ore 19:36 Ho racimolato, con fatica sublunare, questa importante intervista a Jean Paul Sartre in relazione ai movimenti del 68/introvabile nella sua integrità. Noi dei Quaranta l’abbiamo letta con molta soddisfazione, allora. ADESSO SEMBRA UNA COSA DI CUI NON SAREI IN GRADO DI SPIEGARNE IL SIGNIFICATO AD UN GIOVANE.

 

“L’Espresso” dell’ 11 febbraio 1973 (n. 6) apparve una intervista di Pierre Bérrichou, fatta a Jean-Paul Sartre. ma online è stato introvabile.

 

 

Un brevissimo comizio di Sartre  (scritte in italiano) sulla nuova funzione dell’intellettuale così come ne parla nell’intervista.

 

https://www.youtube.com/watch?v=msilT4awJnI

 

 

 

DA QUESTO SPLENDIDO SITO…, HO RASSEMBLATO COME HO POTUTO QUESTA IM PORTANTE INTERVISTA A SARTRE dI PIERRE BERRICHOU

http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/Sartre_Intellettuale.php

 

 

Pierrre Bérrichou  a Sartre:

“E cominciata agli inizi degli anni sessanta nelle università americane; verso il 1965 è passata in Germania; poi ha colpito la Francia; infine, la contestazione giovanile è diventata un fenomeno internazionale. Si può dire che, dopo il maggio 1968, nulla è più stato come prima.
“Questo enorme sommovimento non ha risparmiato neppure lei. Anzi lei stesso ne è stato scosso al punto da rivedere gran parte delle sue posizioni politiche, letterarie, filosofiche.

In che modo lei, Sartre, è cambiato?”.

“Nel maggio 1968 – risponde Sartre a Pierre Bérrichou – non capii nulla”.

Dice: “Non sapevo in quale misura le modifiche in corso stessero modificando anche me”

 

Sempre alludendo alle modifiche in corso, Sartre dice: “Mi interessavo, sapevo che stava succedendo qualcosa di importante, che anch’io, in certo modo, ero chiamato in causa dai giovani senza che neppure lo sapessero, e addirittura senza che essi pensassero esplicitamente a me”.

“Pensavo che si trattasse di un atteggiamento critico contro gli anziani”. “Ma che cosa? Non avrei potuto dirlo. Così non capii nulla del maggio 1968”.

“Cominciai a capire a poco a poco, verso il 1969, che quel che si criticava in tutti noi, in me e negli altri, era fondamentalmente l’intellettuale classico, figura che avendo a disposizione un certo potere  se n’è servito per acquistare cognizioni che ha trasformato ingiustamente in potere.” (Criticavano) “Tutti coloro che credono di lavorare per il bene universale in nome della cultura universale” “Un medico studia una malattia per l’umanità intera e nello stesso tempo sa che la sua cultura gli è stata data da una classe particolare – la borghesia – e che, in un modo o nell’altro, tutto quel che potrà fare per il bene universale verrà dissipato, deviato, frenato dal debito che egli ha contratto nei confronti della borghesia.” “Perciò – quel medico – non è più quello che avrebbe dovuto essere, un “tecnico della conoscenza pratica”, come l’ho definito, ma un uomo diviso tra la teorica universalità del suo operare e i freni particolaristici che ha dentro di sé.” “Soffre di questo ; di lui si può dire che ha una coscienza infelice: è ad un tempo universale nella sua conoscenza (ed è già parecchio) e particolare quanto ai fini della sua conoscenza. Questa contraddizione nella sua natura lo conduce ad una visione della società diversa da quella che gli si sarebbe voluta dare”. “L’intellettuale classico e borghese  diventa uno che parla nei comizi ed è applaudito, che scrive libri, che lotta per il bene universale conservando nello stesso tempo la sua posizione privilegiata: insomma è “l’intellettuale”” “Sì (ero per l’impegno) e allora non me ne rendevo conto.”  “Non solo la funzione dell’intellettuale è completamente diversa dalla loro (allude ai giovani), la stessa natura dell’intellettuale è messa in causa, perché in essa qualcosa non funziona”. “La coscienza infelice, appunto: l’intellettuale non deve più aggrapparsi ad essa come se fosse un privilegio. Deve invece liberarsene”. “Per far questo ci sono due modi: tapparsi gli occhi e andare politicamente a destra, cioè verso gente che ci fa sentire splendidamente unici, oppure andare verso le masse, mescolarsi con esse e quindi chiedere le stesse cose che chiedono. In questo caso l’intellettuale non è più uno che detta programmi, che decide, che definisce necessità e desideri. Lo fanno le masse e una volta che esse hanno deciso, l’intellettuale cercherà di esprimere quelle decisioni in una lingua che, naturalmente, sarà spesso la lingua delle masse stesse, appena appena riscritta in bella copia”.

