++++ lungo, ma indispensabile — FEDERICO REPETTO, MEDIA POTERE E DEMOCRAZIA (LOESCHER, 2004): PUBBLICHIAMO—DALLA TERZA PARTE –IL CAP. 12 ” GUERRA E INFORMAZIONE OGGI” —SOTTO IL LINK DEL SITO DOVE TROVATE RICCHEZZE VARIE…

 

 

 

+++ ABBIAMO CONOSCIUTO FEDERICO REPETTO ATTRAVERSO

” SINISTRAINRETE”  : http://www.sinistrainrete.info/

FRANCAMENTE, UNA SINISTRA CHE STUDIA, NON ME LA PERDEREI, ANCHE SE NON FOSSE FATTA DA ROSCIA’ …UN DITTA DI MATTONI A TAGGIA, DOVE MIO PADRE CONSIGLIAVA MIA SORELLA DI FARSI FARE UN FIDANZATO COME LO VOLEVA LEI. MA CREDO FOSSE UN DETTO TAGGIASCO.

 

 

DUE IMMAGINI DELLA GRANDE TAGGIA, NELL’ENTROTERRA ALL’ALTEZZA DI ARMA, SUO SBLOCCO AL MARE E ANCOR PIU’ ALLE SPIAGGE. SE SIETE INTERESSATI, FANNO ” LA SAGRA DELLO STOCCAFISSO “

Carugi

CARUGI

 

 

Taggia ponte .

PONTE ROMANO

 

 

 

 

EDUCAZIONE E SCUOLA

http://www.edscuola.it/archivio/antologia/recensioni/media_potere_e_democrazia.htm

 

 

 

Federico Repetto

 

MEDIA, POTERE E DEMOCRAZIA

 

Parte terza: guerra e informazione oggi

 

12. Il ritorno della guerra

 

All’inizio del secondo millennio i governanti democratici hanno brindato all’idea illuministica secondo cui il progresso tecnico-scientifico ed economico porta con sé quello sociale e politico. La guerra fredda contro il cosiddetto “impero del male” comunista era  terminata da un decennio e niente sembrava opporsi al progresso delle società democratiche (che oltretutto avevano un’invincibile forza militare) mentre era in corso l’apparentemente inarrestabile sviluppo della new economy cioè di tutte quelle attività economiche che sono in qualche modo connesse con lo sviluppo delle telecomunicazioni, della rete Internet e dell’informatica.

Proprio tra il 2000 e il 2001 la bolla della new economy si sgonfia. E subito dopo si consuma la tragedia delle Torri Gemelle. Il linguaggio degli opinion makers, dei politici e dei media cambia. Il primo punto nell’agenda dell’opinione pubblica diventa: dobbiamo fare la guerra contro i nemici della democrazia. Prima di questo evento erano molto deboli le voci nella nostra classe dirigente che chiedevano una riforma dei mercati finanziari e del Fondo Monetario Internazionale – le istituzioni globali che, imponendo la politica neoliberista di sviluppo, avevano rese più poveri sia i ceti poveri del mondo ricco e più poveri i popoli poveri del mondo povero. Adesso queste voci diventano flebili.

La guerra, come si è già detto, nuoce alla democrazia: durante il primo conflitto mondiale la propaganda bellica proprio nella liberale Inghilterra aveva assunto toni fanatici e inventato grossolane bugie; così la guerra fredda, nei suoi momenti peggiori, aveva prodotto negli USA l’intolleranza del maccartismo (la cosiddetta “caccia alle streghe” anticomunista che era costata la prigione a diversi militanti sindacali e politici d’opposizione, la carriera a molti giornalisti, intellettuali e uomini di spettacolo e il posto di lavoro a migliaia e migliaia di persone). Il conflitto del Vietnam degli anni sessanta-settanta sembrava aver segnato una svolta. I grandi media, con le tv in prima fila, avevano giocato un ruolo di primo piano nel renderlo impopolare e nel ritiro degli americani da quel paese: le immagini del marine che da fuoco alle capanne di paglia di un villaggio con il suo accendino e quella del capo della polizia sudvietnamita che giustizia senza processo con un colpo di pistola alla nuca un prigioniero filocomunista hanno portato nelle case di milioni di americani gli orrori della guerra come mai prima di allora.

In realtà, come hanno osservato i massmediologi Bruce Cumings e Rossella Savarese, i grandi media non si erano opposti frontalmente al governo, perché anche quest’ultimo era diviso: McNamara, segretario alla difesa,  era molto perplesso riguardo all’ampliarsi dell’impegno militare, caldeggiato invece dal generale Westmoreland. Oltre a  questa incertezza di una parte dell’establishment militare e politico, colta dai media, aveva giocato anche la concorrenza: i giornalisti puntavano a raccogliere le indagini più sensazionali ed emotive, diffuse in tempi molto brevi dalle reti televisive, prima che le autorità potessero intervenire per “sconsigliarne” la diffusione. Inoltre la cosiddetta offensiva del Tet dei ribelli comunisti, che erano penetrati improvvisamente dentro la città di Saigon, fino ad invadere la stessa ambasciata americana, aveva, almeno per un breve periodo, reso impossibile ogni controllo militare sui giornalisti (ben controllati invece quando erano al seguito delle truppe).

