ORE 22:32 JOSEPH STIGLITZ –I RUGGENTI ANNI NOVANTA –EINAUDI 2004 —UNA SCHEDA che batte con quel nulla che ricordo del libro–Voglio mostrare che in questo racconto Stiglitz mostra se stesso emergere da un processo e illusioni condivise con Clinton e l’amministrazione democratica (come, del resto è naturale) // mostrandosi pertanto ben più autocritico verso se stesso che nel post sg che e’ di Stiglitz oltre “ventanni dopo” . E anche questo è naturale agli umani– CLINTON ci è simpatico e ci spiaceva vederlo …così in basso e da solo! E con la moglie trionfante!–

 

 

J. STIGLITZ

 

I RUGGENTI ANNI NOVANTA

 

Einaudi, Torino 2004

 

1.

Nel corso degli anni ’90, il trionfo del capitalismo liberista sul comunismo, la cui fine storica, avvenuta da poco, riverbera una luce negativa su tutti gli orientamenti socialisti e progressisiti che sostengono la necessità di una regolamentazione statale del mercato, sembra attestato, negli Stati Uniti da un boom economico senza precedenti. Sulla scia della ricetta liberista, posta in essere da Ronald Reagan, proseguita da Bush senior e vanamente e debolmente contrastata da Clinton, i cui margini di manovra urtano contro la maggioranza repubblicana al Congresso, gli Stati Uniti sembrano aver risolto il problema storico del capitalismo – l’alternarsi ciclico di fasi di crescita e di stagnazione. La crescita galoppante americana si associa infatti con una disoccupazione minima, e con una bassa inflazione. Il capitalismo statunitense insomma sembra avere imboccato, per effetto soprattutto della new economy, la via di una crescita illimitata, che fa pensare ad un arricchimento progressivo della società americana e di tutti i paesi che ne avessero seguito l’esempio.

Il boom statunitense negli anni ’90 abbaglia anche l’Europa. Esso dà vigore alle forze liberiste di centro-destra, che incrementano i loro attacchi allo Stato sociale, elemento discriminativo del modello europeo rispetto a quello americano. Anche alcuni partiti progressisti europei cedono al fascino del liberismo, giungendo a privilegiare l’efficienza del sistema economico rispetto all’equità sulla base del principio per cui, prima ancora di essere ridistribuita, la ricchezza va prodotta.

La crisi del liberismo “selvaggio” sopravviene nel primo semestre del 2001, allorché si avvia lo sgonfiamento della bolla speculativa borsistica. Essa rivela che l’80% del boom — la percentuale della ricchezza che va in fumo — rappresenta una colossale truffa a danno dei piccoli investitori. La ricchezza che va in fumo in realtà, almeno in una parte consistente, finisce nelle tasche di coloro che l’hanno organizzata: dirigenti d’azienda, consulenti contabili, analisti finanziari, banchieri, lobby politiche, ecc. Essa, a posteriori, consente di valutare anche i danni che il modello statunitense, proposto e imposto ai paesi in via di sviluppo come unica ricetta per decollare, ha prodotto in essi, determinando un antiamericanismo diffuso la cui punta dell’iceberg è il terrorismo islamico.

Di questa crisi, Stiglitz ricostruisce nei dettagli le cause, gli sviluppi e le conseguenze. Il libro è una denuncia obiettiva, documentata e impietosa delle potenzialità degenerative intrinseche al modello liberista, che vengono analizzate non in vitro, vale a dire su una base teorica, ma in vivo, facendo riferimento a quanto di fatto è accaduto negli Stati Uniti nel corso degli anni ’90.

