ore 10:18 REP. DI MARTEDI 29 APRILE, FONDO DI MASSIMO GIANNINI: SE QUESTO E’ UNO STATISTA—

RAGAZZI, ATTACCHIAMOCI ALLA MUSICA E ALLA BELLEZZA CHE E’ L’UNICA CHE CI SALVERA’ DA QUESTA” FOSSA”, COME DICONO I BRASILIANI DI UNO COSI’ GIU’ CHE PIU’ IN BASSO NON PUO’ CADERE! MA NOI SIAMO IL RIFLESSO DI UN INTERO MONDO IN “FOSSA”, COME SEMPRE NEI PERIODI DI VIOLENTE-VIOLENTISSIME-CRUENTI PERIODI DI PASSAGGIO O “INTERESSANTI”, COME VI RACCONTERA’ DONATELLA DEI CINESI—
lA DOMANDA PERO’ E’ SEMPRE LA STESSA: LA MUSICA E LA BELLEZZA MI DARANNO DA MANGIARE PIU’ O MENO COME ERO ABITUATO DA ANNI? E LA RISPOSTA LA SAPETE PURTROPPO–
ADESSO CHIARA VI LASCIA “CON RANCOR” /  “SENZA RANCOR” E VA AD ATTACCARSI AL TRAM DELLA SUA SCHIENA…MA CON DIDI’, IL CAGNETTO SE RICORDATE, CHE SI ERA ROTTO IL FEMORE CADENDO DALLA BORSA: EBBENE VI DO UNA GRANDE NOTIZIA: ATTRAVERSO GLI ESERCIZI FATTI DA LUI O ACCOMPAGNANDO DOCILMENTE QUELLI CHE GLI FA FARE CHIARA (FA, MA SOLO CON MILLE BACINI) E ACCETTANDO CON SFIDE VARIE DI CORRERE CORRERE PER RIFARE LA MUSCOLATURA, INSOMMA: LO DIREI GUARITO ANCHE SE OGNI TANTO BISOGNA RICORDARGLI DI TENERE GIU’ LA ZAMPINA, UN ABITUDINE PRESA, E NON CI CREDERETE (MA NON IMPORTA), SE GLIELO DITE, LUI LO FA—

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Prima
SE QUESTO È UNO STATISTA
MASSIMO GIANNINI
massimo giannini (1962) -ho visto adesso- che è chiamato “il piu’ bel giornalista d’Italia”, bello è bello ma alla tv mi pare un po’ tipo bassotto (mah!)—e’ vice di repubblica–secondo chiara – l’abilissima direzione manageriale di ezio mauro ha diviso i compiti: il direttore fa la parte piu’ difficile che è -attraverso le critiche fornire un appoggio a Renzi e a tutto il blocco sociale che ha dietro, come ben chiaro e’ stato espresso dal patron del gruppo “espresso”-mentre ha lasciato – e giustamente se no molti lettori diserterebbero …anche le entrate!—a Giannini e al suo viso d’angelo la parte piu’ critica-di-attacco–Del resto, Giannini, a cui va tutta la mia lode, è l’unico, o tra i pochissimi,sopportabili, ai talk-show—anche umanamente. Non sono cinica, difendo la liberta’ di stampa anche personalmente (eravamo tutti alla manifestazione di roma di qualche anno fa), ma gli affari sono affari.”money money”, dice la canzone:  mio nonno pepìn, falegname bravissimo, socialista di famiglia socialista, e nato nell’ottocento, mi diceva quando ero bambina: ” I giornali sono come gli asini: li carichi e vanno”—
Felice di ricevere una vostra opinione contro—-qui, ragazzi, si discute poco–Se è colpa mia ditelo anche con segnali di fumo e tutto cambierà!

