ORE 22:32 IMPO E ULTIMO: Ecco, il documento del Sisde datato 20 luglio 1993, rimasto in un archivio per 20 anni, che Repubblica ha potuto leggere.

Trattativa, le carte segrete dei pm al Colle
Ecco la nota dei Servizi, datata 20 agosto ’93, che lega le minacce a Napolitano al tentativo dei boss di piegare le istituzioni È il primo documento in cui si rivela il piano di Cosa nostra. E che martedì sarà al centro dell’audizione del presidente
SALVO PALAZZOLO
PALERMO .

Eccolo, il documento del servizio segreto civile rimasto per vent’anni in un archivio, che ha già cambiato lo scenario dell’audizione del presidente della Repubblica al processo Stato-mafia. Martedì, al testimone Giorgio Napolitano non verrà chiesto soltanto della lettera inviatagli dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio nel 2012: verranno rivolte domande anche sugli anni della trattativa, 1993-1994, così ha autorizzato la corte di Palermo su richiesta della procura. E la ragione di questo ampliamento dell’audizione è proprio nel documento del Sisde datato 20 luglio 1993, che Repubblica ha potuto leggere. Il passaggio clou è a pagina 5, nel paragrafo in cui i servizi mettono in relazione il progetto di attentato nei confronti dell’allora presidente della Camera Napolitano alla trattativa tra i vertici di Cosa nostra e pezzi dello Stato.
Proprio in quel documento, appena depositato al processo di Palermo, viene utilizzata per la prima volta la parola «trattativa» fra le righe di un atto ufficiale dello Stato.
È il vero colpo di scena di questi giorni, attorno a cui ruoteranno le domande dei pm al presidente. Prima, parlerà il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, poi toccherà al sostituto Nino Di Matteo chiedere al testimone Napolitano cosa sappia della travagliata estate del 1993, la stagione delle bombe di Roma, Milano e Firenze. È anche l’estate in cui il Sismi, il servizio segreto militare, lancia l’allarme per un possibile attentato della mafia nei confronti dei presidenti di Camera e Senato, Napolitano e Spadolini.
Ventuno giorni dopo, il Sisde approfondisce. Il direttore del Servizio, il prefetto Domenico Salazar, scrive otto pagine dense di informazioni per spiegare che l’organizzazione mafiosa è alla vigilia di una nuova guerra intestina a Palermo, perché divisa tra falchi e colombe. Fra chi vuole proseguire la stagione delle bombe e chi cerca altre strade.
L’ANALISI DEGLI 007
«In questo ambito – spiega Salazar – potrebbe essere inquadrata la notizia fornita dal Sismi su possibili attentati agli onorevoli Spadolini e Napolitano». E aggiunge: «I mafiosi, ormai certi di dover trascorrere il resto della loro vita scontando durissime pene, avrebbero raggiunto la convinzione che solo dal caos istituzionale sia possibile ricavare nuove forme di trattativa miranti ad ottenere forti sconti di pena nell’ambito di una più vasta e generale pacificazione sociale, necessaria all’instaurazione del nuovo ordine costituzionale».
Trattativa, dunque. Parola fino ad allora mai entrata negli atti dei magistrati, nelle dichiarazioni dei pentiti e nelle analisi delle forze di polizia. Il pentito Giovanni Brusca, allora attivissimo capomafia, ne parlerà solo nel 1996. Come faceva dunque il capo dei servizi segreti a ipotizzarne l’esistenza? Mistero. Di sicuro c’è che Salazar, morto quattro anni fa, era un uomo schivo, di poche parole e grande efficienza, era stato catapultato dalla prefettura di Catania a Roma da appena tre settimane, per ridare slancio al Sisde travolto dagli scandali.
Venti giorni dopo, due uomini simbolo dell’antimafia, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa (oggi capo della polizia), rilanciano l’allarme in una nota del Servizio centrale operativo: «Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione».
L’ALLARME IGNORATO
Dunque, in quei mesi del 1993, qualcuno ai vertici delle istituzioni ha scoperto una «trattativa» dai contorni poco chiari. E ha sollevato il caso. Salazar scrive al ministero dell’Interno e ai vertici delle forze dell’ordine. Lo Sco gira la sua nota a diverse procure. Ma nessuno raccoglie l’allarme. Piuttosto, secondo la ricostruzione dei pm, lo Stato cede al ricatto: al ministro della Giustizia Giovanni Conso viene contestato di non aver prorogato 300 decreti di carcere duro. Lui, però, nega di aver mai trattato con qualcuno. È finito indagato per false dichiarazioni.
Ora, i pm di Palermo si preparano a chiedere a Napolitano cosa sappia di quei giorni del 1993. Gli fu comunicato l’allarme che lo vedeva come obiettivo della mafia? Sapeva della nota dei Servizi su una possibile trattativa? Dal Colle traspare malumore per l’allargamento del tema dell’audizione. Si ventila che il presidente potrebbe anche non rispondere alle nuove domande. Nella lettera inviata mesi fa alla corte, diceva di non sapere nulla della trattativa.
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