ore 00:09 capitoletti I-II-III—chiara da “la depressione” / libro 2 vecchia stesura / mi sembrano leggeri e semplici // per ecc.o / eccesso di stanchezza, all’occhio operato, cerchero’ di vendervele come ninna-nanna… Mi sento la “vostra” chiara: non ditemelo, grazie!

 

 

 

 

vincent van gogh   —-1889—muore nel 90, suicidandosi con un colpo di pistola

 

 

 

I

 

 

 

 

 

Cara mc, “questa mattina il mio cuore si è svegliato in fiamme”… una canzone  del carnevale di Rio, e mi è venuto voglia di scriverti.

 

E’ strano questo mio desiderio perché ci parliamo al telefono varie volte al giorno.

Non ci rassegniamo alla lontananza.

 

E’ strano perché non ricordo di averti mai scritto.

 

Forse mi sbaglio perché siamo sorelle da più di cinquant’anni ed io sono stata sempre lontana dalla nostra città.

 

Non ti ho mai scritto perché ti vivo così occupata e così aliena a conversare su “cose che non contano”…

 

 

 

Ti voglio dire subito che una delle gioie più belle della mia vita è  che, in qualunque momento del giorno, posso alzare il telefono e sentire una voce, la tua, che mi dice sempre “ciao” con affetto, con simpatia…

 

Tu non leggi i fumetti, ma è come avere una coperta di Linus sempre tenera e a disposizione.

 

Una coperta di Linus è come un orsetto di pelouche per un bambino.

 

Standogli abbracciato si riconcilia con il mondo, sa che non gli è tutto così estraneo e opposto…

 

C’è qualcuno che non è lui, ma che gli somiglia quasi fosse lui, mentre gli dà qualcosa che lui da solo non sa darsi.

 

” Vita della mia vita, tu mi somigli

o pallidetta oliva o rosa scolorita…” ( Tasso)

 

Ed è a te che parlo, rosa colorita…

 

 

 

 

Per me, che a causa della mia malattia mi percepisco  come l’instabilità vivente, la costanza sta acquistando, negli ultimi anni, un valore addirittura sacro.

 

Per ora “ a me scialu “, come diceva la mamma in dialetto, me la godo, ammirandola negli altri, in te, in Mario, in Donatella, in Marina… ma, in verità, credo di aver imparato qualcosa anch’io, perché ormai vi prendo a modello.

 

Ho preso tanta gente a modello nella mia vita, ma mai qualcuno che sentissi come il mio opposto.

E da due anni faccio proprio questo.

 

In questi due anni di depressione.

 

 

 

Per farti capire il lavoro che sto facendo, ricorro ad un  esempio.

 

Da sempre ritengo che le difficoltà vadano affrontate subito, senza indugi : adesso prendo a modello persone che usano la fuga come difesa, o il lasciar lì, e aspettare che le cose  siano passate.

 

Sono arrivata a pensare che quella che si chiama” viltà” è un valore tanto quanto il coraggio.

 

Non penso al generale russo che ha sconfitto Napoleone ritirandosi, anche se per me sarebbe già un modello.

“Sottrarsi fino a che non hai le forze per vincere”, ma proprio a quelle che fuggono per paura, mollano tutto, e si salvano.

 

Persone che hanno la sopravvivenza come valore supremo.

E gli altri valori vengono dopo.

 

Per me è sempre stato impossibile capire questo.

 

Qualcosa che non so, me l’ha sempre nascosto.

Come se cumuli d’ovatta avessero sviato quest’istinto che è proprio degli esseri vivi.

 

Forse, io, viva non lo sono mai stata.

 

 

 

 

 

II

 

 

 

 

 

 

 

 

Il coraggio è una reazione alla paura, ma se invece ti permetti di sentire questa paura, di riconoscerla come tua, forse ha qualcosa da dirti, il corpo e le emozioni hanno una loro saggezza che andrebbe perlomeno ascoltata.