In tutti i casi dopo quella guerra non è stato più concesso ai giornalisti di muoversi troppo liberamente in zona di operazioni. Negli episodi bellici in cui gli USA sono stati coinvolti in seguito, Reagan e Bush Senior sono quasi sempre riusciti ad evitarne la presenza troppo ravvicinata: così è stato in occasione dello sbarco nella repubblica caraibica di Grenada, il cui governo è stato deposto d’autorità dagli USA, e delle operazioni dei marines a Panama nell’89 per proteggere gli interessi americani riguardo al canale.

Nella prima guerra del Golfo del 1991, scoppiata per scacciare gli irakeni che avevano occupato il Kuwait, inoltre, i giornalisti ufficialmente accreditati erano stati praticamente confinati in aree non troppo vicine al fronte e ricevevano le notizie attraverso l’ufficio stampa (organizzato dagli USA) dell’alto comando alleato. L’esercito americano forniva  immagini spettacolari riprese da telecamere piazzate sui missili inviati contro i bersagli irakeni, tutti –secondo le fonti ufficiali- rigorosamente militari. Le “bombe intelligenti” teleguidate, si diceva,  avrebbero distrutto infallibilmente il bersaglio, e solo quello. In seguito si è saputo che le bombe intelligenti non superavano il 7% del totale, e comunque i morti civili furono migliaia e migliaia. Inoltre allora, quando tutti i riflettori dei media erano puntati sull’andamento dellaguerra, non si seppero fatti importantissimi che i giornalisti più seri scoprirono in seguito e che, finito il clamore dell’evento, non ebbero più una audience adeguata: per esempio, le truppe americane e alleate avevano sepolti vivi sotto la sabbia i soldati dei bunker costruiti in Kuwait dagli irakeni; decine di migliaia di soldati irakeni ormai in fuga dal Kuwait con ogni mezzo (tra cui normali pullman) erano stati praticamente carbonizzati da bombe speciali (veri ordigni di distruzione di massa) mentre nella zona permaneva una forte radioattività; inoltre si era fatto ampio uso di proiettili all’uranio impoverito con effetti devastanti sull’ambiente (rischio di cancro per anni e anni per la popolazione residente).

Il grande linguista Noam Chomski, che ha dedicato la sua vita a denunciare la manipolazione delle notizie da parte delle autorità e dei grandi media americani, sostiene che questi ultimi ormai  accettano acriticamente la versione governativa delle notizie e si adattano  alle restrizioni imposte dalle autorità, a causa dell’intreccio di interessi che li legano ad esse.

In realtà anche negli USA non mancano giornalisti e mezzi d’informazione coraggiosi e anticonformisti, e comunque la notizia controcorrente ha un suo valore commerciale. Ma lo stile sensazionalistico dei media e la velocità dell’informazione soffocano le notizie “lente” (trovate spesso dopo lunghe indagini) ma che vanno in profondità,  rispetto a quelle “in tempo reale” e condite con immagini spettacolari (celermente fornite dagli uffici stampa dell’esercito). Notizie lente sono per esempio quelle sul tipo di armi usate dagli americani in Irak e sul permanere della radioattività (vedi sopra) Altra notizia lenta, probabilmente sconosciuta ai più: dopo il massacro di migliaia di irakeni in fuga, la reazione militare americana si è arrestata ad un tratto (come racconta P. J. Luizard, La questione irakena, Feltrinelli 2003) risparmiando la Guardia Repubblicana dei fedelissimi di Saddam Hussein, proprio mentre l’esercito regolare stava ammutinandosi e stava scoppiando una rivolta degli sciiti nel sud del paese (gli sciiti irakeni erano sospettati di volersi alleare o federare con l’Iran khomeinista, ostile agli USA). In tal modo la Guardia Repubblicana riprese il controllo della situazione e Saddam rimase in sella.

Queste successive rivelazioni non riescono a raggiungere veramente il grande pubblico perché richiedono conoscenze  – chi sono gli sciiti? – attenzione e pazienza – sono frutto di indagini di lungo periodo e non sono associate a fatti sensazionali – e infine riflessione, senso critico e capacità di approfondimento – per quali scopi non dichiarati il governo americano si è comportato in modo non coerente con i propri principi, oltre a temere un’espansione dell’Iran, poteva avere qualche interesse alla permanenza di Saddam al potere, come per esempio i vantaggi derivanti dall’indebolimento permanente dell’Irak, isolato e bandito dalla comunità internazionale, in balia delle imposizioni americane sull’esportazione del petrolio? (su tutto ciò si veda il libro citato di Luizard)

 

13. Verso nuovi “media di guerra”? Il news management.

 

Se il grande pubblico è all’oscuro su temi importantissimi, non si può dire  che dalla collaborazione tra gli uffici-stampa dei principali governi occidentali e i grandi media globali nasca una censura completa o una trama di pure invenzioni. Si tratta piuttosto di news management, cioè di una orchestrazione della diffusione delle notizie, per cui quelle che devono giustificare l’azione dei governi vengono lanciate al momento giusto, creando la necessaria attenzione, in modo  che possano colpire il grande pubblico, mentre quelle sgradite vengono celate, o sommerse da rumori di disturbo, o minimizzate, o smentite (magari per essere ammesse più tardi, in sordina).

Non è dunque propriamente in questione la libertà di stampa e di informazione – tranne in alcuni casi limite – ma la correttezza della concorrenza nella diffusione delle notizie. In caso di guerra, ma ormai spesso anche in altre circostanze, la nostra libertà di stampa assomiglia alla libertà di parola che c’è in discoteca. Tutti possono parlare liberamente, ma si sente solo la musica e  ciò che dice il disk jokey.

