Tu sei fondamentalmente quello che gli altri intorno a te vogliono che tu sia : vogliono / non vogliono / più o meno ::: non fa differenza nel risultato ::: ” tu sei quello”. E, attenzione, vale per chiunque, non solo per i pazzi! + due noticine

bardelli grande scatola in un interno b,2002,olio su tela, 70x100 cm.

questo di bardelli, come vuole essere chiamato e inclinatoè tuttora il mio ritratto più vero : le persone neanche si accorgono di “non rispettarmi”. Ed io? Io penso — come somma di un’intera vita —riflettendo — che uno, se non è lui una persona, o se lo è a metà, quando gli gira, non è in condizioni mentali di trattare un altro come persona o soggetto. . Senza nessun orgoglio —e credo che mi capiate, visto tutte le volte che …————-
tu sei, o io, che adesso parlo,  ” una canna, al venticello buono o cattivo, che si flette e riflette. Amen. Non c’è altro. Né per me, né per tutti.
Magari per alcuni, non per tutta la vita.

Stasera potrei anche andarmene, e chiudere piano, per non svegliare i santi, la porta. ciao, è notte. Meno male, c’è il buio e il silenzio… e il mio Didì che, forse, mi darà un bacetto quando arrivo. Oppure gli dirò sottovoce: mi accomodo piano, tu stai lì e nanna bella. Lui sente anche dormendo (gli affetti, il sistema nervoso) e sta lì buono e bello come una vera Pasqua di resurrezione!

 

 

 

60.

1994, Milano, ultima crisi

 

 

 

Quando sono ammattita ero andata io dallo psichiatra e poi dal mio terapeuta.

 

Mi ero sentita trattata come una persona.

Una persona responsabile.

Nessuno si era sognato di chiamare la mia famiglia o parlato di ricoverarmi.

 

Era la prima volta che dei professionisti mi trattavano così.

Non avevo mai visto, neanche nei vari ospedali, trattare un matto come una persona.

 

Solo mia madre l’aveva fatto nell’ultima crisi in Brasile.

 

Aveva chiamato lo psichiatra, ma mi aveva avvisato ed io l’avevo ricevuto bene.

 

A differenza che nelle altre due crisi in Brasile, quando me l’avevano messo davanti improvvisamente, non mi ero sentita violentata, e avevo reagito come una persona responsabile che parla con il proprio medico.

 

Mia madre non aveva voluto ricoverarmi, sapendo che ogni volta si ripeteva – peggiorata – la prima, quella volta nel  ’76  in cui ero dovuta stare legata tre ore gridando di sciogliermi, prima che mi trovassero un posto in un ospedale di Milano.

 

Si era assunta lei la responsabilità di stare con me, senza infermiere.

 

Un po’ mi lasciava dire stupidaggini, un po’ mi diceva: ” Dai, giochiamo a carte”, una valanga di partite a scopa noiosissime.

 

All’epoca, mia madre, aveva già passato gli ottanta.

 

Ma era una persona forte, coraggiosa, intelligente, capace di lottare.

E poi, mi conosceva e mi amava come solo può amare una madre vera.

 

In questa crisi, anche Mario, mio marito, mi aveva trattato come una persona.

Mi aveva accompagnato dal terapeuta, ma era rimasto fuori.

 

 

Non ho mai avuto le parole per dire quanto bene mi ha fatto questo modo di trattarmi.

 

Ha senz’altro fatto decidere la mia parte sana a restare con me, a non volermene più liberare, perché, per la prima volta, cominciavo ad assaggiarne i vantaggi.

 

Era un’esperienza nuova ed io, nonostante il delirio, che all’epoca, non era ancora stabile, ero ansiosa di apprendere.

 

Al vedermi trattata così, ero rimasta allibita, come qualcuno davanti a qualcosa che pensava non potesse mai più succedere.

 

Qualcosa che era l’opposto di tutta la mia esperienza passata dopo la prima crisi.

 

Nell’ultima telefonata, prima di partire per il mare, lo psichiatra mi aveva addirittura detto: “ Se a lei sembra di star meglio, diminuisca pure le medicine a suo criterio”.

 

Valeva la pena tenermi stretta la mia parte sana, quella che mi aveva fatto andare dallo psichiatra e dal terapeuta spontaneamente.

 

Non volevo più ascoltare il canto delle sirene, così affascinante, che mi chiamava nella terra dei malati.

 

Valeva la pena rinunciare ad un’identità già pronta, sedimentata da tanti anni.

All’epoca avevo già cinquant’anni.

 

Valeva la pena lavorare per formarsi un’identità di malata abbastanza sana.

 

Valeva la pena…, sì.

Come l’avrebbe detto una vera sposa…

Io l’ho detto alla normalità.

 

 

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