C’è un paradosso alla base del saggio. Il decennio in questione coincide, per tre quarti, con l’era di Bill Clinton, di cui Stiglitz è stato uno stretto collaboratore, avendo ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio dei consulenti economici. L’atto di accusa contro il liberismo selvaggio deve, in conseguenza di questo, fare continuamente i conti con la responsabilità dei democratici al potere, i quali evidentemente non sono riusciti né a decifrare né a scongiurare la degenerazione del sistema. Stiglitz non ha alcuna remora nel riconoscere tale responsabilità, riconducendola in parte a modi di vedere diversi all’interno dell’amministrazione democratica e in parte al potere del partito repubblicano che, attraverso la maggioranza congressuale, ha impedito qualunque intervento sulla deregulation avviata da Reagan e da Bush senior. Il procedere del saggio sulla base di critiche, autocritiche, denunce delle contraddizioni dei democratici, stigmatizzazioni del potere delle lobby conservatrici, ecc. appesantisce non poco la stesura che, in alcuni momenti sembra quasi una resa dei conti dell’autore nei confronti di chi gli ha impedito di svolgere appieno la sua funzione. Ciononostante, il saggio ha un grande valore denunciando, per un verso, la natura ipocrita dei presupposti teorici e ideologici che sottendono il modello liberista, e, per un altro, a mio avviso, il carattere strutturale e non congiunturale della degenerazione del sistema capitalistico avvenuta nei ruggenti anni Novanta.

2.

Nella prefazione sono enunciati i due temi centrali del libro. Il primo concerne un conflitto tra due diversi modelli socioeconomici: “Abbiamo assistito ad una battaglia ideologica tra coloro che auspicano un ruolo minimalista dello Stato e chi invece ritiene che il governo debba svolgere un ruolo importante ma limitato non solo nella correzione dei guasti e dei limiti del mercato, ma anche teso al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale.” (p. XVII)

Il secondo definisce la causa che ha determinato il predominio del primo modello, quello liberista: “Ciò che è accaduto nei ruggenti anni Novanta è stato il sostanziale capovolgimento di tutta una serie di pesi e contrappesi esistenti tra Wall Street, Main Street (come in gergo viene chiamata l’economia reale) e il mondo del lavoro, tra la vecchia industria e la nuova tecnologia, tra Stato e mercato, dovuta alla nuova supremazia della finanza.” (p. XIX). Di fatto, “Gli anni Novanta sono stati il decennio in cui la finanza ha regnato suprema.” (p. XVII)

Il primato della finanza ha determinato dapprima un boom senza precedenti nella storia dell’economia mondiale, che è giunto ad illudere alcuni sulla fine della ciclicità intrinseca al modello capitalistico. Quel boom però si fondava non solo su di una crescita reale dell’economia, bensì, in gran parte, su una bolla speculativa, il cui scoppio, avvenuto nel primo semestre del 2001, ha avviato la prima recessione del terzo millennio, facendo affiorare una serie di scandali societari di enorme portata. Com’è stato possibile il passaggio “dal capitalismo americano trionfante in tutto il mondo al capitalismo assurto a simbolo di tutte le storture dell’economia di mercato?” (p. 7)

La prima risposta è di ordine economico. Il boom degli anni ’90 “era una classica bolla speculativa, in cui i prezzi delle attività non avevano nessuna relazione con il loro valore intrinseco, tipica del capitalismo in tutte le epoche.” (p. 9) La bolla si è originata sulla base di un’euforia irrazionale che ha indotto gli investitori a convogliare fiumi di miliardi di dollari in Borsa, nella certezza di ricavarne guadagni sempre maggiori. Questa certezza è stata alimentata dagli analisti finanziari e dalle Banche, che fornivano liquidità a chiunque la chiedesse, supportata dalla falsificazione dei bilanci societari, che conteggiavano utili futuri inverosimili e mascheravano i passivi, e convalidata dalle agenzie di controllo contabile, che approvavano quei bilanci pur consapevoli della loro falsità. Si è verificato, insomma, un gigantesco conflitto di interessi tale che “gli interessi particolare a breve termine hanno finito per prevalere su quelli generali di lungo periodo vanificando qualunque tentativo di migliorare le cose.” (p. 10) Il conflitto di interessi è poi precipitato in seguito ad un’aberrante legislazione fiscale: “Per dare il tocco finale furono tagliate le imposte sui redditi da capitale. Coloro che speculavano ottenendo profitti sul mercato azionario erano gli eroi del giorno e dovevano essere tassati meno di chi guadagnava da vivere con il sudore della fronte. Grazie a questa particolare benedizione dei giochi speculativi, il denaro che confluiva in borsa ha continuato ad aumentare, gonfiando ulteriormente la bolla.” (id)