 

Il news management è stato ampiamente usato dal governo americano e da altri governi occidentali in occasione delle crudelissime guerre nella ex-Jugoslavia. Allora i riflettori erano puntati sulle atrocità, peraltro reali, dei serbi, accuratamente spettacolarizzate, mentre spesso erano minimizzate quelle dei croati. E’ difficile dubitare che Milosevic (pur eletto presidente della Serbia in una competizione pluripartitica) sia responsabile di gravi crimini contro croati, bosniaci e kosovari, ma la sensibilità per questi crimini manifestata dal governo americano (solitamente insensibile a quelli di Pinochet o del governo  pakistano o turco o algerino) desta qualche meraviglia. Essa non potrebbe avere a che fare anche  con i buoni rapporti degli USA e dell’amica Germania con la Croazia, e con la rivalità con la Russia ortodossa (non più comunista, ma  pur sempre seconda superpotenza), alleata della Serbia egualmente ortodossa?

Invece l’azione di resistenza passiva dei kosovari contro il governo serbo, guidata dal leader nonviolento islamico Rugova è stata piuttosto trascurata. Essa forse non era molto spettacolare  e si è svolta per un periodo troppo lungo, per cui ha quasi cessato di fare notizia. La resistenza armata dei ribelli dell’UCK (finanziati dalla CIA) ha avuto invece  non solo un discreto rilievo mediatico,  ma anche un notevole peso politico, visto che Rugova era disponibile a continuare le trattative con Milosevic e l’UCK le boicottava, e poi la NATO (l’Alleanza Atlantica egemonizzata dagli USA) ha finito per interromperle. Inoltre la copertura della guerra del Kosovo da parte delle grandi tv per lo più non ha evidenziato la corresponsabilità della stessa Alleanza Atlantica nella fuga in massa dei kosovari, né le vittime kosovare fatte dagli stessi bombardamenti NATO, e ha minimizzato le vittime civili serbe e i danni ecologici disastrosi causati alla Serbia  – e ai vicini paesi danubiani, neutrali – dalle devastanti bombe “intelligenti”. Né si può dire che l’opinione pubblica popolare sia informata del fatto che nell’UCK ci sono numerosi combattenti integralisti islamici provenienti dall’esperienza della feroce guerriglia contro il governo comunista afgano, nella quale la CIA aveva collaborato attivamente con Bin Laden e la sua organizzazione. Infine, in Italia, paese che ha dato il suo sostegno alla NATO nel conflitto contro la Serbia, nessun commentatore ha rievocato il massacro di circa seicentomila serbi durante la seconda guerra mondiale ad opera dei croati, quando la Croazia, sotto re Aimone di Savoia, era un protettorato italo-tedesco – circostanza che non ci autorizzava certo a erigerci a giudici imparziali.

(si è ingrandito di suo!)

 

14. Il news management e l’attentato alle Torri gemelle.

 

E’ stato l’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001 a modificare ulteriormente l’impiego del news management da parte del governo americano. In sostanza il news management, gestito da apposite agenzie specializzate, per conto dei governi, dei partiti più ricchi e organizzati o delle grandi imprese private globali, è una tecnica per presentare all’opinione pubblica alcune informazioni in modo che abbiano particolare risalto. Tali informazioni saranno poi commentate da opinionisti legate a centri di studi politicamente orientati (detti “think tanks” negli Stati Uniti). I giornalisti della stampa indipendente sono invogliati a collaborare con questa gestione complessiva perché vengono forniti loro “pacchetti” di informazioni già confezionate dalle agenzie di news management, perché ottengono dal loro governo accesso a certe zone “calde” (però sotto sorveglianza delle autorità), perché ottengono facilitazioni e possono essere ufficialmente accreditati presso certi governi amici se sostengono l’interpretazione delle notizie data dal  governo, perché, dove le immagini dirette riprese dagli operatori indipendenti sono vietate o impossibili, possonoottenere quelle ufficiali, ecc.

L’attentato alle Twin Towers del settembre 2001, dunque, ha fatto  passare il news management del governo americano dal modello che si potrebbe chiamare della segretezza e spettacolarità, in cui i giornalisti sono tenuti lontani dal teatro delle operazioni e  il conflitto è spettacolarizzato soprattutto attraverso le immagini di mezzi bellici ad alta tecnologia, a quello della guerra dell’informazione, in cui vengono organizzate campagne di disinformazione da parte di agenzie specializzate e campagne d’odio da parte di media partigiani (su questi concetti vedi Franca Roncarolo, La guerra tra informazione e propaganda, in AA.VV, Guerre globali, Carocci, Roma 2003, pp.229-242, citate anche nel mio testo su Opinione pubblica, media e potere nel Novecento).

 

La “guerra al terrorismo” e a agli “Stati canaglia” è già di per sé un concetto piuttosto ambiguo, in cui guerra tra Stati, guerra civile e operazioni di polizia per la repressione della criminalità vengono mescolate. Gli USA, tra l’altro, si riservano di negare  lo status di prigionieri di guerra alle persone catturate nelle operazioni. Esse però non godono neppure dello status proprio dei criminali comuni, ma sono poste fuori dalla giurisdizione dei tribunali ordinari e lasciate alle decisioni arbitrarie dell’esercito e di tribunali speciali.

