23:00 ULTIMO PER LA NANNA —NINNA —OH ! tutti questi bimbi del blog, a chi li do?

 

 

I FUMETTI DOVE VI METTERESTI A VENDERLI, VOI, CHE SIETE GIOVANI?

 

MA IN FUMETTERIA! LOGICO !

 

 

 

 

Le variant cover e i problemi che spaccano distribuzione e fumetterie

 

 

variazioni orsay — è il nuovo fumetto di manuele fior  —

ma ci pensiamo! domani?

 

http://www.fumettologica.it/2015/09/variazioni-orsay-nuovo-fumetto-manuele-fior/

 

 

 

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4 Responses to 23:00 ULTIMO PER LA NANNA —NINNA —OH ! tutti questi bimbi del blog, a chi li do?

  1. Donatella scrive:

    Certo che i fumetti hanno una facilità di approccio notevole. Quando poi sono così belli i disegni!

  2. Donatella scrive:

    Tutti bimbi del blog blog vanno a nanna a far ron ron. Tanti sogni lor faran e doman si sveglieran. Metteranno sul blog blog quel che han visto nel ron ron. Poi faranno un girotondo per dir quanto è bello il mondo. Se oggi nuvolo sarà, già doman seren sarà. Noi, tenendoci per mano, il futuro un po’ vediamo. Lui paura non ci fa se insiem ci ragioniam. Buon blog blog a tutti quanti sorridenti e ragionanti, un po’ cupi e a volte neri per drammatici pensieri.Ma siam tanti esploratori, con la voglia dentro i cuori.

  3. Donatella scrive:

    Pan e pumata: liguritudine con olive taggiasche.

    Tra i primi ricordi della mia infanzia c’è quello di mia madre che mi prepara pane e pomodoro. Erano i primi anni del secondo dopoguerra, non c’era m0lta abbondanza ma noi piccoli bambini non ce ne accorgevamo. I cibi erano semplici e gustosissimi. Il sapore di quel pane, fatto ammollare con un po’ d’acqua per permettere ai miei pochi denti di morderlo, con sopra un pomodoro schiacciato, un po’ di sale, olio e basilico mi è rimasto dentro, come un ricordo di tenerezza, un profumo di casa che mi commuove ancora oggi. Un appuntamento eccezionale era quello con “a lùna”, un testo rotondo di rame dove mia mamma cuoceva la sardinara, piatto forte di Sanremo e, sotto altri nomi, caratteristico di tutta la Liguria di Ponente. Si tratta di una pasta lievitata, su cui si mettono pomodori, capperi filetti d’acciuga sotto sale, olive liguri piccole e scure ( oggi si dice taggiasche) e abbondante olio. Dimenticavo una cosa essenziale: nella pasta soffice, con sopra il pomodoro fresco ( ma vanno bene anche i pelati preventivamente schiacciati o la polpa di pomodoro) si inseriscono “e dosse d’aju”, cioè spicchi d’aglio “vestii”, cioè lasciati con la loro buccia. Il profumo della sardinara è così caratteristico che nessuno può negare di averla cotta, si espande dalla propria casa a quella dei vicini e una fetta non si può negare a nessuno. Altro profumo indimenticabile è quello della farinata, farina di ceci fatta sciogliere nell’acqua appena appena tiepida e lasciata riposare per un’ora almeno. Ci si aggiunge sale, olio, se si vuole un cipollotto fresco tagliato fine fine. Non fatevi ingannare dalla semplicità di questo piatto, perché più un cibo è semplice più richiede esperienza perché riesca bene. Vanno proporzionate con precisione tre cose: la farina, l’acqua e la misura della teglia, che deve essere di rame e preventivamente unta con l’olio di oliva. Si deve infornare quando il forno è al massimo del calore, perché la miscela si rassodi quasi subito. Dopo una ventina di minuti, quando la superficie sarà di un bel colore giallo oro e il suo profumo si sarà sparso ovunque nei dintorni, la farinata sarà pronta. Una volta si portavano questi cibi ancora da cuocere al forno più vicino a casa, che in genere era anche una panetteria. Per la farinata si andava con una teglia e con un pentolino che conteneva il liquido preparato, facendo attenzione a non spanderlo per la strada. Nel forno avveniva poi la messa in opera e la sapiente cottura. Nei primi anni del secondo dopoguerra, quando l’olio si comprava a un quarto di litro per volta portando in negozio il contenitore a cui si faceva la tara, un mio zio che ricordo sempre allegro e con la voglia di scherzare, quando mangiava pane e pomodoro scarsamente condito, faceva finta di leccare con avidità l’olio che solo nella sua fantasia traboccava dal pane: un teatrino spensierato che ci ha reso ancora più indimenticabile quel mangiare.

  4. Donatella scrive:

    Il raccontino sul pan e pumata me lo hai ispirato quando mi descrivevi con quale cura tuo papà lo preparava. Prova a descriverlo, così potremmo fare delle sedute molto approfondite sulle diverse modalità con cui ” vivere” il pan e pumata, come direbbe qualche famoso critico gastronomico nell’era di “eatitaly”.

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