 

“Ma allora l’intellettuale sarà un mediatore?”.

 

“Per il momento, il ruolo dell’intellettuale non è che questo. Quale sarà domani, non posso dirlo, ma oggi il nostro posto è unicamente quello di mediatori. Mi riferisco soltanto all’impegno politico” “Vedremo poi se questo concetto incontra difficoltà o se può andare bene, nella realtà”.

“Non dimentichi che ho sessantasette anni e che, dunque, rappresento il classico intellettuale invecchiato nella routine. La mia coscienza infelice ha avuto tutto il tempo di svilupparsi e di ingrassare!” “Perciò ovviamente, non posso cambiare con la stessa naturalezza con cui cambia chi ha vent’anni. Ma nell’istante in cui ho sentito che l’impegno non bastava più, ho cambiato comportamento. Oggi sono molto più vicino alle masse, spesso addirittura “con” le masse: voglio dire fisicamente insieme con loro. E lì che bisogna essere.”
“Per far cosa?”


“Semplicissimamente, non faccio più le stesse cose di prima. Mi occupo adesso continuamente di trovare un tetto a inquilini arbitrariamente sfrattati, o semplicemente alloggiati in catapecchie.” “Devo andare a manifestazioni su questi temi e ci vado. Di solito mi chiedono di fare una dichiarazione, e io la faccio.”

 

“Succede una cosa piuttosto strana: tutti coloro con cui lavoro hanno come me orrore del divismo, ma da un certo punto di vista mi sfruttano come un divo e io cinicamente acconsento.” “Non vado alle manifestazioni semplicemente per aiutare i senzatetto a trovarsi una casa” “Metto a frutto la mia notorietà. In questo momento al governo non fa comodo arrestarmi, e io ne approfitto per proteggere le dimostrazioni.” “L’altro giorno alla Goutte d’or ho parlato a operai immigrati. C’erano duecento poliziotti, con le camionette pronte dietro l’angolo, ma non hanno fatto neanche una mossa: “C’è Sartre, giù le mani!”  E naturalmente nessuno mi ha messo le mani addosso. Ho avuto la possibilità di parlare, l’hanno avuta anche altri, ma a un certo punto abbiamo sentito dire da uno dei poliziotti: “Aspettiamo se ne vada lui, e poi piomberemo sugli altri””.”Risultato: sono stato l’ultimo ad andarmene.”

 

“Comunque – aggiunge Sartre quasi per darsi coraggio – ci sono sette processi in corso contro di me come direttore di La cause du peuple, ma per ora sembra che non ne vogliano far di nulla.”   “L’istruttoria è chiusa, ormai, potrei essere processato domani, ma evidentemente non è un argomento all’ordine del giorno.”

 

Domanda: “Lei ha cambiato anche modo di vestire. Gente che ride a vederla in giro, alla sua età, vestito come quelli di sinistra..”.

 

R.  “Lo so. L’immagine dell’intellettuale classico con colletto, giacca e cravatta, non mi è mai piaciuta. Mi ci sono trovato a mio agio soltanto di estate quando potevo togliermi la giacca e mettermi in maniche corte”. “Ora che ho abbandonato i più profondi principi di quella mia coscienza infelice, ho cambiato anche modo di vestire.” “A Venezia nell’estate del ’68 comprai il giubbotto che porto oggi. Adesso è un po’ rovinato, ma allora aveva un bell’aspetto.  E quando lo comprai mi dissi: d’ora in poi porterò soltanto roba come questa. Era subito dopo le dimostrazioni di maggio, e pensai: “finalmente, alla mia età, ho acquistato la libertà di vestirmi”” “Per anni avevo pensato che l’abito borghese, giacca e pantaloni in accordo, camicia bianca, cravatta, fosse orribile, ma allora avrei detto soltanto: è orribile, ma bisogna che lo porti, altrimenti mi prendono per un matto! Insomma mi ero rassegnato. Adesso non mi rassegno più”.

