27 dicembre 2013 ore 22:52 DUE CITAZIONI BELLE, DIREI, E UNA SPROLOQUIATA DI CHIARA CHE CERCA IPOTESI SUL PERCHE’ – CHI HA TANTO DENTRO DA METTERE IN PAROLE “PER GLI ALTRI”- INVECE NON LO FA—TUTTO DI CHIARA E’ PRESSAPOCO, UN PICCOLO FRANCOBOLLO SU UNA PAGINA BIANCA GRANDE COME IL MONDO—

 

[audio:http://www.neldeliriononeromaisola.it/wp-content/uploads/2013/12/A.Vivaldi-Concerto-in-RE-minore-F.VII-1-secondo-tempo.mp3|titles=A.Vivaldi -Concerto in RE minore F.VII, 1 (secondo tempo)]

 

dal blog   CARTESENSIBILI:

 

Alla domanda chi e che cosa siamo noi un vecchio saggio rispose così:- Siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi,di tutto quello che ci è stato fatto. Siamo ogni persona, ogni cosa, la cui esistenza ci abbia influenzato, o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti.-

 

 

 

 

“LE STORIE VERE SI DEVONO RACCONTARE ALTRIMENTI SI TRADISCONO”

 


chiara preferirebbe dire: “ci marciscono dentro”—non è gentile perché conosco molta gente, troppa, che ha tanto dentro da raccontare, tante belle storie di famiglia, con avvenimenti storici importanti e altri più “domestici”, un insieme che subito produce in armonia un affresco vivente /////

 

Hanno, inoltre, queste persone,  la capacità di ” avere le parole per dirlo”…e non lo fanno:

o perche’ non  considerano le loro storie significative per altri,

– per non esporsi magari,

magari invece perché le storie nostre, messe in parole,  ci si presentano “davanti” come un oggetto “altro”
e ci tocca vederle come non vogliamo assolutamente, pena soffrire o dover fare troppi conti con la nostra storia che poi è la nostra coscienza.

Ci sono anche persone che hanno una specie di “invidia di se stessi”, ben più terribile a sopportare dell’invidia degli altri: sono persone che per motivi, che variano per ciascuno, hanno il terrore di “riuscire”–

-intanto dovrebbero rimboccarsi le maniche e lavorare ai propri talenti, cosa non solo difficile da fare, ma ancor più da decidere,

ci vorrebbe “una decisione inconscia”, come (assurdamente) diceva il Professor Zapparoli,  che significa che, la spinta a fare,  deve venire da dentro, da tutto intero il nostro essere:

ci deve essere una forza-un’energia quasi travolgente per superare dubbi, prima di tutto, riguardo a se stessi, ma anche “sensi di colpa”, certamente per la maggior parte frutto di fantasie che non  abbiamo potuto né sappiamo oggi, controllare, o sminuzzarne i nodi per portare sotto la luce ed esaminarlo quel groviglio così disperante da affrontare…

in genere per le donne (ma potrebbe essere anche per gli uomini), il dubbio riguarda anche gli altri, magari un compagno-a di vita con cui abbiamo stabilito un’armonia vivendi  tramite una nostra immagine un po’ scolorita:

“cosa succederà di noi se adesso improvvisamente brillo o addirittura mi sorge la voglia di trionfare?”

Questa puo’ sorgere prepotente per bisogno di trionfo o potere, altre volte per vendetta o risarcimento (non sono la stessa cosa) di quanto subito.

Un grande paura dello “sconosciuto” ci prende  ed è questa la paura più primordiale  che afferra alla gola un essere vivente:

trovarsi, vivo, in balìa di forze…che ci sovrastano…”infinitamente”… (l’immaginazione a mille)

e qui, soprattutto,  dobbiamo situare i diversi tipi di panico che ognuno di noi conserva ben celati nelle proprie membra oltre che nella propria mente.

 

Ma c’è una ragione che, credo, sia la più forte di tutte: se vinco, trionfo me stessa-o, insomma “mi realizzo”, sono obbligata a “misurarmi”, a saper chi sono veramente nella realtà, qual’è la mia vera dimensione e la  mia “altezza”…

…intuitivamente magari “so” che la me stessa ragionevolmente reale, non è quell’immagine di me che a volte la vita mi permette di sentire viva, palpitante, magari attraverso lo sguardo di qualcuno che ci ama o,  meglio, è innamorato di qualcosa di noi per fornirci quella lucentezza…

Ciascuno di noi, negli anni, in qualche modo, (a parte chi non lo fa!) fa i conti con la propria “onnipotenza”, che possiamo anche chiamare “identità” ingrandita variamente – secondo le persone e, per la stessa, secondo i momenti della vita, più o meno ardui.

 

Tutti conosciamo l’espressione “gigante dai piedi di argilla”: quanto più grandi i dubbi su di noi, le nostre insicurezze…per affrontare l’altro e, a volte, anche noi stessi, la nostra coscienza, magari eccessiva,

tanto più ci mettiamo un po’ di trampoli per non soccombere.

Senza un po’ di onnipotenza, senza un po’ di  convinzione nascosta di essere immortali, in verità, non potremmo neanche uscire di casa.