 

L’anno scorso, quando lavoravo per il Professore, il mio corpo e la mia mente mi hanno dato vari segnali per farmi capire che la situazione era per me insostenibile.

 

Tu non lo sai, ma sono anche diventata sonnambula.

Di notte mi alzavo e sbattevo la testa contro le librerie facendomi male.

 

Dovevo andare avanti in questa logica cieca che le cose si risolvono affrontandole.

 

Invece di chiedere una seduta, mi sono isolata e avvoltolata in me stessa, fingendo un benessere che non avevo.

 

Dovevo mostrarmi guarita: così ero stata presentata ai pazienti e alla supervisora.

 

Ma portavo avanti  un compito che, per me, era impossibile.

 

Anche perché non mi ero mai chiesta cosa volesse dire uno psicotico guarito.

Nella mia testa dovevo essere come chi era nato sano.

 

Avevo impresso in quest’esperienza la grande illusione di non essere mai stata malata.

 

 

 

 

 

 

Allora una grave depressione mi ha immobilizzato.

 

E’ stato come se il corpo e la mente mi dicessero:  “Non vuoi sentire? Allora ci penso io. Quello che tu non puoi dire, lo dico io, e arrivo subito al risultato”.

 

Ho dovuto così rinunciare al lavoro.

 

Entrare in depressione è stata l’unica saggezza che ho potuto attuare.

Una saggezza di fatto, diciamo così, e mio malgrado.

 

 

Il mio corpo e la mia mente si sono ammalati perché il mio io era troppo debole di fronte ad una coscienza morale ostinata e inumana.

 

Perché per troppo tempo sono stata sorda ai ripetuti segnali di angoscia che la mente mi mandava.

 

Allora sono stata obbligata a “ non andare avanti ” paralizzandomi del tutto.

 

Il mio corpo ha visto il baratro prima di me e mi ha bloccato.

E’ la prima volta che mi succede.

 

La terapia gli ha dato una voce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III

 

 

 

 

 

 

Parlavo della costanza.

 

Il mio è il vecchio tema del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.

 

Mi fisso ad esaminare la mia irrequietezza, la giro e rigiro da tutti i lati, ne conosco i segreti più nascosti, ma mi svio, così facendo, da un esame della mia capacità di costanza.

 

Mi sottraggo alla totalità, quando invece ho amicizie da più di quarant’anni anni, sono sposata da più di venti e ho da quattordici anni la stessa figlia…

 

 

Cara, al solito, sono incostante in relazione a te, che vivi da sempre su binari tracciati, tagli via tutte le strade che ti allontanano dal tuo cammino, quello previsto e programmato, mentre il perdermi in ogni possibile traversa è il mio svago quotidiano.

 

 

E’ un’ebbrezza cui non so rinunciare al punto che il disvio sembra quasi l’obiettivo, perché da sempre, la passione per il nuovo, insomma per quello che si chiama più astrattamente “lo sconosciuto”, è risultata forse l’unica costante in cui mi riconosco.

 

 

 

 

 

 

Quello che conta, così difficile da decifrare.

 

Forse il filo della costanza, che sto cercando di afferrare con mani incerte, ma sotterraneamente determinate, la costanza e la ripetitività, il consueto eletto a valore…

 

Se fossi in grado di riorganizzare la mia persona attorno a questo filo invisibile, un sottile filo di stabilità accettata e voluta, uscirei perlomeno dall’adolescenza alla tenera età di cinquantatre anni.

 

Se facessi questo, uscirei dalla malattia.

 

 

 

Mi sono illusa di poterlo fare.

Nel lavoro ero stata presentata agli altri pazienti come “guarita”.

Mi era stato dato un compito e, ad una fiducia accordatami, posso rispondere anche con la vita.

E’ stato così fin da piccola.

 

Ma guarire, nel senso che uno può guarire da una polmonite, non è possibile in una malattia mentale.

Ci si può solo adattare.

 

E non è così semplice.

 

 

 

 

 

Chi è malato di mente, col tempo, deve poter cogliere dei vantaggi nella sua situazione, deve trasformare un cattivo affare in un buon affare.