D. “Rifiutare di vestire l’uniforme della borghesia, certo… Ma basta secondo lei a causare davvero preoccupazioni tra le file della borghesia?”.

R.  “No certo. Ma la borghesia ha molti altri motivi di preoccupazione. Si sente e si vede ogni giorno. Non ha più ideologia”.”L’ideologia borghese risale all’Ottocento.”  “Oggi tutto quello che la borghesia può fare è inventare leggi: è il suo modo di combattere”.

“Che pensa – dice l’intervistante – di questa definitiva frattura tra le forze rivoluzionarie e l’Unione Sovietica? Dopo tutto lei è stato per trent’anni compagno di strada dei comunisti…”

“Trent’anni. Mi pare un po’ troppo”.

“Non mi rappacificai con loro (allude ai comunisti francesi) fin verso il 1951-52, ma questa pace finì nel momento in cui i carri armati russi entrarono a Budapest… l’intervento sovietico mi riuscì intollerabile perché si esercitava ai danni di un paese libero ed alleato. Per questo ruppi con i comunisti”.”Nel corso di parecchi viaggi in Russia, il mio disappunto crebbe e si approfondì”.

“Così, anche prima della invasione della Cecoslovacchia, l’U.R.S.S. per me era finita. Sperai naturalmente che non sarebbe entrata a Praga, ma sperare non significa nulla: c’erano almeno due o tre possibilità che l’avrebbero fatto. Dopo ho cessato ogni comunicazione con loro, non c’era proprio più nessun motivo”

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2 Responses to ore 19:36 Ho racimolato, con fatica sublunare, questa importante intervista a Jean Paul Sartre in relazione ai movimenti del 68/introvabile nella sua integrità. Noi dei Quaranta l’abbiamo letta con molta soddisfazione, allora. ADESSO SEMBRA UNA COSA DI CUI NON SAREI IN GRADO DI SPIEGARNE IL SIGNIFICATO AD UN GIOVANE.

  1. Donatella D'Imporzano scrive:

    Mi pare che una delle frasi più belle sia : ” Adesso non mi rassegno più”. Bisognerebbe ricordarsela in ogni momento, soprattutto quando la corrente è contraria. Dell’intervista mi piace il tono un po’ autoironico che usa Sartre, tutte le sue contraddizioni, l’essere stato ” conformista ” nel modo di vestire, non avere capito niente, al momento, del maggio francese ed essersi comunque schierato, l’usare la sua presenza per non fare intervenire la polizia, volere vedere da vicino e difendere le condizioni degli ultimi, l’avere rifiutato gli interventi armati dell’URSS mentre i partiti comunisti si spaccavano su questi argomenti, nel migliore dei casi. Insomma, secondo me ne esce un personaggio per niente antipatico, che va alla ricerca della verità confrontandosi con il reale.

    • Chiara Salvini scrive:

      Per quanto sia certa che tu non abbia tempo (né voglia?) di leggere le mie “repliche” (così le chiama il blog per chi risponde), più che altro perché “le sai già” (siamo in colloquio più o meno pacato dai 14 anni), ti scrivo che hai delineato molto attentamente questo personaggio a partire da questa intervista: io posso dire di non conoscerlo se non per…non so neanch’io cosa dire, insomma “non lo conosco affatto, ma vorrei conoscerlo. Perché in questo momento di “innovazione” o comunque di prevalenza dei giovani (“è una ruota, diceva mia madre: il nostro momento noi l’abbiamo avuto…), sento un’estrema necessità di mettermi in contatto (oltre che con te, che sei una bassetta come me!) con “persone grandi”, penso a dei “grandi” così come risulta “grande” Sartre in questa intervista, specie nel ritratto che hai “raccolto tu” da elementi reali. Mi accorgo di essere “denutrita”. Ma mi servono persone che- forse alla mia maniera- chiamo “semplici”. / Semplici, per me, non è il contrario di “complesso”, anzi! Semplice è la poesia, non tutta, semplice è Morandi, tutto! ciao, mio bel (e grandissimo) bimbìn, anche se non mi leggi la mia buona notte ti arriverà…vedrai domani domani mattina: “ti sveglierai cantando – aprite le finestre al primo sole–e Franco ti dirà: “ma finiscila, sta piovendo!” chiara

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