L’aspetto strettamente economico, riconducibile ad uno scarto tra economia reale e economia finanziaria, è strettamente intrecciato a quello politico sia sul piano interno che internazionale.

Sul piano interno, l’amministrazione democratica non è riuscita a frenare in maniera consistente l’egemonia del modello liberista avviato da Reagan e portato avanti da Bush senior, ossessivamente incentrato sulla minimizzazione dei fallimenti del mercato e sulla drammatizzazione dei fallimenti dello Stato. Scrive Stiglitz: “I conservatori continuavano a premere per ridimensionare il ruolo dello Stato, ridurre le spese, diminuire il numero di dipendenti pubblici e allentare la regolamentazione. Il presupposto alla base di queste idee era che il governo fosse inevitabilmente inefficiente… La cosa migliore era lasciare che i mercati operassero in totale libertà.” (p. 17) Tranne che ripianare il disavanzo pubblico pesantissimo lasciato in eredità dal reaganismo, l’amministrazione democratica è risultata impotente nel contrastare il verbo della deregulation, la cui conseguenza è che l’America ha preteso di fare pagare al resto del mondo i suoi debiti (e un tenore di vita superiore a ciò che essa produce).

Sul piano internazionale, le conseguenze sono state ancora più serie. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono assunti il compito di fondare un nuovo ordine internazionale. Tale ordine, però, è risultato troppo incentrato sugli interessi dell’America per potere essere accettato. Gli errori, da questo punto di vista, sono stati molteplici:

“Abbiamo costretto gli altri paesi ad aprire i loro mercati dei capitali, diciamo, ai nostri strumenti finanziari sintetici e ai nostri flussi di capitali speculativi, ben sapendo quanto tutto questo avrebbe potuto destabilizzarli. Ma Wall Street lo pretendeva, e quello che Wall Street chiede, lo ottiene.

Ai paesi in via di sviluppo è stato chiesto di aprire i mercati a qualsiasi forma immaginabile di importazione, inclusi i prodotti in cui l’azienda USA eccelle, vale a dire servizi finanziari e software. Nel frattempo, da parte nostra, abbiamo provveduto a mantenere in piedi barriere commerciali e ingenti sovvenzioni a favore delle aziende agricole americane, negando l’accesso ai nostri mercati agli agricoltori del Terzo mondo.

Il nostro consiglio tipo ad un paese caduto in miseria e vittima della recessione era di tagliare le spese – benché noi americani avessimo periodicamente fatto ricorso alla spesa in disavanzo per uscire dai periodi di contrazione economica. Questi non sono gli unici casi di ipocrisia manifesta di cui abbiamo dato prova all’estero.

Anche negli anni ’90 del riassestamento del bilancio, noi americani abbiamo mantenuto ingenti deficit commerciali – oltre un miliardo di dollari al giorno – benché nel frattempo predicassimo agli altri di contenere il disavanzo; evidentemente ai ricchi si poteva perdonare di vivere al di sopra dei propri mezzi, ai poveri no…

