28 marzo 2014 ore 06:24 ++++ DANIELA PADOAN LA POVERTA’ RAZZISMO D’EUROPA —NON PERDETEVI AL FONDO VITA E SCRITTI DELL’AUTRICE—E’ STATA CANDIDATA PER LA LISTA TSIPRAS

GIOVEDÌ 27 MARZO 2014

http://cedocsv.blogspot.it/2014/03/la-poverta-razzismo-deuropa.html 

La povertà razzismo d’Europa

Ridurre la sof­fe­renza degli uomini e delle donne a numeri, sta­ti­sti­che, sot­to­com­mis­sioni, rego­la­menti e pro­ce­dure signi­fica ane­ste­tiz­zare la rab­bia, la ribel­lione, la rea­zione col­let­tiva. Signi­fica ren­dere la disoc­cu­pa­zione, il licen­zia­mento, la per­dita di ogni pos­si­bi­lità di sosten­ta­mento, la debo­lezza davanti alla malat­tia e alla vec­chiaia, una que­stione pri­vata, un fal­li­mento dei sin­goli”.
Daniela Padoan
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daniela padoan bologna 1958


La povertà razzismo d’Europa
I perchè della lista Tsipras
«La casa di tutti noi è in fiamme, anche se ognuno cer­casse rifu­gio nella sua tana minu­scola e illu­so­ria». Sono state forse que­ste parole — con­te­nute nell’appello con cui alcuni intel­let­tuali hanno sen­tito che occor­reva guar­dare alla Gre­cia come a una sorella — a con­vin­cermi che qual­cosa di nuovo stava acca­dendo: l’irrompere della realtà, la neces­sità di nomi­nare la mise­ria come una pre­senza che ci inter­pella, che minac­cia le nostre esi­stenze, che erode un mondo di con­cetti di cui ci è rima­sta in mano un’inutile se non dan­nosa carcassa.
Né l’Europa divisa nuo­va­mente in caste è un rifu­gio, né lo è la nostra esi­stenza pic­co­lo­bor­ghese, dove la parola «povertà» ha finora riguar­dato solo e sem­pre gli altri.
Per­ché l’Europa – intesa come mostro buro­cra­tico al ser­vi­zio del capi­tale indu­striale e finan­zia­rio – abbia ogni inte­resse a occul­tare la que­stione sociale, è evi­dente: ridurre la sof­fe­renza degli uomini e delle donne a numeri, sta­ti­sti­che, sot­to­com­mis­sioni, rego­la­menti e pro­ce­dure signi­fica ane­ste­tiz­zare la rab­bia, la ribel­lione, la rea­zione col­let­tiva. Signi­fica ren­dere la disoc­cu­pa­zione, il licen­zia­mento, la per­dita di ogni pos­si­bi­lità di sosten­ta­mento, la debo­lezza davanti alla malat­tia e alla vec­chiaia, una que­stione pri­vata, un fal­li­mento dei sin­goli.
Ma per­ché la que­stione sociale sia stata con­si­de­rata mar­gi­nale dai par­titi della sini­stra, che pro­prio nel non saper­sene fare inter­preti hanno decre­tato il loro disfa­ci­mento, è meno evi­dente. Da un certo punto in avanti, la sini­stra ha smesso di rap­pre­sen­tare i più deboli, è diven­tata sorda al dolore, all’umiliazione, ha dele­git­ti­mato ogni sen­ti­mento di rivolta di fronte al sopruso. Si è fatta par­te­cipe e media­trice di poli­ti­che deva­stanti, ali­men­tando dot­trine di sacri­fi­cio di fronte al disa­stro, assu­mendo il con­cetto di crisi come feno­meno natu­rale, scia­gura ine­lut­ta­bile dalla quale solo gli esperti pos­sono trarci in salvo.
La povertà, parola impro­nun­cia­bile, è diven­tata – da ossi­fi­ca­zione nelle figure ras­si­cu­ranti per­ché estreme del clo­chard, del bar­bone, del sen­za­tetto, del drop-out – una que­stione di atti ammi­ni­stra­tivi, nor­ma­tivi, una mate­ria di diret­tive: una poli­tica occul­tata sotto sigle illeg­gi­bili che in Gre­cia si è con­cre­tiz­zata nel fatto che i malati muo­iono di can­cro senza più assi­stenza ospe­da­liera, che le uni­ver­sità chiu­dono, che il tasso di mor­ta­lità neo­na­tale giunge alle per­cen­tuali di quello che era­vamo soliti chia­mare Terzo Mondo.