Inoltre, in questo contesto giuridico anomalo, i decreti antiterrorismo considerano il sabotaggio telematico e la pirateria su internet “cyberterrorismo” (con pene fino all’ergastolo, sotto la competenza dei tribunali d’eccezione). Di questo clima, a quanto sembra, stanno approfittando le aziende produttrici di software e di cd (musicali, in particolare) per chiedere, in nome della mobilitazione contro il cyberterrorismo, leggi che proteggano il copyright e permettano loro l’intrusione via internet  nei computer dei privati per cancellare file copiati senza permesso (come riferisce Riccardo Orioles in Carlo Gubitosa, L’informazione alternativa, EMI, Bologna, 2002).

 

Sia il comportamento del governo che quello delle imprese in questione ricordano il vecchio maccartismo. Riteniamo che l’azione nonviolenta acquisisca un particolare senso in questo clima, in cui  le regole democratiche continuano ad essere affermate in linea di principio, ma abbastanza spesso sono violate in linea di fatto. Se consideriamo il comportamento di Gandhi, di Martin Luther King e di Vaclav Havel, possiamo comprendere la capacità di comunicazione che può avere tale azione. Sfidando l’autorità ma accettando le conseguenze penali della violazione della legge, questi personaggi ne hanno mostrato le contraddizioni. Hanno approfittato di ogni possibilità  lasciata dai media ufficiali per diffondere le loro idee e per mostrare tali contraddizioni.

Per quanto possa avere difficoltà a rendersi visibile sugli odierni media globali, l’azione nonviolenta  ha dalla sua parte la forza della ragione basata sul consenso e sull’esempio, ed è capace di propagarsi coi mezzi più disparati, dal dialogo faccia a faccia alla posta elettronica. A questo proposito si potrebbe osservare che la prima fase dell’intifada palestinese, disarmata, ha attirato le simpatie dell’opinione pubblica internazionale, in particolare europea, e ha mosso anche importanti settori dell’opinione pubblica israeliana, contribuendo alla trattativa col Fronte di Liberazione della Palestina e alla nascita dell’Autorità Palestinese, cose del tutto impensabili ai tempi delle azioni di guerriglia di Al Fatah o di terrorismo del FDLP e degli altri gruppi estremisti palestinesi laici. Però il ritorno dei palestinesi al terrorismo (questa volta sotto le bandiere dell’integralismo islamico) indica che le vie della protesta incruenta di per sé non garantiscono il successo. Se la simpatia dell’opinione pubblica non si trasforma in concreta sostegno politico ed economico, chi è in stato di disperazione assoluta passerà facilmente dalla lotta disarmata  a quella armata.

 

Chi ha progettato l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 probabilmente aveva un’idea chiara sia del funzionamento del sistema dei media, sia dell’importanza e del significato dei simboli che tale attentato avrebbe comunicato all’opinione pubblica mondiale. L’impatto del primo aereo contro una delle torri, in una città come New York, sede di innumerevoli tv, garantiva in pratica che quello del secondo sarebbe stato ripreso e trasmesso in diretta. Inoltre lo World Trade Center era il simbolo del potere economico del capitalismo americano e occidentale, nonché di quello ebraico internazionale.

Per gran parte (anche se certo non per la totalità) della nostra opinione pubblica, tale potere è qualcosa di positivo o comunque di accettabile. Ma le cose cambiano per i paesi che hanno subito la colonizzazione occidentale – in sostanza tutti tranne Cina, Giappone, Arabia Saudita, Iran, Turchia e pochi altri –, per quelli che, dopo la decolonizzazione, hanno avuto governi autoritari  sostenuti da qualche potenza occidentale e infine per quelli (tutti o quasi) che subiscono i contraccolpi della nostra potenza economica, per la presenza delle nostre multinazionali nel loro paese o per la disoccupazione causata dalla concorrenza delle nostre merci. Quanto al capitale ebraico internazionale, esso costituisce una lobby potente all’interno della politica americana, che influisce in senso pro-israeliano. Si tenga presente che per l’integralismo islamico lo Stato d’Israele non è solo l’oppressore del popolo palestinese, ma anche l’illegittimo padrone dei  luoghi santi di Gerusalemme.

L’occidente, tanto potente nella trasmissione tecnica mediale dei simboli, sembra talora insensibile al loro significato culturale. In effetti aveva costituito un’offesa per l’integralismo islamico già la presenza, durante la  prima guerra del Golfo del 1991, di truppe occidentali in Arabia Saudita – benché debitamente autorizzata dal paese ospite. Tale autorizzazione non poteva rimediare al senso di profanazione di chi vede nell’Arabia Saudita il cuore dell’Islam, in cui sorge la città santa della Mecca. E la seconda guerra del Golfo del 2003 ha visto addirittura l’ingresso delle truppe americane nelle città sante irakene degli sciiti – difese non solo dall’esercito di Saddam, ma dalla stessa popolazione islamica sciita e oggi centri di ribellione e di guerriglia.

 

In sintesi, nel mondo contemporaneo si intrecciano e si sovrappongono   una serie di contraddizioni: quella tra i paesi industrializzati (Stati Uniti, Canada, Australia, Europa occidentale, Giappone)  e dei paesi di nuova industrializzazione (Taiwan, Corea del sud, Singapore, ecc.) da una parte e il resto del mondo dall’altra; quella tra gli inclusi e gli esclusi dalla società dell’informazione (cioè adeguatamente collegati o no alle telecomunicazioni e in particolare a Internet) e, infine, quella tra quanti sono gratificati dalla nuova cultura globale americano – occidentale diffusa dai media e quanti si sentono invasi o offesi da essa: contraddizioni economiche, tecnologiche e culturali.

