11:45 — ANDREA BONANNI —DA BRUXELLES — LA COMMISSIONE —

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MONDO
La Commissione.
Il presidente: “Decideremo caso per caso, ma ci sono molti governi che non rispettano gli accordi su fondi e accoglienza”
Aiuti solo per “sforzi straordinari” Juncker mette i paletti e attacca “Non tutti fanno abbastanza”
ANDREA BONANNI
BRUXELLES .

Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, riapre la porta ad una possibile flessibilità sui conti pubblici per tenere in considerazione i costi dell’emergenza rifugiati che alcuni Paesi, tra cui l’Italia, stanno sostenendo. Mentre ancora i bilanci nazionali sono all’esame di Bruxelles, sembrava che questa ipotesi avesse poche possibilità di essere accolta. Invece ieri Juncker, parlando davanti al Parlamento europeo, ha confermato che la Commissione giudicherà «caso per caso», tenendo conto delle spese documentate e certificate, se concedere margini più ampli di scostamento dai conti pubblici. «Se un Paese fa uno sforzo straordinario per un obiettivo condiviso, ci deve essere un’interpretazione conforme a questo sforzo. Ma i Paesi che non fanno sforzi straordinari e che non dimostreranno di essere coinvolti da queste politiche non potranno beneficiare di un’interpretazione più flessibile del Patto», ha spiegato il capo dell’esecutivo Ue. Che ha anche rivolto un implicito rimprovero ad alcune capitali: «Anche tra i grandi paesi c’è chi non fa sforzi sufficienti».
Finora solo l’Italia, l’Austria e il Belgio hanno fatto esplicita richiesta di poter beneficiare di un certo margine di manovra sui conti pubblici per fare fronte ai costi dell’emergenza rifugiati. Anche la Slovenia e la Grecia, tra i membri della zona euro, potrebbero usufruire della flessibilità di Bruxelles. La Germania invece, che pure ha accolto la maggior parte dei richiedenti asilo arrivati nella Ue, per ora non ha avanzato nessuna richiesta in questo senso.
Sia Juncker, sia il presidente del Parlamento europeo Shulz, sia quello del Consiglio, Tusk, hanno usato toni preoccupati per la situazione che si sta creando in seguito alla crisi migratoria. Parlando del vertice di domenica tra i Paesi che si trovano sulla rotta balcanica, Schulz si è detto, «molto preoccupato, perché il clima che ha caratterizzato la riunione è stato spettrale». «Non dovrebbe essere ammissibile che Paesi non si parlino, e quello che è accaduto domenica dimostra che non ci troviamo in buone condizioni», ha confermato Juncker. Quanto a Tusk, il cui partito è uscito sconfitto dalle elezioni polacche dove ha trionfato l’estrema destra xenofoba, ha avvertito che l’emergenza «può provocare un terremoto nel panorama politico europeo e distruggere conquiste come la libera circolazione tra i Paesi dello spazio Schengen».
Juncker è stato anche critico sul rispetto degli accordi presi dai governi. Il sistema di redistribuzione dei richiedenti asilo ospitati in Italia e Grecia «non sta funzionando nel modo migliore ». «Solo otto Paesi su 26 hanno mandato i propri ufficiali di collegamento in Italia e 3 Paesi in Grecia. Solo nove Paesi ci hanno fatto sapere che possono accogliere 700 persone. Ma noi ne dobbiamo ricollocare 160mila ». Anche sul fronte degli impegni finanziari, gli stati membri sono ben lontani dall’aver messo a disposizione i fondi promessi. «Rispetto agli impegni presi il 22 settembre mancano ancora 2,3 miliardi di euro — ha avvertito il presidente della Commissione — i governi hanno messo finora 483 milioni. Il divario tra le promesse e la realtà deve essere colmato, altrimenti perdiamo la nostra credibilità».
Infine, sulla Turchia, Juncker ha invitato il Parlamento europeo, molto critico verso Ankara, a dare prova di comprensione. «O diciamo alla Turchia che esistono delle questioni irrisolte sui diritti umani e sulla libertà di stampa, ma al momento questo non ci porta da nessuna parte; oppure cerchiamo di concentrarci sui passi concreti da fare in uno spirito di solidarietà. Che ci piaccia o meno, noi con la Turchia dobbiamo lavorare: dobbiamo fare uno sforzo comune offrendo loro di accelerare sulla liberalizzazione dei visti e di riaprire il processo di adesione, senza però annacquarne i criteri ».
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“In Turchia problemi sui diritti umani, ma che ci piaccia o no dobbiamo lavorare con loro”
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