20:38 LARA RICCI, giornalista de IL SOLE 24, CI PARLA DELLA VIOLENTA, E CIRCONSTANZIATA, DENUNCIA DI OLGA RICCI (nome fittizio) —” TOGLIMI LE MANI DI DOSSO ” —EDITORE CHIARELETTERE, MILANO, pp. 132, 13 euro —ottobre 2015/ sconto del 15% online+ le spese, però!

 

 

 

 

 

Cultura-Domenica Libri

Giù le mani dalle lavoratrici!

di 22 ottobre 2015

 

 

 

 

Una donna giovane tiene stretta una cartellina con il suo curriculum e alcuni articoli. Li ha scritti come fossero gli ultimi, sperando che non lo diventino. È una giornalista degli anni Duemila, una precaria cronica. Li ha scelti con cura: con quei fogli conta di trovarsi un lavoro, forse persino un contratto senza data di scadenza. Vorrebbe fare l’inviata, non vivere più in una stanza in affitto, poter guardare oltre. Dall’altra parte della scrivania di noce c’è un uomo, uno dei 113 direttori maschi di un quotidiano italiano, a fronte di 5 direttrici (dati del 2008). A dispetto delle apparenze, a lui il cv di lei non interessa affatto. Non sappiamo quale sia il suo nome né quello del giornale. L’uomo ha una sessantina d’anni, la donna una trentina, si chiama Olga Ricci. O meglio, questo è lo pseudonimo dietro cui si nasconde: la sua identità non la può far sapere. Perché ciò che racconta in Toglimi le mani di dosso. Una storia vera di molestie e ricatti sul lavoro il nostro Paese non è pronto a riceverlo. Denuncia un crimine di cui sono vittima un milione e trecentomila italiane (secondo l’Istat) eppure nessuno ne parla. È un tabù, un incredibile caso di rimozione di rimozione collettiva. La violenza dapprima prende la forma dell’apprezzamento paternalista: il direttore la giudica, è in gamba, ma grazie a lui potrà crescere ancora, e crea una relazione di lavoro sproporzionata, propizia a questo genere di abusi. Il secondo passo è isolarla valorizzandola esageratamente. All’invidia dei colleghi si aggiunge il sospetto di una liaison con il direttore. Sospetto che lui fomenta con commenti ambigui e imbarazzanti per Olga, spiazzata e incapace di reagire. Intanto in ogni occasione fa sfoggio di un potere pseudomafioso, mostrando di assumere solo amici, raccomandati e ragazze compiacenti e invitandola a pranzo con il direttore del personale, senza che però si concretizzi il contratto dovuto. Ai complimenti si alternano sempre più frequenti umiliazioni, e se lei mostra di diffidare di tanta confidenza, lui la fa sentire una presuntuosa a pensare che possa provare interesse per lei. Nel mentre una corte di raccomandati e giornaliste precarie è precettata a pranzo e a cena per intrattenere lui (ed eventuali investitori pubblicitari, sic). È questa infatti la storia di una produzione in serie degli abusi, con le donne che aspirano al contratto messe in competizione tra loro e molestate in successione, complice un mercato del lavoro sempre più precario e clientelare. In tale circo Olga tiene duro, determinata a preservare il posto senza cedere al ricatto, che non viene mai esplicitato. Un equilibrismo difficile.

Scritto bene, con onestà e persino ironia, Toglimi le mani di dosso riesce a far capire come una donna preparata, seria, che crede nella meritocrazia e non è disposta a prostituirsi si trovi in balia di una situazione che non riesce a nominare, figuriamoci a denunciare o addirittura dominare. Una parabola discendente a cui non sa sottrarsi almeno fino a quando il gioco si scopre. E pure sottraendosi è costretta a patirne le conseguenze in anni di emarginazione professionale in cui si consuma per l’ingiustizia subita e la sua autostima si logora sempre di più, anche per non essere riuscita a ribellarsi. Olga vede un sindacalista: le consiglia di farsi mettere incinta; un avvocato: nemmeno con una registrazione privata si potrebbe vincere un processo per molestie. Neanche i suoi genitori capiscono la portata del suo dramma. Sopraffatta da una sensazione di impotenza scivola nella depressione, che pure non nomina mai. Gli anni si infilano uno dietro l’altro, lasciandosi alle spalle una giovinezza compromessa: Olga non riesce più a costruirsi la vita che avrebbe voluto. Simili sono i racconti amari che tante donne anonime hanno condiviso sul blog da lei creato: Il porco al lavoro. Indebolita, umiliata, ma non spezzata, Olga trova il coraggio di scrivere un libro necessario. Perché rompe il silenzio e perché – mostrando come si possa essere bersaglio di questi abusi senza esservici prestate – tappa la bocca ai tanti che si accaniscono sulle vittime anziché sui carnefici. Rendendo meno difficile il denunciare, va incontro alle donne che, incapaci di farsi una ragione di essere state tanto manipolate, provano un senso di sporcizia e di colpa, un po’ come accade alle vittime dei pedofili. Se non sanno spiegarselo loro come potrebbero farlo gli altri? Non se la sentono di subire, oltre alla violenza, anche i sospetti di ammiccamento, di connivenza. E poi il rischio di emarginazione, derisione e vendetta. Ottenere giustizia del resto è quasi impossibile: le leggi ci sono, ma è molto difficile arrivare a una condanna. Così il silenzio avvolge la sofferenza di tante donne italiane: l’unica indagine Istat (24mila intervistate nel 2008) afferma che solo lo 0,7% denuncia molestie e ricatti sessuali sul lavoro. Solamente il 9% di chi ha subìto uno stupro o un tentato stupro va dalla polizia. La maggior parte per sottrarsi alla violenza abbandona il lavoro. Un’indagine della Thomson Reuters e Rockefeller Foundation (che ha coinvolto solo su 500 donne in media in ogni paese del G20, www.womenatworkpoll.com) rivela che in Italia il 16% delle donne dice di essere stata molestata, ma in generale solo il 13% afferma che sarebbe disposta a denunciarlo. Numeri che mostrano come la violenza di genere sul lavoro sia un problema sociale di vasta portata, favorito probabilmente dal fatto che nel nostro paese sono soprattutto gli uomini a gestire il potere e le donne a subirlo. È ora di riconoscere la gravità del fenomeno e darsi da fare: le ministre, che finalmente sono un buon numero, le deputate, i loro colleghi uomini, e anche le le imprese, che certo hanno tutto da perderci in questo mercimonio delle lavoratrici. E non basta cercare di fare qualcosa, tra le tante difficoltà, bisogna riuscire. Utili suggerimenti possono venire dai paesi scandinavi e anglosassoni.Olga Ricci

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-10-22/giu-mani-lavoratrici-152758.shtml?rlabs=1

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