Per quanto riguarda il campo della cultura e dei media, la nostra opinione pubblica dovrebbe cominciare un processo di riflessione sul modo in cui i popoli appartenenti ad altre civiltà ci percepiscono. La prima guerra del Golfo, che a noi sembra senz’altro legittima – in difesa del Kuwait contro l’aggressione irakena, su mandato dell’ONU – nel migliore dei casi viene recepita così:

gli USA e i loro alleati hanno ragione, ma usano l’ONU per ottenere qualcosa che serve a loro – il petrolio, mentre moltissimi altri gravi casi di ingiustizia sono da loro protetti, o avallati, o ignorati (dal sostegno alla guerriglia degli integralisti islamici in Afghanistan e in Cecenia e a regimi dittatoriali come il Guatemala, dall’avvallo alla dura oppressione dei Curdi da parte della Turchia e oggi degli “assassini mirati” di leader palestinesi e della spoliazione del popolo palestinese delle sue risorse vitali compiuta da Sharon, all’indifferenza di fronte ai massacri in Uganda, Ruanda e Burundi, nonché a Timor est, ecc.).

La seconda guerra del Golfo, che ha suscitato forti perplessità e proteste nella stessa opinione pubblica occidentale, sarà presumibilmente percepita, nel migliore dei casi, in questo modo: gli Stati Uniti, la superpotenza imperiale, si fanno giustizia da sé, senza l’ONU, e autorizzano così moralmente chiunque altro, potendo, a fare altrettanto. Altri (nemmeno i più ostili) penseranno poi che gli USA perseguono i loro interessi petroliferi, senza tener conto né della giustizia né delle Nazioni Unite. Più importante sarebbe capire quale sia la percezione di chi è aggredito e invaso militarmente o si sente offeso nella sua identità culturale e religiosa.

Questo compito di comprensione ha certamente bisogno di esperti e di mediatori culturali. Ma spetta anche a noi cittadini relativamente istruiti e informati delle democrazie occidentali. La sopravvivenza della nostra opinione pubblica libera  dipende anche dalla nostra capacità di evitare altri conflitti armati ed episodi di terrorismo globale che ci portino alla militarizzazione progressiva della democrazia. Se si vuole costringere i fautori della guerra senza limiti a mutare rotta, se si vogliono trovare soluzioni diverse da quelle dello scontro armato e del terrorismo, è necessario capire le ragioni degli altri, i loro interessi vitali, le alternative tragiche a cui sono di fronte e i loro valori irrinunciabili. Tale comprensione è indispensabile per un effettivo dialogo  interculturale, per compromessi accettabili e per una convivenza sostenibile.

Paradossalmente i terroristi che hanno realizzato l’attentato alle Torri Gemelle hanno saputo capire ed interpretare le ragioni dei disperati,  islamici e non, molto meglio delle potenti agenzie di news management. Il loro messaggio è tanto più potente e pericoloso in quanto esso si muove esclusivamente sul terreno simbolico. Gli attentatori suicidi non avevano evidentemente nessun interesse personale, se non la fede nell’aldilà e la convinzione fanatica di essere nel giusto.  Non solo, ma gli attentatori non hanno richiesto nulla a nessuno, non hanno avanzato nessuna precisa rivendicazione. Piuttosto si sono posti, in modo certo blasfemo, come esecutori della giustizia divina, così come loro la intendono. I commentatori occidentali hanno trascurato spesso questi aspetti, ignorando o cercando di sminuire quel ruolo di eroi e di profeti che essi hanno effettivamente assunto, ci piaccia o no,  di fronte a milioni e milioni di persone (e non solo islamici).

In un secondo momento lo stesso governo americano ha finito per ricalcare, sul piano simbolico,  il modello religioso e profetico degli stessi attentatori: la missione di guerra in Afghanistan è stata chiamata in un primo momento “Giustizia Infinita”.  Questo nome, anch’esso blasfemo, è stato in un secondo momento cambiato. Tuttavia i toni adottati dal governo americano sono spesso quelli di un conflitto religioso tra il Bene (noi) e il Male (i nostri nemici). Questo tipo di linguaggio, sempre indebitamente religioso,  impedisce la comunicazione. Non parliamo della comunicazione impossibile con chi promuove il terrorismo delle Torri Gemelli, che nega ogni dialogo con isuoi stessi atti, ma di quello con i popoli oppressi e, in genere, con gli ex-colonizzati.  Per capire le  ragioni degli altri non ci si può porre come gli unici possessori della ragione e della verità, ma riconoscere che essa è raggiungibile solo attraverso uno sforzo comune.

 

 


 

LASCIAMO PER I GRANDI VOLENTEROSI O RICERCATORI, LA BIBLIOGRAFIA RAGIONATO DELL’AUTORE FEDERICO REPETTO

 

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA

(riferita ai temi trattati in Opinione pubblica, media e potere di Loescher – se ne veda l’Indice nell’Introduzione)

 

Prima parte . L’opinione pubblica libera e i suoi meccanismi

DA DOVE PARTIRE:

Massimo Baldini, Storia della comunicazione, Newton Compton, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pp. 96. In modo chiaro ed essenziale affronta l’intera storia delle forme sociali di comunicazione.

