17:16 —ALBERTO NEGRI :: IL MEDIO ORIENTE NON C’E’ PIU’ / AZZERATO DALL’ISIS E DALLA FINE DEI RAIS

 

Mondo Medio Oriente e Africa (clic qui e vai ad una bella serie di articoli, una lista, anche di giorni precedenti, che vale!)

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articolo (qui l’articolo)–è meglio : la nostra riproduzione,

come vedete, è difettosa

e non sappiamo aggiustarla.

dopo la pag. 1 —segue la 2

 

29 settembre 2015

 

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Argomenti: Qalamoun | Hezbollah | Levante | Iraq | Sahel | Onu | Europa | Libia | Afghanistan

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Questo articolo è stato pubblicato il 29 settembre 2015 alle ore 07:12.
L’ultima modifica è del 29 settembre 2015 alle ore 08:25.

(Reuters)(Reuters)

Medio Oriente anno zero. Nessuno dei leader mondiali che si incontrano all’Onu forse passeggerà mai più per una strada del Medio Oriente, o salirà in cima alla cittadella di Aleppo.

Nessuno attraverserà piazza Firdous a Baghdad, dove nel 2003 venne abbattuta la statua di Saddam, o alzerà gli occhi al cielo per osservare i grattacieli medioevali di Sanaa in Yemen. L’orizzonte da cui sono nate millenarie civiltà è un cumulo di rovine. E neanche il più ottimista dei rifugiati giunto in Europa dalla Siria può pensare di tornarci perché la distruzione materiale ed economica della guerra è stata accompagnata da quella morale, dalla scomparsa di ogni residuo di tolleranza e convivenza civile.

Per questo se mai ci sarà un giorno la ricostruzione della Siria, dell’Iraq, dello Yemen o della Libia, e anche del lontano Afghanistan, tutto ci apparirà soltanto una replica dell’originale, come avvertiva l’archeologo italiano Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla. Ma se si può rifare un capitello di Palmira, è impossibile replicare una società sradicata dalle fondamenta. Fondamenta assai fragili perché l’80% del Medio Oriente è l’eredità della disgregazione dell’Impero Ottomano e delle successive sistemazioni coloniali anglo-francesi, cui sono seguiti i tragici fallimenti degli Stati laici e autocratici.


Quel Medio Oriente non esiste più neppure sulla carta geografica. Mentre Putin e Obama ieri stavano discutendo a New York, un altro pezzo della regione più nevralgica del mondo, custode di riserve di petrolio e di gas, scompariva, inghiottita da una battaglia del Califfato, da un raid di Assad, da un bombardamento saudita o della coalizione internazionale. La guerra ha travolto Stati e frontiere ma anche l’Islam: l’Isis ha reso ancora più aspra la separazione tra sciiti e sunniti, tra laici e religiosi, tra una maggioranza musulmana e minoranze che si sono dissolte. I cristiani sono scomparsi dal cuore dell’Iraq per rifugiarsi in Kurdistan, così come gli yezidi o i mandei, di cui nessuno ha mai parlato ma che vivevano lungo il Tigri da migliaia di anni. Sono diventate laceranti anche le divisioni etniche, come quella che oppone i curdi a ad Ankara e rischia di diventare una questione insanabile per la Turchia, storico membro della Nato.


Le costruzioni post-coloniali sono pericolanti perché si è liquefatto l’unico collante che le teneva insieme, il nazionalismo, anche nelle sue forme più esasperate come quella di Saddam Hussein in Iraq o di Gheddafi in Libia. Caduti i raìs sono crollati gli Stati che rappresentavano e sono in crisi di legittimità anche le monarchie del Golfo che dopo avere esportato problemi finanziando l’Islam radicale ora vedono i guai tornare a casa propria.

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