Abbiamo ancora nelle orec­chie gli eufe­mi­smi ai quali sono ricorse, nel tempo, diverse dit­ta­ture per masche­rare i pro­pri atti cri­mi­nali: la mat­tanza com­piuta dalla dit­ta­tura argen­tina, che fece spa­rire tren­ta­mila oppo­si­tori get­tan­doli in mare dagli aerei, venne chia­mata «pro­cesso di rior­ga­niz­za­zione nazio­nale»; l’eliminazione indu­striale nelle camere a gas di sei milioni di indi­vi­dui venne chia­mata, nella Ger­ma­nia nutrita di Goe­the, «solu­zione finale della que­stione ebraica». Oggi, nella demo­cra­tica Europa, nata sulle rovine della Seconda guerra mon­diale come anti­doto alle dit­ta­ture, una poli­tica eco­no­mica agita da un potere sovra­na­zio­nale con il vas­sal­lag­gio dei governi demo­cra­tici viene chia­mata auste­rity , fiscal com­pact , pareg­gio di bilan­cio, ristrut­tu­ra­zione del debito.
Quando, tre anni dopo il default dell’Argentina, andai a Bue­nos Aires per scri­vere un libro sulle Madri di Plaza de Mayo, ebbi modo di vedere i  car­to­ne­ros che vive­vano a migliaia nelle bidon­ville tutt’attorno alla città, e i bam­bini che si pro­sti­tui­vano in pieno giorno sulla cen­tra­lis­sima Ave­nida 9 de Julio. La pre­si­dente delle Madri, Hebe de Bona­fini, mi portò in un mani­co­mio dove gli inter­nati, che chia­mava «pri­gio­nieri psi­chia­trici», erano abban­do­nati a se stessi, nella spor­ci­zia, con quasi nulla da man­giare.
Ricordo che, davanti al mio scon­certo, più volte mi disse: fai un errore se ci guardi come un mondo diverso dal tuo, siamo solo il primo esem­pio, la prima pale­stra del neo­li­be­ri­smo, arri­verà anche da voi. «Noi Madri», ripe­teva, «cre­diamo che i disoc­cu­pati siano i nuovi desa­pa­re­ci­dos del sistema, e che la man­canza di lavoro sia uno tra i peg­giori cri­mini con­tro l’umanità. Un lavoro degno è un diritto umano ina­lie­na­bile e la sua man­canza porta con sé la fame dei bam­bini e la distru­zione delle famiglie».
La casa di tutti noi è in fiamme, e le nostre tane sono minu­scole e illu­so­rie. Ma nomi­nare la realtà è già di per sé un atto rivo­lu­zio­na­rio: signi­fica non solo uscire dall’oscurità, ma ritro­vare un senso di fra­tel­lanza. Non un chi­narsi sui deboli da una posi­zione di illu­mi­nata supre­ma­zia, ma un con­di­vi­dere affanni e spe­ranze. Que­sto moto inte­riore è stato archi­viato dalla sini­stra tele­vi­siva e pro­fes­sio­nale come naïf, ciar­pame di vec­chie litur­gie, con il risul­tato di lasciare agli arrin­ga­tori di piazze la pos­si­bi­lità di par­lare al dolore e all’umiliazione delle per­sone, al senso di rivolta con­tro l’ingiustizia, che ancora è la vera molla capace di farci uscire dalle nostre clau­stro­fo­bi­che e pri­vate prigioni.
L’incendio che avanza rischia di abbat­tersi sui paesi medi­ter­ra­nei chia­mati Pigs – un acro­nimo che rimanda, più che a un lap­sus, all’emergere di un antico disprezzo non sopito, ben­ché si sia poi tra­sfor­mato in Piigs, con l’ingresso dell’Irlanda, e sia stata coniata l’alternativa Gipsi, a dimo­stra­zione di quanto i fan­ta­smi non risolti della vec­chia Europa raz­ziale aleg­gino ancora nell’inconscio collettivo.
Uno spet­tro si aggira per l’Europa, ed è lo spet­tro della povertà. Igno­rarlo, o fin­gere che non ci riguardi, ha lasciato un enorme numero di uomini e di donne privi di rap­pre­sen­tanza; espo­sti – come scri­veva Han­nah Arendt a pro­po­sito delle rivo­lu­zioni fran­cese e russa – a cadere dalla dimen­sione della libertà a quella del biso­gno, deviando verso l’assolutismo. E il risve­glio che ci attende all’apertura delle urne euro­pee rischia di essere molto duro, con un’ascesa del blocco nazio­na­li­sta, raz­zi­sta e xeno­fobo che va dal Front Natio­nal di Marine Le Pen, che potrebbe diven­tare il primo par­tito in Fran­cia, a  Job­bik , il movi­mento di estrema destra di Gabor Vona, attual­mente terzo par­tito unghe­rese, pas­sando per il par­tito belga Inte­resse fiam­mingo di Vlaams Belang e la lista Veri Fin­lan­desi di Timo Soini, senza dimen­ti­care Alba Dorata e la Lega Nord .
