22 febbraio 2014 ore 17:05 PARE SIA ABITUDINE DI FRANCESCO GIAVAZZI E ALBERTO ALESINA (ART.SG) DI CONSEGNARE- ATTRAVERSO IL FONDO DEL CORRIERE–“UNA LETTERINA” AL GOVERNO CON LA LISTA DELLE COSE CHE DEVE FARE—-ADESSO LA LETTERA TOCCA A RENZI.

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  • Corriere della Sera >
  • 21 FEBBRAIO 2014
 

L’AGENDA ECONOMICA DEL GOVERNO

Purché si dica tutta la verità

  • Governo (QUI TROVATE ALTRI ARTICOLI ANCHE DI OGGI DEL CORRIERE)

    1,554 (QUI C’E’ L’ARTICOLO CHE HO RIPRODOTTO CON ALTRI CUI FA RIFERIMENTO)

 

Il nuovo governo dovrà dimostrare (e in tempi brevissimi) di aver chiare

quali sono le priorità e di essere determinato nell’affrontarle. Se saprà

farlo tranquillizzerà i mercati e potrà rinegoziare i vincoli europei.

Perché una rinegoziazione è inevitabile se si vuol far ripartire

la crescita.

Quali siano i problemi dell’Italia lo sappiamo da tempo: un debito

pubblico enorme, una recessione che sembra non finire mai, banche

che prestano col contagocce, una disoccupazione soprattutto giovanile

elevatissima, una tassazione asfissiante, una burocrazia che impone

oneri immensi alle imprese, e infine i costi della politica. La difficoltà

non è dunque individuare le cose da fare, ma metterle in fila e poi

affrontarle con determinazione.

La prima è annunciare stime di crescita credibili. Le previsioni del

governo uscente sono più ottimiste di quelle delle organizzazioni

internazionali, inclusa la Commissione europea. Il governo prevede

un aumento del prodotto interno lordo (Pil) dell’1% nel 2014 e

dell’1,7% nel 2015. Il consenso internazionale è 0,5% nel 2014 e

poco sopra l’1% nel 2015.

Da che numeri parte il nuovo governo? Le previsioni di crescita

sono cruciali perché costituiscono il punto di partenza per un piano

credibile di riduzione del rapporto debito-Pil. Per avviare tale

riduzione è necessario compiere tre passi: ridurre la spesa

pubblica e le imposte, far ripartire la crescita e vendere aziende

e immobili oggi posseduti da Stato, Comuni e Regioni.
Per rilanciare la crescita, servono due interventi immediati.

Primo: provvedimenti per allentare la stretta creditizia. È difficile

tornare a crescere se non riparte l’offerta di credito all’economia.

Lo si può fare anche con l’aiuto della Bce, come spiegavamo

il 9 febbraio (nell’editoriale E ora le banche non hanno scuse ).

A ciò deve aggiungersi un’accelerazione del pagamento dei debiti

della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. Il governo

uscente ne ha saldati 22 miliardi su circa 100: troppo pochi.

Seconda cosa da fare: provvedimenti per ridare competitività

alle imprese. La leva principale è una riduzione immediata e

consistente del cuneo fiscale, finanziata con una combinazione di

tagli di spese (immediate e future) e, se necessario, con imposte

meno dannose delle tasse sul lavoro.

Per portare gli oneri sociali a carico delle imprese al livello tedesco

bisogna ridurli di 23 miliardi. 9-10 miliardi si possono reperire

tagliando i sussidi alle imprese: 4 miliardi il primo anno, altri 5-6

nei due successivi. Un altro miliardo, o due, tagliando i costi della politica,

come suggerito in uno studio di Roberto Perotti pubblicato

su www.lavoce.info. I rimanenti 8 miliardi vanno reperiti dalla

spending review : il commissario Cottarelli ritiene che sia un obiettivo

raggiungibile già quest’anno. Altre risorse possono arrivare dalla

revisione del costo di alcuni servizi (come l’università) che lo Stato

offre quasi gratuitamente a tutti, indipendentemente dal reddito.

Ridurre le imposte sul lavoro non basta. Bisogna anche riformare

i contratti abolendo il muro invalicabile che separa chi ha un lavoro

a tempo determinato da chi ne ha uno a tempo indeterminato. Qui

il diavolo sta nei dettagli. La proposta giusta è quella di Pietro Ichino,

che riprende un’idea degli economisti Olivier Blanchard

(capo-economista del Fondo monetario internazionale)

e Jean Tirole. Un contratto uguale per tutti, senza muri

e con protezioni che crescono in funzione dell’anzianità

sul posto di lavoro. Ad esempio: entro tre anni dall’assunzione

un’impresa può licenziare liberamente, dal quarto anno in poi

il licenziamento costa all’impresa una indennità

(crescente con l’anzianità del contratto) e che finanzia

(in parte) i contributi di disoccupazione.

Va abolito il principio del reintegro obbligatorio, tranne

nei casi di discriminazione. In questo modo verrebbe

di fatto cancellato, per i neoassunti, l’articolo 18 dello

Statuto dei lavoratori. Occorre anche ridurre il peso dei

contratti collettivi, e legare maggiormente il salario alla

contrattazione a livello aziendale. Il segreto del successo

della Germania sta principalmente nell’avere fatto questo.

La riforma del mercato del lavoro è impossibile

senza una revisione degli ammortizzatori sociali.

Una maggiore libertà alle imprese nella gestione della forza

lavoro si deve accompagnare a tutele per chi rimane

temporaneamente disoccupato.

La Cassa integrazione (Cig) va abolita. Per tutti coloro

che perdono il posto – e con le risorse ora destinate alla

Cig e ai corsi di formazione gestiti dal sindacato – va

introdotto un sussidio di disoccupazione decrescente nel tempo

che li costringa a cercare lavoro (con la possibilità,

al massimo, di due rifiuti). Il sussidio deve essere esteso

anche alle categorie oggi non coperte dalla Cassa.

Infine bisogna cedere aziende pubbliche e semipubbliche.

Qui le priorità sono: riscrivere da zero il progetto di apertura

del capitale delle Poste e impedire che la Cassa depositi

e prestiti continui ad essere usata come un salvadanaio

dello Stato per false privatizzazioni (vedi Ansaldo Energia)

e sprechi risorse pubbliche facendo, senza saperlo fare,

il mestiere del finanziatore di startup , e cioè di nuove aziende.

Ma il nuovo governo non farà nessuna di queste cose

se non sostituirà radicalmente i burocrati che gestiscono

i ministeri (riformando i contratti della dirigenza pubblica

e allineandoli a quelli del settore privato) cominciando dalla

casta dei capi di gabinetto. Per farlo ci vuole coraggio perché

questi signori sono depositari di «dossier» che tengono segreti

per proteggere il loro potere. Bisogna aver il coraggio di mandarli

tutti in pensione. All’inizio i nuovi ministri faranno molta fatica,

ma l’alternativa è non riuscire a fare nulla.

21 febbraio 2014 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
     

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