All’estero alcuni dei nostri problemi sono stati causati dal modo in cui abbiamo interagito con gli altri paesi, in particolare con quelli in via di sviluppo. Agendo come se fossimo in possesso di una formula esclusiva e garantita per la prosperità, noi – talvolta con l’aiuto degli altri paesi industrializzati – abbiamo forzato altre nazioni a fare le cose a modo nostro. Sia attraverso la nostra diplomazia economica sia per il tramite dell’influenza del Fmi, interamente dominato dagli Stati Uniti, lo zio Sam si è trasformato nel dottor Sam, ansioso di dispensare ricette al resto del mondo: Tagliate il bilancio, Eliminate quella barriera commerciale, Privatizzate quell’azienda di servizio pubblico… Il nostro modo di trattare i malati era spaventoso; e, uno dopo l’altro, i nostri pazienti non hanno potuto fare a meno di notare che le medicine che somministravamo all’estero, per molti versi, non erano esattamente quelle che usavamo sulla nostra pelle.” (pp. 20-21)

3.

Tratte dal primo capitolo, queste sono le interpretazioni di fondo che Stiglitz dà degli anni ruggenti. Nel complesso esse rappresentano un durissimo e radicale atto di accusa nei confronti del modello di liberismo selvaggio che, a partire da Regan, si è imposto negli Stati Uniti, che gli otto anni di Presidenza democratica non sono riusciti a modificare e che, infine, è stato ripreso e radicalizzato da Bush junior.

I capitoli centrali del libro (dal terzo al settimo) forniscono le prove della loro fondatezza. Essi concernono il ruolo svolto, nel produrre la bolla speculativa, dal mito della deregulation, dagli alti dirigenti delle società hi-tech che hanno avviato la new economy, dalla FED, dalle Banche, dalle società di revisione contabile, dalle lobby conservatrici, dalla politica fiscale del governo. Analizzato nei dettagli, il quadro è quello di una truffa colossale realizzata in nome di interessi privati ai danni della collettività. E’ difficile sintetizzare in poche parole la trama complessa delle analisi di Stiglitz. Mi limito ad estrapolare l’essenziale.

Miracoli o errori fortunati della Presidenza di Bill Clinton

Il liberismo reaganiano, una miscela di errori — tassi di interesse esorbitanti, deregolamentazione sconsiderata, trucchi contabili -, impiega dieci anni a produrre i suoi effetti negativi: la recessione del 1990-1991. Quando Clinton viene eletto, la recessione è già in via di superamento, ma la situazione economico-sociale degli Stati Uniti è piuttosto grave: il disavanzo pubblico ammonta al 5% del PIL, la criminalità è dilagante, la fascia della povertà è in aumento. Il programma originario di Clinton è schiettamente riformista e progressista. Di fatto, però, esso riesce a realizzarsi solo per un aspetto: in pochi anni, il deficit di bilancio è ripianato e si trasforma addirittura in un enorme avanzo.

Di solito la riduzione del deficit rallenta l’economia. In America, invece, essa, negli anni Novanta, coincide con un boom economico. La spiegazione di questo miracolo sta nel fatto che la riduzione del deficit finisce per ricapitalizzare numerose banche americane, in seguito alla decisione della FED di consentire loro di considerare i titoli di stato privi di rischi. In conseguenza di questo — un trucco contabile, dato che sarebbe bastato un aumento del tasso di interessi a mandare all’aria il sistema bancario — le Banche, non avendo bisogno di accantonare delle riserve atte a tutelarsi dai rischi, giungono a disporre di enormi quantità di capitali da dare in prestito. Sono questi capitali ad innescare il boom.

La crescita tumultuosa dell’economia, soprattutto nel settore della new economy, avrebbe richiesto una regolamentazione attenta dei mercati. La rielezione di Clinton, che avviene appunto sull’onda dell’espansione economica, si associa però alla conquista da parte del partito repubblicano della maggioranza congressuale. Clinton, in pratica, ha le mani legate. Il suo programma si può realizzare solo nella misura in cui coincide con la volontà e gli interessi dei conservatori, i quali in gran parte rappresentano le lobby affaristiche. La presidenza democratica non può fare altro che subire la deregulation. La contraddizione maggiore si realizza quando essa decide di tagliare le imposte sui guadagni di borsa. Il provvedimento funziona come benzina sul fuoco di una bolla speculativa che si va gonfiando.