Peppino Ortoleva, Mediastoria. Comunicazione e cambiamento sociale nel mondo contemporaneo, Nuova Pratiche editrice, Milano, 1997. Libro molto più lungo e complesso del precedente. Tuttavia  il principiante può utilizzare i capitoli II, IV e V, che in una settantina di pagine raccontano la storia dei media dalla seconda metà dell’800 ad oggi.

TESTI BASE:

Jacques Ellul, Storia della propaganda, E.S.I., Napoli, 1983, p.132 (testo introduttivo).

Armand Mattelart, La comunicazione globale, Editori riuniti, Roma, 1998, pp.144. Riguarda essenzialmente il secolo XX, ma i primi capitoli si riferiscono anche all’800.

Jean-Noël Jeanneney, Storia dei media, Editori Riuniti, Roma, 1996, p.330. Testo relativamente lungo, ma chiaro e di carattere introduttivo. Particolarmente interessante per il tema “media e potere” e per il tema dell’informazione politica. In sostanza si occupa dei secoli XVIII, XIX e XX.

Asa Briggs – Peter Burke. Storia sociale dei media. Da Gutenberg a Internet. Il Mulino, Bologna, 2002, pp. 464. Come indica il titolo, copre una gamma di interessi e un arco temporale più ampi del precedente, ma è di meno facile consultazione e qualche volta dispersivo.

Paolo Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Gutenberg 2000 editore, Torino 1986, pp. 286. Testo chiaro e accessibile. Riguarda tanto il giornalismo della carta stampata, quanto quello radiofonico e televisivo.

Paolo Murialdi, Come si legge un giornale, Laterza, Roma 1975, buon manuale, ancora utile oggi.

Paolo Mancini, Manuale di comunicazione pubblica, Laterza, Bari, 1996, pp. 284. Testo sistematico, scritto verosimilmente per gli studenti universitari del primo anno, ma accessibile agli studenti medi superiori un po’ volenterosi.

Melvin Defleur, Sandra Ball – Rokeach, Teorie delle comunicazioni di massa, Il Mulino, Bologna,1995. Si tratta di un vero e proprio manuale di sociologia della comunicazione, che contiene anche excursus di storia dei media, con particolare attenzione agli U.S.A. Difficoltà paragonabile a quella del precedente.

TESTI DI APPROFONDIMENTO:

AA.VV. Nascita dell’opinione pubblica in Inghilterra,  “Quaderni storici”, n° 42, settembre-dicembre 1979, Il Mulino. Numero monografico in gran parte dedicato ad articoli su aspetti specifici delle origini storiche dell’opinione pubblica nel 700 inglese.

Patrice Flichy, Storia della comunicazione moderna. Sfera pubblica e dimensione privata. Baskerville, Bologna, 1994, pp. 300. Testo curioso ed originale, si occupa dell’interazione tra la storia della società e del costume e quella della tecnica.

Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari, 1971. Saggio storico – sociologico – filosofico di notevole profondità sullo sviluppo dell’opinione pubblica dall’origine dei giornali in Inghilterra alla prima metà del Novecento; testo ormai riconosciuto come classico, ma anche di notevole difficoltà, soprattutto per chi non ha una preparazione filosofica.

 

 

 

Seconda parte. L’età del cinema e della radio

 

TESTI BASE:

Gli stessi della prima  SEZIONE. Inoltre:

Georges Sadoul, Storia del cinema mondiale, Feltrinelli, Milano, 1972¹ (e successive edizioni). Testo ampio, ma di non difficile consultazione. Esso riassume puntualmente i soggetti dei film più importanti e allo stesso modo presenta produttori e registi. Ma ha parti di carattere sintetico sullo stato dell’industria cinematografica in un determinato tempo e luogo e sul clima culturale. E’ articolato in due volumi: 1. Dalle origini alla fine della II guerra mondiale. 2. Dalla fine della guerra mondiale ai giorni nostri (aggiornato al 1972 sotto la direzione di Goffredo Fofi).

Gianni Rondolino, Storia del cinema, UTET, Torino, 1977, 3 voll. mentre il testo di Sadoul, la cui prima versione è del 1947, appartiene al periodo pioneristico, Rondolino lavora sulla base di un’ampia storiografia cinematografica. Ampia la documentazione iconografica.

Fernaldo Di Giammatteo, Storia del cinema, Marsilio, Venezia, 1998. Per un aggiornamento.

Marc Ferro, Cinema e storia,   Feltrinelli, Milano, 1980. Ferro, condirettore delle Annales di Parigi, una delle più importanti riviste di storia a livello mondiale, mostra qui come i film possano costituire sia una fonte documentaria della storia, sia un’interpretazione storiografica, sia un evento storico. Particolarmente interessanti le parti sul nazismo e sull’URSS.

G.P. Brunetta, Storia del cinema italiano, Editori riuniti, Roma, 1993.

Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia, 1999. Storia ampia e  sistematica, che sviluppa opere precedenti dello stesso autore.

Edgar Morin, L’industria culturale. Saggio sulla cultura di massa, Il Mulino, Bologna, 1963. Saggio abbastanza accessibile sulle trasformazioni dei media, del costume, dei consumi, della mentalità nel mondo occidentale, a partire dalla diffusione della cultura di massa hollywoodiana  fino al primo affacciarsi della tv.

Umberto Eco, Apocalittici ed integrati. Comunicazioni di massa e teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, Milano 2001. p. 390. Raccolta di scritti occasionali sulla cultura di massa, diventati poi classici.

Manfredo Guerrera, Storia del fumetto. Autori e personaggi dalle origini a noi, Newton Compton, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pp.96.

