26 MARZO 2014 ORE 23:02 ANCHE QUESTO E’ IL “GRANDE CAMERON”? ANDIAMO IN CARCERE—PROPRIO IERI SENTIVO VANTARE LE INIZIATIVE/ SUCCESSI RAPIDISSIMI DI DAVID CAMERON (LIBERO DELL’EURO) CONTRO LA CRISI …

IL CASO
Da novembre parenti e amici non possono più inviare ai detenuti effetti personali Romanzieri e intellettuali protestano con una petizione che imbarazza il governo
Londra, niente libri ai carcerati il divieto che indigna gli scrittori
ENRICO FRANCESCHINI
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA (REP. DI OGGI)

09/set/2013 – Che distrazione, scrivono i giornali scandalistici inglesi del loro premier David Cameron, che «una volta dimenticò la figlia Nancy in un pub».

Nell’intento di soddisfare il populismo da tabloid, il governo britannico ha trovato un nuovo sistema per rendere più dura la vita a chi sta in carcere: proibire ai detenuti di ricevere libri. Familiari e amici non possono più spedirli ai loro congiunti o conoscenti dietro le sbarre. Il divieto è entrato in vigore lo scorso novembre, ma è diventato di dominio pubblico solo recentemente, dopo la denuncia di un blog sui diritti umani. La reazione ès tata immediata: una petizione online lanciata da Philip Pullman, Mark Haddon e altri scrittori e intellettuali inglesi ha raccolto migliaia di firme in appena 24 ore e ieri la polemica ha costretto le autorità a cercare di giustificare il provvedimento.
Il ministro della Giustizia Chris Grayling, ideatore dell’iniziativa, nega che siano stati messi al bando i libri in prigione: «Tutti i carcerati possono tenere fino a un massimo di dodici libri nella propria cella», afferma. Ma poi spiega in che modo possono procurarseli: o prendendoli in prestito nella biblioteca del carcere, o ottenendo un certificato di buona condotta in virtù del quale il divieto non ha più valore, e allora hanno di nuovo la possibilità di acquistarli o di farseli inviare da qualcuno. «Vogliamo dare degli incentivi ai condannati affinché si comportino meglio, vogliamo spingerli a impegnarsi per guadagnare privilegi », osserva Grayling, che ha vietato non soltanto l’invio di libri ma pure di ogni altro effetto personale.
Il problema è che le biblioteche nelle carceri non esistono, sono mal fornite o sono comunque visitate dai carcerati al massimo una volta ogni due-tre settimane, tanto più ora che i tagli alla spesa pubblica hanno fatto diminuire il numero delle guardie carcerarie e spesso non c’è nessuno che possa accompagnare il prigioniero dalla sua cella alla biblioteca.
Per gli scrittori che protestano contro le nuove misure, tuttavia, la questione non è solo pratica ma soprattutto morale. «È uno degli atti più maligni, disgustosi, vendicativi di un governo barbaro come il nostro» dice Pullman, autore del romanzo La bussola d’oro e della serie Queste oscure materie, augurandosi che Downing street ritiri il divieto, licenzi il ministro responsabile e «gli tolga di mano la frusta».
La scrittrice Susan Hill afferma che «una società si giudica dal modo in cui tratta i suoi prigionieri, vietare i libri in carcere è una mossa da stato totalitario». Mary Beard, docente di storia e letteratura a Cambridge, osserva che «i libri educano e riabilitano, vietarli in prigione è una follia ». Jo Glanville, direttore dell’Associazione Scrittori d’Inghilterra, nota che il lavoro svolto in carcere dalla sua organizzazione rivela quanto i libri siano importanti per i prigionieri. E altri ricordano che perfino nel campo di prigionia di Guantanamo, dove l’America tiene rinchiusi senza processo i sospetti di terrorismo, i prigionieri possono ricevere libri (sebbene con assurde censure). Ma in Inghilterra, patria dei diritti civili, no.
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REPTV-LAEFFE
Alle 13.45 su
RNews (canale 50 dt) il videoracconto sui libri ai detenuti
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