Nonostante l’accondiscendenza del Partito democratico al modello liberista, le elezioni del 2001 sono però vinte da G. Bush junior. Le lobby, che hanno gonfiato la bolla speculativa, sanno chi può tutelarle anche nel caso, previsto, che essa possa scoppiare.

Il ruolo della FED nel gonfiare la bolla

Nel dicembre del 1996, Alan Greenspan, Governatore della FED, esprime in pubblico la sua preoccupazione per l’”esuberanza irrazionale” del mercato azionario. Denuncia, insomma, la bolla speculativa che ha raggiunto già livelli inquietanti. Ciononostante, egli, negli anni successivi, non fa assolutamente nulla per controllarla.

Per quanto abilmente motivato dall’interessato, questo atteggiamento irresponsabile si può spiegare tenendo conto di due fattori.

Il primo è che Greenspan è un convinto assertore del libero mercato, e intende boicottare più che favorire l’interferenza dello Stato sull’economia, anche a rischio di sacrificare i piccoli investitori.

Il secondo è che la FED “costituisce un misto curioso: è indipendente, ed è dominata anzitutto dai rappresentanti dei mercati finanziari e in secondo luogo dal mondo imprenditoriale, senza che la voce dei lavoratoti o dei consumatori abbia alcun peso.” (p.78) Quando Greenspan rileva l’esuberanza irrazionale del mercato azionario, il capitale finanziario semplicemente non avrebbe gradito un aumento dei tassi di interesse.

Il doppio gioco di Greenspan si chiarisce subito dopo l’elezione alla Presidenza di George Bush junior, allorché egli, strenuo sostenitore in precedenza della necessità di ridurre il deficit pubblico, avalla il programma conservatore dei tagli alle tasse, che, di fatto, ha portato all’accumulo di un disavanzo enorme (il 6% del PIL).

Deregulation senza freni

La deregulation, vale a dire la diminuzione dell’intervento statale sul piano del mercato, cavallo di battaglia del conservatorismo americano da Reagan in poi, ha investito negli anni Novanta tutti i settori vitali dell’economia: quello delle telecomunicazioni, quello elettrico, quello bancario e, infine, quello contabile. Nonostante l’amministrazione democratica, la deregulation si è affermata in virtù del sostegno ad essa offerto dalle lobby conservatrici rappresentate al Congresso:

“La regolamentazione limita i profitti e, per questo, deregulation significa profitti più elevati. Negli anni Novanta, chi intravedeva i guadagni sostanziosi legati alla deregulation non esitava a investire per ottenerla, stanziando milioni di dollari a favore di campagne elettorali e lobbisti. Tra le aziende che hanno speso di più per esercitare pressioni politiche attraverso le lobby alla fine degli anni Novanta ci sono quelle impegnate a favore della deregulation nei settori bancario e delle telecomunicazioni e contro le norme ambientali e il risparmio energetico.” (p. 85)

La deregulation ha sortito un effetto esplosivo sulla crescita economica, soprattutto nell’ambito della tecnologia, che si è tradotto poi in un effetto implosivo. La spiegazione di questa parabola è semplice. Sulla carta, la deregulation mira ad assicurare l’efficienza del sistema capitalistico, vale a dire una crescita della ricchezza che, a lungo termine, dovrebbe produrre vantaggi per tutti i cittadini. In realtà, essa si è realizzata negli anni Novanta sulla base della cura degli interessi privati, corporativi, a breve termine. L’obiettivo dei dirigenti d’azienda, degli uomini d’affari, dei banchieri, dei revisori contabili, ecc. è stato semplicemente quello di arraffare, con ogni mezzo e nel più breve tempo possibile, la maggiore fetta di una torta ch’essi sapevano deperibile. A tal fine, essi non hanno esitato a mettere da parte, oltre che i valori morali, i principi ideologici del liberismo sbandierati. Di quest’ultimo aspetto Stiglitz, dato il ruolo ricoperto, è un testimone diretto:

“Dopotutto, abbiamo poi visto la vera faccia di chi premeva per la deregulatione e un ruolo sempre più marginale dello Stato: è bastato analizzare gli atteggiamenti di queste persone sul tema delle sovvenzioni alle imprese… In primo luogo, gli imprenditori sono generalmente contrari ai sussidi, per tutti tranne che per se stessi. Quando si parla del loro settore, sciorinano una moltitudine di argomenti a sostegno dell’intervento statale… In secondo luogo, tutti erano favorevoli alla concorrenza, in ogni settore, purchè non fosse il loro. Anche qui, non mancavano le tesi volte a dimostrare perché la concorrenza nel loro settore sarebbe stata distruttiva, o perché doveva essere gestita con cautela. Terzo, tutti erano a favore della lealtà e della trasparenza, in ogni settore, tranne che naturalmente nel proprio, dove la trasparenza avrebbe potuto introdurre inutili fattori di disturbo, erodere il vantaggio competitivo, e via del genere.” (p. 100)

Contabilità creativa

Il grande imbroglio degli anni Novanta si è fondato sull’uso delle stock options, sui falsi pressoché sistematici di bilancio e sulla corruzione delle società di revisione contabile.

Le stock options, vale a dire l’opzione concessa dall’impresa ai manager di acquistare o sottoscrivere un certo numero di azioni sociali a un prezzo di favore predeterminato e entro un certo intervallo di tempo, si fondano sulla capacità incentivante della partecipazioni agli utili dell’azienda. Lo strumento è lecito (tant’è che viene utilizzato ancora), ma può essere utilizzato in maniera illecita. In quanto azioni, le stock options sono prestiti che la società contrae: esse dunque vanno contabilizzate tra i costi o i passivi del bilancio. Nella misura in cui, poi, esse sono concesse ad un prezzo di favore, tutti i soci devono essere informati della loro emissione ed essere d’accordo con il regalare i loro soldi ai manager e veder diminuire il valore delle azioni che essi detengono.

Negli anni Novanta però l’incentivo è stato utilizzato proditoriamente e, inoltre, ha funzionato, per così dire, troppo:

“Quando i dirigenti (o altri dipendenti) ricevono dei diritti di opzione [stock options], un’azienda s’impegna a emettere nuove azioni, con la conseguenza di diluire il valore di quelle esistenti… Con parole meno raffinate, si possono definire le stock options un furto aziendale: i dirigenti rubano soldi agli ignari azionisti… Uso un’espressione dura, “furto”, per descrivere una delle tante procedure che hanno permesso ai dirigenti delle grandi aziende di privare gli azionisti di ciò che gli apparteneva. Furto – impossessarsi senza l’autorizzazione di qualcosa che appartiene ad altri – è il termine che descrive esattamente l’accaduto. ” (pp. 114-115)

“Le stock options agganciavano la retribuzione dei dirigenti al corso delle azioni nel breve periodo e, nell’immediato, era più semplice migliorare i profitti apparenti che non aumentare quelli reali… La mancata contabilizzazione delle stock options tra i costi ha fatto sì che gli azionisti non disponessero di informazioni precise su come venivano diluite le loro azioni; inoltre, incoraggiava una corresponsione non trasparente degli stipendi, e dal momento che le retribuzioni dipendevano sempre di più dall’andamento dei titoli in borsa, il sistema delle stock options sollecitava ulteriormente le aziende a gonfiare i bilanci. Ed è quanto hanno fatto, vendendo azioni a prezzi fissi sempre meno allineati alla realtà.” (p. 119)

Un rimedio a tali irregolarità c’era: le società di revisione contabile, che devono vigilare sulla trasparenza dei bilanci societari. Ma se i revisori, com’è accaduto negli anni Novanta, si lasciano corrompere, diventando consulenti lautamente pagati dalla società che devono controllare, essi si danno da fare inventando una serie di trucchi contabili finalizzati ad ingannare gli azionisti piuttosto che a fornire loro informazioni corrette sulla reale situazione patrimoniale della società stessa.