Roberto Giammanco, Il sortilegio a fumetti, Arnoldo Mondadori, Milano, 1965.   

TESTI DI APPROFONDIMENTO:

Philip Cannistraro, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass-media, Prefazione di Renzo de felice, Laterza, Roma-Bari 1975, p. 497. Opera classica sull’argomento – voluminosa, ma non difficile da consultare.

G.P. Brunetta, Cinema italiano tra le due guerre. Fascismo e politica cinematografica, Mursia, Milano, 1975, p.160.

Franco Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista: studio e documenti. 1922-1945, Marsilio, Venezia, 1976, p.394. A quanto ci risulta, la più ampia e sistematica storia della radio nel periodo fascista

Alberto Monticone, Il fascismo al microfono. Radio e politica in italia (1924-1945), Edizioni Studium, Roma, 1978. Ampia antologia di documenti commentati su questo tema specifico.

Gianni Isola, L’ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo (1924-1944), Bruno Mondadori, Milano, 1998 (documenti commentati su svariati temi; testo molto maneggevole).

Ian Kershaw. Il mito di Hitler. Immagine e realtà nel Terzo Reich, Bollati Boringhieri, Torino, 1998. Non parla molto dell’uso nazista dei media, ma cerca di valutarne l’effetto attraverso i rapporti sia delle cellule socialdemocratiche clandestine sia della Gestapo.

David Stewart Hull, Il cinema del Terzo Reich : studio sul cinema tedesco degli anni 1933-1945 , Cinque Lune, Roma, 1972, p. 345. Testo difficile da reperire.

Siegfried Kracauer, Dal Gabinetto del dottor Caligaris a Hitler, Mondadori, Milano, 1977. Una storia psicologica del cinema tedesco: orrore, angoscia, bisogno di autorità nei film del periodo che precede il nazismo.

Umberto Barbaro, il cinema tedesco, Roma, editori Riuniti, 1973.

 

 

 

Terza Sezione L’era della televisione

 

TESTI BASE:

Gli stessi delle SEZIONI 1 e 2. Inoltre :

Enciclopedia della televisione, Garzanti, a c. di Aldo Grasso, Milano 1996 (la tv, i suoi spettacoli, le sue informazioni e i suoi personaggi  da tutti i punti di vista; utili le appendici: Storia del “mezzo televisivo”: dalle origini alla tv interattiva; La televisione nel mondo; La televisione italiana: cronaca di un cinquantennio; il quadro legislativo italiano)

Peppino Ortoleva, Mass media. Nascita e industrializzazione, GIUNTI, Firenze, 1995 – poi ristampato (testo rivolto esplicitamente agli studenti, ampiamente illustrato)

Vanni Codeluppi, Pubblicità, Zanichelli, Bologna 2000 (divulgativo, ampiamente illustrato)

Anna Oliverio Ferraris, TV per un figlio,  Laterza 1995 (p.200; testo di pedagogia televisiva; chiaro e accessibile, è schierato contro l’abuso di tv)

OPERE DI APPROFONDIMENTO:

Giampaolo Caprettini, e altri, La scatola parlante, EDITORI RIUNITI, 1996 (contiene una interessante descrizione dei principali “generi” televisivi).

Franco Monteleone, Storia della radiotelevisione in Italia, 1922-1992, Marsilio, Venezia, 1992 (la prima grande opera sistematica su questo tema, di circa 540 pp.)

Aldo Grasso, Storia della televisione italiana, Garzanti, Milano, 2000. (esauriente -973 pp.- ed aggiornato).

Omar Calabrese e Ugo Volli, I telegiornali : istruzioni per l’uso, Roma, Laterza, 1995 – 261 p.

AA.VV., a cura di Sara Bentivegna, Comunicare politica nel sistema dei media, COSTA & NOLAN, 1996 (testo scientifico abbastanza impegnativo, ma composto di saggi brevi; interessanti le analisi sulle elezioni di molti paesi occidentali, tra cui l’Italia; c’è anche un saggio di M. McCombs, che ha dimostrato l’incidenza della tv sull’agenda setting  degli elettori, cioè sulla loro percezione dei problemi rilevanti).

Lawrence K. Grossman, La repubblica elettronica, EDITORI RIUNITI 1997 (su media e politica negli Stati Uniti nell’età della tv; testo di non particolare difficoltà)

Anna Chimenti, Informazione e televisione. La libertà vigilata, Laterza, Roma – Bari, 2000 (storia sistematica dei problemi politico-costituzionali legati alla tv in Italia; 139 pp. di testo più bibliografia; richiede qualche nozione di diritto).

Giuseppe Fiori, Il venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della Finivest, Garzanti, Milano 1995 (libro polemico ma documentato, collega sistematicamente la storia della politica italiana con quella della tv)

Luca Ricolfi, Quanti voti ha spostato la tv, “Il Mulino”, n°6, 1994, pp.1031-1044 (analisi scientifica delle prime elezioni vinte da Berlusconi)

Silvia Testa, Barbara Loera, Luca Ricolfi, Sorpasso? Il ruolo della televisione nelle elezioni politiche del 2002, “Comunicazione politica”, vol.III, n°1, primavera 2002, pp.101-115 (gli ultimi due paragrafi, riassuntivi, sono particolarmente accessibili)