se questo è uno statista di massimo giannini

L’ACCUSA ai tedeschi, secondo i quali «i lager non sono mai esistiti», è un insulto alla Storia, prima ancora che alla Germania. La frase, falsa e sconclusionata, è molto più che l’ennesimo «infortunio» di un gaffeur planetario. È invece uno scandalo diplomatico, che fa un danno enorme all’immagine dell’Italia, e non solo al capo di Forza Italia. Le reazioni indignate, che uniscono la Merkel e i rappresentanti di Ppe e Pse, confermano la gravità dell’incidente. E solo la malafede manipolatoria può spingere Berlusconi a replicare che si tratta dell’ennesima «trappola» ordita delle sinistre, e a ribadire la sua «profonda amicizia con il popolo ebraico». Qui in gioco non c’è un presunto «antisemitismo » berlusconiano, che nessuno ha denunciato. C’è invece l’assoluto cinismo del leader di una destra irrecuperabile, che per lucrare una miserabile rendita elettorale in vista del voto del 25 maggio non esita a inventare il solito «nemico esterno», cioè la Germania. A evocare il «non evocabile », cioè i lager. Ad accostare l’inaccostabile, cioè il Fiscal Compact con la Shoah. C’è dunque lo stesso nichilismo morale dell’ex premier di un governo impresentabile, che per difendersi dalle critiche dei socialisti europei dà del «kapò» a Martin Schultz.
L’accusa al presidente della Repubblica e ai magistrati, colpevole il primo di avergli negato la grazia e i secondi di averlo infangato con una «sentenza mostruosa», è un’offesa alla legalità, prima ancora che alla verità. Sono tristemente note, le spallate continue che lo «statista» di Arcore ha tentato di assestare al sistema dal 1994 ad oggi, tra leggi ad personam e intimidazioni ai pm, alla Consulta, al Quirinale. Ma non erano altrettanto note le rivelazioni fatte dallo stesso ex Cavaliere, che a «Piazza pulita» afferma impunemente di aver detto al Capo dello Stato «tu hai il dovere morale di darmi la grazia motu proprio». In questo «atto sedizioso» si racchiude, tutto intero, il berlusconismo. L’idea malsana che l’unzione popolare purifica da tutti i reati e da tutti i peccati. Che le istituzioni ne debbano solo prendere atto, compiendo di propria iniziativa il passo che il pregiudicato non vuole richiedere, perché questo equivarrebbe a riconoscere la sua responsabilità penale. Che la Costituzione, formale e materiale, si debba snaturare per questo, introiettando l’anomalia cesarista di un cittadino che si pretende diverso da tutti gli altri, dentro e fuori dalle aule di giustizia, e che pertanto va considerato «legibus solutus» per il passato, il presente e il futuro. Se la rivelazione berlusconiana è vera (e non c’è ragione di credere che non lo sia) bisogna ringraziare una volta di più Giorgio Napolitano, per non aver ceduto di un millimetro e non essersi prestato a questo scempio etico, giuridico e politico.
Quanto alla «sentenza mostruosa», in un Paese che perde troppo facilmente la memoria non finiremo mai di ricordare che la condanna dell’ex Cavaliere nasce dalla gravità del reato commesso, accertato senza alcun ragionevole dubbio nei tre gradi di giudizio: una frode fiscale da 7 milioni di euro, parte di una provvista in nero da 370 milioni di dollari con i quali il condannato pagava mazzette a magistrati, funzionari pubblici e parlamentari. Cosa ci sia di «mostruoso», nell’espiare un delitto così grave assistendo gli anziani per un pomeriggio a settimana, lo vede chiunque. Berlusconi è l’opposto che un «perseguitato». Pur essendo riconosciuto come «persona ancora socialmente pericolosa», ha beneficiato di uno «statuto speciale» che non limita la sua «agibilità politica» né preclude la sua campagna elettorale (cominciata infatti proprio con le armi distruttive dell’anti- europeismo e dell’anti-Stato).
Resta da chiedersi perché Berlusconi continui imperterrito a sparare sul Colle e sulle toghe, dal momento che la Sorveglianza gli ha concesso i servizi sociali purché si attenga alle «regole della civile convivenza, del decoro e del rispetto delle istituzioni » ed eviti le frasi «offensive» e di «spregio nei confronti dell’ordine giudiziario». La risposta può essere una sola: l’ex Cavaliere provoca, e forse spera che la magistratura sia costretta suo malgrado a dovergli revocare l’affidamento alla Sacra Famiglia, e a disporre gli arresti domiciliarsi. Sarebbe il famoso «finale da Caimano». Il pretesto definitivo per lanciarsi da «martire della libertà» nel fuoco della battaglia elettorale. La scelta estrema per cercare di risalire l’abisso dei consensi in fuga, per sottrarsi all’»abbraccio mortale» con Renzi e per recuperare posizioni su Grillo che il 26 maggio rischia di diventare almeno il più grande partito italiano dopo il Pd, pronto per l’eventuale ballottaggio previsto dall’Italicum. È questo, dunque, il grumo di rabbia sociale e politica con il quale il governo e il Pd renziano devono fare i conti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Un gioco al massacro tra il populismo berlusconiano e il populismo grillino. Il terreno peggiore, per costruire e tenere in piedi il cantiere delle riforme. m. giannini@ repubblica. it
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SE QUESTO è un uomo di Stato. Ad ascoltare i deliri con i quali Silvio Berlusconi ha aperto la sua campagna elettorale, non si può trarre una conclusione diversa. Nessuno si faceva troppe illusioni: un Ventennio di autocrazia populista e di macelleria costituzionale parla per lui. Ma dopo l’assegnazione ai servizi sociali per la condanna al processo Mediaset ci si aspettava almeno una modica quantità di autocontrollo. Non un «ravvedimento », troppo generosamente auspicato dal tribunale di sorveglianza nelle motivazioni con le quali l’ex Cavaliere è stato «affidato» all’Istituto di Cesano Boscone. Ma almeno un po’ di misura, nell’apprezzare l’insostenibile leggerezza della pena finale (7 giorni di «assistenza» spalmati sui prossimi 11 mesi), rispetto alla comprensibile pesantezza della pena iniziale (4 anni di carcere). Invece no. Il senso dello Stato, il rispetto delle istituzioni, il principio di legalità: nulla di tutto questo appartiene alla cultura politica di Berlusconi.
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