Questo si sarebbe potuto evitare se fossero state accolte le sollecitazioni della Sec, l’istituzione deputata a controllare i giochi di borsa, che vertevano sull’impedire ad un’azienda contabile di servire un cliente in veste sia di consulente che di revisore dei conti. Con una legge del 1995, tali sollecitazioni vengono semplicemente respinte.

Il ruolo delle banche

Negli Stati Uniti sono sempre esistiti due tipi di banche: le banche d’investimento, che emettono azioni e obbligazioni, e gli istituti di credito, che prestano il denaro depositato dai correntisti. A metà degli anni Novanta, la legge Glass-Steagall, che ne impediva dal 1933 la fusione, viene prima attaccata, poi abrogata. Le conseguenze, ovvie, sono molteplici. Primo, essendo la stessa banca a concedere prestiti e ad emettere azioni e obbligazioni di una società, essa ha interesse a far crescere i valori azionari per ripagarsi dei prestiti. Secondo, i banchieri stessi, che acquistano le azioni, hanno interesse a speculare su di esse. Far lievitare i valori azionari, dipende però dagli analisti finanziari che consigliano gli investitori. Ora, anche se la bolla speculativa ad un certo punto era del tutto loro nota, il mercato azionario imponeva loro di non farsi troppi scrupoli. Le banche inviavano segnali inequivocabili — gratifiche in denaro — a coloro che trattavano gli investitori come facili prede per azioni quasi del tutto prive di valore intrinseco.

A tutto ciò, occorre aggiungere due altre manovre speculative: le emissioni di Ipo e le fusioni.

L’Ipo, o offerta pubblica iniziale, indica la prima offerta di un’azione sul mercato, in genere ad un prezzo notevolmente inferiore rispetto al valore che raggiunge quasi immediatamente dopo l’emissione. Sono le banche d’investimento che fissano i prezzi delle Ipo e, nello stesso tempo, ne riservano una buona quota a dirigenti bancari, dirigenti d’azienda, familiari e amici. Guadagnare cifre enormi sulle Ipo diventa un gioco da ragazzi.

Negli anni Novanta, le fusioni societarie diventano una mania adorata dalle banche per le enormi commissioni che esse producono. Una fusione societaria può esitare in un successo o in un insuccesso, a seconda delle sinergie e dei tagli di costo ch’essa determina. Le banche d’investimento, che dovrebbero avanzare delle previsioni a riguardo, si attengono al criterio univoco di anticipare uno straordinario successo. Ogni fusione, di conseguenza, anche quelle che a distanza di poco tempo si rivelano fasulle, danno luogo a formidabili rialzi azionari a vantaggio delle banche che le emettevano e dei dirigenti d’azienda.

L’aspetto paradossale della vicenda è che gli stessi “esperti finanziari” che criticavano lo spreco del denaro, la corruzione e i conflitti di interesse nel settore pubblico, hanno organizzato la megatruffa più clamorosa della storia dell’umanità a danno dei piccoli investitori. Molti esperti finanziari sono stati condannati a pagare ammende da capogiro. Per ironia della sorte, però, non sono stati loro, ma l’azienda per cui lavoravano a pagare: caso curioso — commenta Stiglitz — in cui la vittima viene punita due volte, perché, in ultima analisi, sono gli azionisti —già ingannati dagli amministratori delle società – sobbarcarsi il costo di queste sanzioni.