Joshua Meyrowitz, Oltre il senso del luogo. Come i media elettronici influenzano il comportamento sociale, Baskerville, Bologna, 1995 (saggio autorevole; assai lungo e impegnativo – 561 pagine, più la bibliografia – ma abbastanza chiaro e sistematico: l’introduzione, oltre a riassumerne le tesi, aiuta il lettore a selezionare le parti che gli interessano)

Pierre Bourdieu, Sulla televisione, Feltrinelli, Milano, 1997 (saggio polemico sul dilagare dello stile televisivo anche nei campi della cultura e della scienza)

Neil Postman, Ecologia dei media. L’insegnamento come attività conservatrice, A. Armando editore, 1991 (un classico della critica dei media; una difesa della civiltà della scrittura contro le trasformazioni  troppo rapide e incontrollate dell’era elettronica; è scritto in un linguaggio abbastanza accessibile; la parte essenziale, di cui raccomando la lettura, sono le prime 75-80 pagine)

Mauro Wolf, Gli effetti sociali dei media, Bompiani 1992 (202 p. più bibliografia; tratta degli effetti dei media sugli utenti, da ultimo per quanto riguarda la tv; espone sistematicamente le più importanti teorie su questo soggetto; complesso ma abbastanza chiaro)

 

 

Quarta sezione.  L’era dell’informazione

TESTI BASE:

Gli stessi delle SEZIONI 1 , 2 e 3. Inoltre :

Alberto Berretti, Vittorio Zambardino, Internet. Avviso ai naviganti, Donzelli, Roma1995 (buona presentazione storica, sociale e tecnica di Internet, in sole 109 pp; speriamo che gli autori la aggiornino)

Franco Carlini, Internet, Pinocchio e il gendarme. Le prospettive della democrazia in rete, Manifestolibri, 1996 (pp.229+ bibliografia e glossario; espone abbastanza dettagliatamente la storia di Internet e analizza il rapporto media-democrazia da un punto di vista vicino a quello di Habermas).

Id., Divergenze digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza Internet, manifestolibri, Roma2002 (aggiornamento sul mondo di Internet in chiave maggiormente divulgativa; p.190 + bibliografia ragionata).

Carlo Gubitosa, L’informazione alternativa. Dal sogno del villaggio globale al rischio del villaggio globalizzato, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 2002 (104 pp + bibliografia e glossario; opera polemica, ma abbastanza facile, aggiornata e documentata).

INTERNET E IL SUO MONDO:

Howard Rheingold, Comunità virtuali, Sperling & Kupfer, Milano 1994 (ormai classico).

Tim Berners-Lee, L’architettura del nuovo web, Feltrinelli, Milano 2001 (intervista a uno dei padri dello web, difensore della libertà su internet).

Pekka Himanen, L’etica hacker, Feltrinelli, Milano, 2001 (sullo spirito libertario e cooperativo degli hacker, esperti indipendenti di informatica e telematica, fautori della libera circolazione del software, spesso identificati dai media direttamente con i cracker – doppiatori abusivi di software – e con i pirati informatici in genere; in inglese si trova anche nel sito www.hackerethic.org )

A. Di Corinto, T. Tozzi, Hacktivism, la libertà nelle maglie della rete, manifestolibri, Roma 2002 (esposizione delle idee degli hacker sociali; si può scaricare gratis dal sito www.hackerart.org/storia/hacktivism.htm – il software viene dato in uso gratuito sulla base dei principi del copyleft, esposti nel documento I sistemi di cooperazione open source su Internet).

ECONOMIA E SOCIETA’ NELL’ERA DI INTERNET

AA.VV., Globalizzazione dei mercati e orizzonti del capitalismo (a c. di M. Arcelli), Laterza, Roma-Bari, 1997 (presentazione a più voci del nuovo ciclo economico degli anni 90 mentre è ancora in corso; utili i dati e le tabelle contenuti nel capitolo I “megatrends” della globalizzazione, di M.Arcelli, da p.153 a p.171)

Dan Schiller, Capitalismo digitale. Il mercato globale in rete, EGEA, Milano, 2000 (opera critica).

Manuel Castells, Galassia Internet, Feltrinelli 2002 (di circa 260 pagine; opera di sintesi – parla delle trasformazioni che Internet ha indotto nella società, nell’economia e nella cultura e delle trasformazioni che Internet stessa ha subito per gli usi che ne sono stati fatti; opera di alto livello teorico)

Lo stesso Castells è autore di tre mastodontiche e complesse opere sulla “società dell’informazione”;

La nascita della società in rete,  EGEA, Milano 2002 (su economia, società, cultura, assetto urbanistico della società mondiale dell’informazione)

Il potere dell’identità, EGEA, Milano 2003 (sui movimenti sociali in difesa delle identità locali nella società globale)

End of Millenium, Blackwell, Oxford 2000, 2a edizione (i diversi Stati nazionali di fronte alle innovazioni della società in rete; ultimo volume della trilogia sulla società dell’informazione, in corso di traduzione)

MEDIA E GUERRA

Bruce Cummings, Guerra e televisione, Baskerville, Bologna 1993 (Corea, Vietnam, guerra del Golfo, pp.374 abbastanza facile)

Rossella Savarese, Guerre intelligenti. Stampa, radio, tv informatica: la comunicazione politica dalla Crimea al Golfo Persico, Franco angeli, Milano 1992 (pp.212 + bibliografia; abbastanza facile)

D. Morrison, Ph. Taylor, S. Ramachandaran, Media, guerre e pace,1996 Edizioni Gruppo Abele Torino (abbastanza breve e comprensibile)

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