–GIOIA DI VIVERE– DI VITTORINO ANDREOLI ( Rizzoli, 2016) —-TESTO “RACCOLTO” DA GIULIA BASSO— FORSE L’AUTORE LE HA RACCONTATO LE 288 PAGINE…

ecco il sito ufficiale del Prof. Vittorino Andreoli —abbiamo letto la biografia, è ben scritta, anche se molto lunga…e ci promette un’autentica ” autobiografia “!  La storia della sua famiglia può in parte spiegare questa straordinaria energia — e simpatia —di cui è dotato.

E’ nato nel 1940 a Verona :: in tv, non certo per quello che dice, sembra assolutamente “matto”, come lui stesso si definisce, e anche molto più vecchio…( chi parla è la lingua di chiara)

http://www.vittorinoandreoli.it/2-uncategorised/26-biografia.html

 

 

trieste(1)

TRIESTE — questa foto, che non si può non chiamare “magica”,  è di Marino Sterle, di cui abbiamo il sito facebook:

https://www.facebook.com/marino.sterle?fref=ts  qui trovate, come potete immaginare delle magnfiche foto sue, di trieste classico bianco e nero, e di amici che li postano, un bel gruppo!

Lasciamo Elisabetta, e il suo sito Facebook perché è lei, e poi è la compagna di Marino

https://www.facebook.com/elisabetta.codan  // Adesso siamo giusti, cari ragazzi! 

 

articolo da ” Il Piccolo ” di Trieste, sotto lo abbiamo spachettato

http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/09/24/news/andreoli-possiamo-imparare-a-vivere-bene-1.12148543

 

 

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EDITORE RIZZOLI, pp. 288 –18,50 euro

 

Il Piccolo   (DA TRIESTE)  — settembre 2015 

Vittorino Andreoli: «Possiamo imparare a vivere bene»

La scienza del “ben d’essere” a differenza della psicanalisi si occupa dell’uomo nella sua interezza e della sua gioiadi Vittorino Andreoli

TRIESTE Benessere è un termine che usiamo molto spesso. “Sto bene”, “sto male”, sono modi ordinari di interloquire che usiamo nella nostra comunicazione quotidiana. Adesso noi proponiamo che questo termine acquisti un significato ancora maggiore, perché crediamo che sia il tempo per fondare una Scienza del benessere. O meglio, del “ben d’essere”, che significa esistere bene, essere bene. Siamo convinti che oggi ci sia una grande richiesta di promozione del ben d’essere. Alla New York Academy of Sciences, di cui sono membro, proprio l’altro giorno ci hanno comunicato che verrà organizzato un simposio sulla scienza della felicità: un segnale che ci indica che ormai termini come “felicità” e “ben d’essere” stanno diventando temi fondamentali. Lo si vede dalla proliferazione di centri del “ben d’essere”, dall’invito a svolgere attività per il “ben d’essere”.

Per capire cos’è questa scienza possiamo iniziare a dire che la scienza del ben d’essere si differenzia completamente dalla medicina. La medicina si occupa delle malattie. Il termine malattia contiene la radice “male”, dà un messaggio sgradevole. Il ben d’essere ha invece al suo interno la radice “bene”. La medicina si occupa delle malattie, che si caratterizzano per un insieme di sintomi.

Quando diciamo “sintomo” già indichiamo un male: l’idea è che la medicina curi il male e magari aiuti a prevenirlo. Ma è una visione in negativo, mentre invece il ben d’essere si occupa in positivo dell’essere, della vita di ciascuno di noi e si attiva per promuovere il nostro essere meglio, il nostro vivere meglio.
Quindi medicina e scienza del benessere sono due campi separati: la medicina lavora per sottrazione, con l’obiettivo di togliere il male, nella disciplina del benessere invece si lavora per addizione, per aumentare la condizione di ben d’essere, quella che l’Academy definisce la felicità.

In realtà il termine “ben d’essere” è molto più ricco del termine “felicità”. Felicità è il termine che usava Platone nella Res Publica, quando diceva che “il fine di una società è di rendere tutti felici”.
Quel termine oggi noi lo interpretiamo dicendo che la felicità è una reazione acuta, una risposta che si dà ad uno stimolo, un premio o un amore. Io preferisco il termine “gioia”, il “gaudium” dei romani, perché mentre la felicità è una reazione individuale – io sono felice come risposta a uno stimolo positivo – la gioia è corale, riguarda più il noi che l’io.