I tagli fiscali

Last, but not least, coloro che negli anni Novanta realizzano grandi guadagni con i trucchi e le illegalità citate, convinti di essere gli eroi di una nuova era o, più probabilmente, dotati di un’avidità incoercibile cominciano a premere sulle lobby conservatrici per ottenere una riduzione delle imposte che gravano sui nuovi patrimoni, vale a dire sui guadagni di borsa. Il vantaggio di questa riduzione favoriscono solo l’un per cento della popolazione. Si tratta di una proposta quasi inammissibile tenendo conto del fatto che, nel 1993, per ridurre il deficit, l’amministrazione Clinton aveva aumentato le tasse per le classi a reddito medio. Ciononostante i tagli vengono approvati. Nell’immediato, si realizza un aumento enorme del gettito fiscale. Ma ciò non è una conseguenza della crescita dell’economia reale. Il denaro non versato all’erario viene investito nella speculazione borsistica, alimentando la bolla speculativa e producendo, nel giro di alcuni anni, il suo scoppio. In conseguenza di questo, le entrate fiscali tracollano.

3.

La critica di Stiglitz, corrosiva (“Almeno, i baroni delle ferrovie dell’Ottocento, che utilizzavano l’influenza politica per arricchirsi, ci hanno lasciato un patrimonio di strade ferrate — beni tangibili e durevoli — che hanno collegato zone diverse del paese e dato energia alla sua crescita. Invece che cosa ci hanno lasciato in eredità i milionari e miliardari delle dotcom, i dirigenti di società come Entron, Global Crossing, WorldCom e Adelphi, se non storie horror con cui deliziare le nuove generazioni?” p. 292), suona come una campana a morte per il modello liberista che, nonostante la Presidenza Clinton, ha impregnato dei suoi “miti” i ruggenti anni Novanta: “Il ritornello dei conservatori è che quanto più limitato è il ruolo del governo, tanto minori sono le tasse, tanto meglio è per tutti: in generale, il denaro speso dal governo viene sprecato, mentre il settore privato sa spendere bene. Gli eventi degli anni Novanta avrebbero dovuto mettere a tacere una volta per sempre queste affermazioni: i privati hanno polverizzato incredibili quantità di denaro a una velocità e in un modo che nessun funzionario pubblico si sarebbe mai sognato: gli amministratori delegati gestivano i loro imperi senza subire alcun tipo di controllo, rivaleggiando con i governi meno democratici.” (p. 274)

Enunciato nel 2003, quando il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti, il duro verdetto di Stiglitz sembrava anticipare la fine della stagione liberista e del neoconservatorismo. L’esito delle recenti elezioni presidenziali ha smentito questa previsione. I più sostengono che i problemi della sicurezza, legati alla lotta contro il terrorismo, hanno indotto gli Americani a rimuovere le vicende economiche degli anni Novanta, che pure hanno realizzato uno dei più colossali trasferimenti di ricchezza (in pratica un furto aggravato dalla truffa) dalle classi meno abbienti e medie alla classe degli ultraricchi.

Forse le cose non stanno così. Gli ultimi trent’anni della storia americana, come ho cercato di dimostrare in un articolo precedente, attestano che il conservatorismo repubblicano e il modello liberista che esso sostiene hanno attecchito profondamente nella società e nella mentalità statunitense. E’ in nome di questo che la maggioranza dei cittadini statunitensi tende a considerare veniali i difetti di quel modello e ad apprezzarne le virtù. Le mele marce, insomma, non inficiano il rigoglioso sviluppo della ricchezza: questo e null’altro che questo interessa a tale maggioranza.

Se una lezione si può trarre dai ruggenti anni Novanta, a mio avviso, questa è che il capitalismo, nella sua logica intrinseca, non è riformabile. Il problema è che nessuno, per ora, è in grado di definire in quale direzione possa avvenirne il superamento.

Gennaio 2005

 

 

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