 

Ma puo’ succedere che ci abituiamo tanto ai trampoli

(che non suppliscono solo all’argilla delle fondamenta – magari solo fantasiate tali- ma ci abituano anche ad avere un potere  ed un controllo sugli altri dei quali ci sembra di non poter fare a meno)

 

da slittare un po’ tanto fuori dalla nostra “effettiva realizzazione”, al punto che il confronto tra reale e fantasia non ci è più possibile— fino a dover eliminare il termine “immagine reale”  perché sarebbe la classica spina nel fianco.

Segnalo rapidamente che a questo punto dovremo vagamente fiutare il pericolo perché l’allontanamento dalla nostra realtà interna, con una lentezza straordinaria sia pure, contagia o puo’ contagiare anche il rapporto con la realtà esterna.

Freud, in uno dei due scritti sulle differenze tra neurosi e psicosi dice una cosa molto interessante: stante che definisce la psicosi come allontanamento dalla realtà comune a tutti,  questo non accade nella neurosi (che più o meno coincide con la persona normale,  in quanto la vita rende tutti un po’ pazzerelli, siamo nella normalità sempre che la nostra  sia una fioritura di breve durata e non ricorrente).

La neurosi, invece che negare la realtà esterna, è una negazione di quella nostra interna, nel senso di cose che non possiamo vedere, le tagliamo, le sopprimiamo, non le vediamo neanche, oppure le vediamo un attimo solo per buttarsele alle spalle ed andare avanti più leggeri…( i sistemi per difenderci sono molteplici).

Secondo Freud (e mi permetto di dire che ho potuto osservarlo varie volte), in quel punto in cui noi ci accechiamo, per così dire, a noi stessi, perdiamo anche la nozione -solo relativamente a quel tema, a quella caratteristica— perdiamo, dicevo, anche la realtà esterna–

essendo che, in questo – che puo’ essere un puntino o un gruviera- e solo in questo, ci accomuniamo alle persone definite “psicotiche”.

 

Ma quanto ho appena cercato di descrivere, puo’ essere qualcosa che non interessa nessuno, in quanto è difficile evidenziarlo a noi stessi:

un dubbio, mi viene in mente adesso, ci potrebbe sorgere

su persone attaccate, come il naufrago alla roccia, ai loro pregiudizi, alle loro convinzioni inderogabili e, in genere, alla perdita di “elasticità” come è tipico, invece, di tutta la materia vivente.

Oggi sono in molti che, anche senza accorgersene, si pongono a modello dell’umanità, quasi fossero loro stessi il  metro di Sèvres, o metro-campione,

e si affannano a dire agli altri cosa devono o non devono fare, oppure anche civilmente non lo dicono,

ma si trovano a vivere in una maggioranza che va storta perché non fa quello che hanno fatto loro fin dall’inizio.

Purtroppo questa convinzione non è cosciente,  altrimenti sarebbe più facile debellarla…sì, come un’epidemia,  perché tale è diventata negli ultimi trentanni o quaranta.

Avrete sentito dire  che è da poco uscito il V° Manuale di organizzazione delle malattie mentali a livello di osservazione mondiale, con tanto di studiosi di tutti i paesi che lavorano, per anni,  tra un Manuale e l’altro (mi scuso, ma in questo momento non ricordo la sigla del testo—forse è DSM V):

 

Ebbene in quello uscito quest’anno è stata depennato dai disturbi mentali “il narcisimo”, in quanto è dilagato nella maggioranza delle persone della nostra epoca. Adesso, cosa vuol dire “narcisimo” lo saltiamo, saltiamo anche quel poco che avrei da dire, ma una cosa è certa:

il narcisismo ci obbliga a mettere a fuoco la realtà quasi esclusivamente “dal nostro punto di vista”–rimaniamo bloccati a quello stadio dell’evoluzione che, un tempo, era caratteristica degli adolescenti, e non riusciamo a girare l’obbiettivo, o ci riusciamo male, sul punto di vista dell’altro (ammesso di vederlo!) e-attenti- perché è qui il busillis- non ce la facciamo a considerarlo legittimo di stare al mondo tanto quanto il nostro.

Questo significherebbe, se lo potessi fare, mettermi in una postazione, sì, mia, ma che so essere una faccetta di un immenso diamante dalle facce infinite,  alla cui totalità, o complessità, mai potrei avere accesso.

Solo un’intera comunità puo’ avere accesso al vero, anche se questo deve essere sempre rivisto e ri-verificato.

Uscire, come si puo’, dal tunnel del narcisimo in cui siamo rinchiusi senza saperlo (parlo in generale), ci darebbe accesso “ad un mondo comunitario” e ad una vera solidarietà nel senso del bisogno dell’altro, o, come si diceva,  una mano lava l’altra e due o mille lavano il mondo!

 

Per tornare al tema primitivo che sta nel titolo, c’è un piccolo scritto di Freud, di cui conosco il titolo in portoghese, avendo fatto l’Istituto di Psicoanalisi in Brasile, e che si puo’ tradurre come: “Le persone rovinate dal successo”, sul quale -dopo averlo studiato- ho molto meditato osservando me stessa e altri intorno a me. Voglio cercarlo per passarvelo ché, come sempre, è  meglio andare alle fonti originali per capire, che star dietro alle masticature di -diciamo- allievi o ripetitori–

 

Non ci crederete,  ma forse la stanchezza e l’ora, mi pare di poter chiudere la bocca senza aver più niente da dire. Oh sollievo reciproco! Un po’ di magico silenzio in cui stare insieme “bene”. Notte bella, chiara

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