedremo bene. Continuiamo a scendere. Andiamo, voialtri», gridò l’aeronauta, «prendete la corda che rimane indietro! E soprattutto non tirate troppo forte!» Cinque uomini vigorosi impugnarono la corda. Eravamo a 130 metri da terra e lo spettacolo diventava curioso. La notte cominciava a sfumare tutte le cose. Alzai la testa per vedere il cielo, ma rimasi a bocca aperta, il nostro pallone a metà sgonfio faceva pendere la sua base tutta stropicciata. Era molto brutto.
Atterrammo dolcemente senza il piccolo traino che speravo, senza il piccolo dramma che avevo sognato. Una pioggia torrenziale accolse la nostra discesa.
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