Ecco perché la gioia è più affine al ben d’essere: esso dipende certamente dalla biologia, e quindi dal corpo, dai geni, ma dipende anche dalla psiche, dalla personalità che si costruisce in base all’ambiente in cui viviamo e alle relazioni che ciascuno di noi stabilisce con l’altro.

Il ben d’essere è quindi una condizione esistenziale. Se io chiedo a una persona “Come stai?” la domanda riguarda le malattie, è un pensare al negativo legato alla medicina, mentre la domanda legata al ben d’essere è “Come va la tua vita?”. Un interrogativo cioè che coinvolge corpo, mente e relazioni sociali. Il ben d’essere si riferisce a una percezione molto più vasta, che poi è quella che conta, perché non basta stare bene fisicamente per essere soddisfatti.

L’oggetto del ben d’essere è l’uomo tutto intero. Lo si capisce forse meglio con un paradosso: il benessere riguarda tutti noi, perfino il malato, perché anche lui può godere dell’attivazione di elementi del ben d’essere. Perfino negli hospice, dove sono accolti i malati terminali, è possibile fare in modo che quella vita spesa in attesa della morte possa essere vissuta con maggior ben d’essere, organizzando attività che possono dare piacere. La scienza del benessere si definisce dunque come una scienza che si occupa “dell’uomo tutto intero”. Questa definizione l’ha inventata un grande psicologo del passato, Jean Piaget, che nel 1955 ha creato il termine “sciences dell’homme”.

Psicanalisi, psicologia, psichiatria non sono scienze del particolare, dice Piaget, ma scienze che devono tenere l’uomo tutto intero. Perché se l’uomo viene frazionato perde delle caratteristiche, che sono quelle della nostra Specie. Le scienze del particolare devono frazionare l’uomo: studiano cellule o circuiti che appartengono all’uomo, ma non lo rappresentano nella sua interezza. Anche la malattia fa sempre riferimento a un organo: in una facoltà medica, penso all’Università di Verona, ci sono 152 insegnamenti. Ciò significa che l’uomo è stato frammentato in 152 pezzi. Se la medicina sta vivendo una grande crisi è perché le persone oggi sono sempre più spaventate dalla malattia e sempre più vicine al concetto di “ben d’essere”, alla ricerca della gioia di vivere per l’uomo tutto intero. Credo che oggi ci sia un gran bisogno di guardare al senso della nostra esistenza: ci stiamo accorgendo che la corsa al successo e alla ricchezza non sono necessariamente sinonimi di serenità.

Parlare della scienza del benessere è interpretare un vero cambiamento della società, che guarda al senso dell’essere nel mondo, del vivere con gli altri. E’ il passaggio dalla psicologia dell’io alla psicologia del noi, che cambia la strategia dell’esistenza. La grande richiesta della società oggi va in questa direzione: la domanda è “insegnami come posso fare per vivere finalmente meglio”. La grande crisi della psicanalisi negli Stati Uniti è legata a questo cambiamento sociale. La psicanalisi, come la medicina, va alla ricerca delle cause, scava nel passato di una persona per capire come sono nati i suoi conflitti. La scienza del ben d’essere invece guarda al presente, al futuro, si chiede che cosa sia possibile fare oggi per promuovere il tuo ben d’essere. Le domande che pone sono: “Dove sei?” “Ti piaci?” “Hai della relazioni soddisfacenti?” “Quali sono i tuoi desideri?”.

La scienza del ben d’essere insegna insomma a vivere bene, a smussare i conflitti, ad essere sereni. Faccio il clinico da cinquant’anni, ma mi sono subito appassionato all’idea di guardare l’uomo nella sua possibilità di essere-meglio, di vivere-meglio e di una scienza che fornisca gli strumenti per raggiungere quest’obiettivo, che è il desiderio di tutti. La scienza del ben d’essere è un ritorno al concetto d’umanesimo, un umanesimo che, consapevole della fragilità della condizione umana, si chiede quali siano le condizioni perché tutte le persone vivano il meglio possibile.(Testo raccolto da Giulia Basso)

 

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