Veniamo da una sto­ria che, nel Set­te­cento, nel cuore dell’Europa, ha con­ce­pito l’ideologia che chia­miamo raz­zi­smo – ovvero la «natu­rale» supre­ma­zia dell’uomo occi­den­tale, maschio, bianco, dotato di logos, nei con­fronti dei «sel­vaggi» delle colo­nie, gra­dual­mente pros­simi, in base al colore della pelle e ai tratti soma­tici, alla scim­mia; una sto­ria che, nell’Ottocento, con il dar­wi­ni­smo sociale, ha teo­riz­zato e pra­ti­cato la sop­pres­sione dei più deboli – dei malati, degli han­di­cap­pati, degli omo­ses­suali, dei «devianti» di ogni spe­cie – tra­mite le dot­trine dell’eugenetica e le pra­ti­che di ste­ri­liz­za­zione for­zata e di euta­na­sia; una sto­ria che, nel Nove­cento, ha pia­ni­fi­cato e attuato lo ster­mi­nio su base raz­ziale, con l’invenzione delle camere a gas e dei campi di annien­ta­mento.
C’è una gerar­chia del disprezzo, il cui pre­ci­pi­zio abbiamo visto in Ausch­witz, che la nostra tra­di­zione di pen­siero ci ha adde­strato a rico­no­scere come «natu­rale», arti­co­lan­dola in uomo-donna, cultura-natura, logos-barbarie. È con que­sta tra­di­zione che dob­biamo fare i conti. Non ser­vi­ranno le litur­gie della memo­ria a pre­ser­varci dal ritorno di quella furia omi­cida, ma solo un pro­fondo ripen­sa­mento delle radici cul­tu­rali che tutt’ora ci nutrono.
Se anche è stata dimo­strata l’inesistenza scien­ti­fica del con­cetto di razza appli­cato agli uomini, per­mane un raz­zi­smo para­dos­sale, un raz­zi­smo senza razze, rivolto con­tro i poveri, resi cate­go­ria, desti­tuiti di uma­nità, pos­si­bili da sfrut­tare e da annien­tare. Torna attuale il pro­blema della schia­vitù, che siamo abi­tuati a col­lo­care nel mondo antico e negli Stati sudi­sti del cotone, men­tre, nella nostra sto­ria recente, un paese colto e tec­no­lo­gi­ca­mente avan­zato ha pro­get­tato la sot­to­mis­sione di tutti gli altri popoli euro­pei: una parte di essi sarebbe stata sop­pressa, gli altri sareb­bero stati fatti schiavi, così da garan­tire la supre­ma­zia e lo «spa­zio vitale» del popolo germanico.
La Lista L’Altra Europa con Tsi­pras ha posto come punto qua­li­fi­cante del suo pro­gramma la lotta alla xeno­fo­bia e al raz­zi­smo, e la ricerca di poli­ti­che fon­date sui prin­cipi di giu­sti­zia, acco­glienza, soli­da­rietà e inclu­sione sociale. Per­ché, come ripe­tono le Madri di Plaza de Mayo, «non si vince alla lot­te­ria, d’essere poveri». Si tratta di poli­ti­che decise dagli uomini, e il solo modo che abbiamo per cam­biarle è abbrac­ciare l’orizzonte con­ti­nen­tale, costruendo un’Europa che non sia una giu­sti­fi­ca­zione meta­fi­sica della sot­to­mis­sione, un moloch che richiede il sacri­fi­cio dei deboli, ma una garan­zia di demo­cra­zia e di inclu­sione. È neces­sa­rio tor­nare alle ori­gini del pro­getto euro­peo, alle moti­va­zioni pro­fonde della sua costi­tu­zione, prima di essere som­mersi da un nuovo fascismo.
La sola comu­nità pos­si­bile, scri­veva Geor­ges Bataille, è quella di coloro che non hanno comu­nità, ed è a loro (a noi) che dob­biamo ten­tare con tutte le nostre forze di dare rappresentanza.
il Manifesto – 26 marzo 2014
PUBBLICATO DA VENTO LARGO A 10:09
daniela padoan
È una scrittrice e saggista italiana, figlia di Gianni Padoan.I suoi principali argomenti di ricerca, indagati tramite libri, documentari e interviste, sono la testimonianza della Shoah e la resistenza femminile ai regimi, dall’Argentina al Rwanda