 

 

Forse è quello che sto facendo con questa lunga depressione: trovare un nuovo adattamento che mi permetta di vivere.

Devo utilizzarla in modo costruttivo, come una risorsa.

 

 

Non posso uscirne finché non ho trovato una risposta.

L’unica risposta che mi sembra possibile è essere capaci di vivere nonostante la malattia e a partire dalla malattia.

 

Ma devo scoprire come si fa.

 

 

La stabilità mi fa paura, la identifico con la morte e questo è romanticismo della peggior lega.

La stabilità mi fa sentire incastrata.

 

Eppure io sono un’innamorata della continuità.

 

 

Una volta il terapeuta mi ha domandato: “Quando ci sono motivi validi per rompere un rapporto?”

 

Non credo di aver risposto allora, troppo intenta com’ero a capire da dove venisse fuori questa sua domanda.

 

Ma la mia risposta è mai.

 

Niente che possa succedere tra due persone giustifica una rottura, perché tutto può essere compreso e perdonato.

 

C’è una bellissima poesia di Borges sul perdono: Caino e Abele si ritrovano dopo tanto tempo e uno non sa più chi è l’altro.

 

Immedesimarti nell’altro fino a capire le sue ragioni al punto che ti senti l’altro e non è più importante chi ha fatto il torto e chi l’ha ricevuto.

 

E’ un attimo, se no ti perdi, ma devi viverlo e, poi, tornare te stesso “vestito di nuovo”.

 

Perdonare significa “fare un dono per eccellenza”, il “per”, qui, è un accrescitivo, e quello che doni è te stesso, quel te stesso che si è ferito lo regali, lo lasci cadere, te ne spogli.

 

Tu mi capirai, tu e Antonio, tuo marito: il perdono è la legge quotidiana di un rapporto, è quello che fai quasi ad ogni istante, specialmente in quell’impossibile rapporto a due che si chiama matrimonio.

 

Hai una gomma sempre in mano per cancellare il momento passato.

 

Continuamente riparti da zero, continuamente ridai una fiducia intatta all’altro e a te stesso.

 

Il rapporto è proprio il sedimentarsi di questi doni reciproci.

 

Almeno fin dove è possibile, c’è sempre qualcuno cui è più facile perdonare ed è bene che lo continui a fare: chi ha più sale in zucca lo metta, diceva la mamma, non si può fare una contabilità.

 

L’importante è la continuità.

 

 

 

 

Perché?

 

E’ difficile dirlo, ma con gli anni, con tanti anni, impari a guardare l’altro con la stessa simpatia che potresti accordare a te stesso, anzi una simpatia più allegra perché l’altro è diverso.

 

Impari a godere dei suoi gesti, del suo modo di ridere, respiri la felicità di poter lasciare esistere un altro essere, un “estraneo”, che è un “vicino”, puoi alzare un braccio e toccarlo.

 

Mentre dici “tu”, sai che sei un “io”.

E, in molti momenti, sei un “noi”.

 

 

Non è solo questo.

 

Con gli anni, con tanti anni, se riesci davvero ad accogliere l’altro, a poco a poco la tua visione del mondo si amplia e si diversifica in modo straordinario.

 

E vivere, guardando questo mondo dilatato, diventa enormemente più divertente, perché il tuo respiro si allunga e l’aria diventa più leggera.

 

In questa apertura che ti è data, ti senti fluire mentre accogli un altro mondo possibile e, insieme, diventi più solido, anche se non so spiegarlo, come un albero centenario che dispieghi i suoi rami sempre più  verso il sole e il cielo.

 

Forse posso dirlo così: vivendo anche le vite di tanti altri, le tue radici si ampliano insieme al terreno su cui vivi e  contempli un orizzonte più grande.

 

 

 

Non c’è bisogno delle vite di tanti altri.

 

Se riesci a farlo con la vita di una persona sola, percorrendo tutti i viottoli ritorti dell’altro e di te stesso, dopo, puoi capire quasi chiunque.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

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