Nel 2003 ha pubblicato per Bompiani il libro Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, incentrato sulla testimonianza di Goti Bauer, Liliana Segre e Giuliana Tedeschi, tra le maggiori testimoni italiane della Shoah.

Nel 2004 ha pubblicato, sempre per Bompiani, Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo, un racconto a più voci fatto dalle fondatrici della storica associazione che, alla ricerca dei figli desaparecidos, affrontarono una tra le più feroci dittature del Novecento. Il libro ha vinto il Premio Martoglio per il giornalismo 2005[1] e il Premio Nonino 2006.[2]

Sugli stessi argomenti, ha realizzato il documentario La Shoah delle donne, in onda per Rai3 nel Giorno della memoria 2007 (Doc3-Documentario d’autore), e il documentario Dalle leggi razziali alla Shoah, in onda nel 2008 per La Grande Storia di Rai3.

Sulle madri dei desaparecidos ha realizzato, nel 2002, La piazza delle Madri dal fazzoletto bianco, video-intervista a Hebe de Bonafini, presidente delle Madres di Plaza de Mayo, per la regia di Dario Barezzi, e nel 2006 ha girato, in Argentina, Le Madri di Plaza de Mayo, in onda per Rai3, sempre nell’ambito della rassegna Doc3-Documentario d’autore.

Nel 2006, per Rai News 24, ha realizzato il reportage Via Lecco, 9, incentrato sulla vicenda di un gruppo di rifugiati politici del Corno d’Africa.

Nell’ambito della critica letteraria e cinematografica ha pubblicato Ermanno Olmi. Il sentimento della realtà, un libro-intervista al grande maestro del cinema (Editrice San Raffaele 2008) e il volume Tra scrittura e libertà. I discorsi dei Nobel per la letteratura (Editrice San Raffaele 2010), una raccolta dei discorsi più politici e testimoniali degli scrittori insigniti del Nobel, da Imre KertészJosif Brodskij, da Gao XingjianWole Soyinka, in un affresco che mette a fuoco quello che da molti è stato chiamato il “secolo dei campi”, dai lager aigulag, dai campi di rieducazione cinesi alle galere dell’apartheid.

Sull’argomento della testimonianza, Padoan è tornata con il saggio La costruzione della testimonianza tra storia e letteratura, raccolto nel volume Essere donne nei lager (a cura di A. Chiappano, Giuntina 2009) e con Il paradosso del testimone, un numero della “Rivista di estetica” (n. 45, 3/2010 anno L, Rosenberg & Sellier) dedicato alla difficile posizione del testimone della Shoah.

Ha scritto numerose recensioni di libri, articoli e interviste per il quotidiano “il manifesto” e per la rivista femminista “Via Dogana”, e ha collaborato a Radio1 Rai conducendo trasmissioni in diretta con ospiti in studio e scrivendo testi di varietà e radiodrammi. Per la televisione, ha partecipato alla realizzazione di trasmissioni di Rai Educational, tra cui La scuola in diretta. Ha pubblicato anche diversi libri per ragazzi, tra cui Miti e leggende del mondo antico (Sansoni 1996), Miti e leggende dei popoli del mondo (Sansoni 1998), e Tottoi e i delfini, con il padre Gianni Padoan (Giunti 1996).

Ha collaborato a “Saturno”, l’inserto culturale del “Fatto Quotidiano“, e attualmente ha un blog sul “Fatto Quotidiano on line”.

Il suo ultimo libro, scritto a due voci con Luigi Luca Cavalli-Sforza – tra gli studiosi più autorevoli nel campo della genetica delle popolazioni e delle migrazioni umane – è Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro, Einaudi 2013.

Il 4 marzo 2014 viene candidata alle elezioni europee nella lista L’Altra Europa con Tsipras, coalizione di partiti e associazioni che sostengono la candidatura del leader di SYRIZA Alexis Tsipras alla presidenza della Commissione Europea.

Note

  1. ^ Premio Martoglio 2005 a Raffaele Nigro, Alberto Asor Rosa, Daniela Padoan [http://www.provincia.ct-egov.it/informazioni/comunicati_stampa/default.aspx?cs=18208
  2. ^ “Corriere della Sera”, recensione di Claudio Magris [1]

Bibliografia

Collegamenti esterni

  • Dalle leggi razziali alla Shoah, documentario di Rai3 [2]
  • Le madri di Plaza de Mayo, documentario di Rai3 [3]
  • Libreria delle donne di Bologna su Daniela Padoan e le Madres di Plaza de Mayo [4]

 

 

 

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  1. Donatella D'Imporzano scrive:

    Quelle di Daniela Padoan mi sembrano parole che cercano di rimettere in piedi la realtà. Viviamo sempre di più in un mondo fatto soprattutto di parole e di immagini; la ragionevolezza, la conoscenza della realtà sembrano quasi un ornamento inutile e pesante. Si viene governati a colpi di decreti legge, ci viene detto che sì, si può pure dissentire, ma tanto le decisioni sono state già prese e non verranno certo cambiate per delle critiche che fanno solo perdere tempo. Si parla di riforme urgentissime, ma non si dice il contenuto delle riforme. ( si può anche riformare in peggio).Ci vuole cambiamento, ma non si dice verso quale direzione ( si può cambiare in peggio). Contro l’esperienza, si vuole insistere a curare la crisi con le medicine sbagliate: precarietà con l’ennesimo contratto a tempo determinato senza neppure la motivazione di una tale scelta; apprendistato senza apprendimento; legge elettorale che è una copia della precedente, con candidati scelti dalle segreterie dei partiti come prima, solo che ne sceglieranno di meno, così faranno meno fatica. All’opinione pubblica si dà in pasto la vendita di alcune auto blu ( probabilmente vorranno comprarsene delle nuove), l’abbassamento delle bollette della luce e del gas ( da quando pago le bollette non ne ho mai visto una diminuzione); la visita di Obama viene sbandierata come un fatto eccezionale e ci costa l’acquisto in toto degli F35, perché dicono che sono indispensabili ( sicuramente a chi li vende e a chi si prenderà qualche mazzetta milionaria).Pensano che tutti credano a queste panzane, ma io ritengo che avranno un brutto risveglio, e purtroppo anche noi, alla verifica delle prossime elezioni.

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