IL BELGIO: MA QUELLO NON E’ UNO STATO FALLITO ! DI FEDERICO RAMPINI

Prima

L’ANALISI
Ma quello non è uno Stato fallito
FEDERICO RAMPINI

NEL reddito pro capite il Belgio — che alcuni hanno definito “Stato fallito” — supera Francia e Inghilterra, Giappone e Italia.

NELLA longevità media, anche un indicatore di qualità delle cure mediche, supera gli Stati Uniti o la Danimarca. Nelle classifiche Ocse-Pisa sulla qualità dell’istruzione è sopra la media dei Paesi ricchi, nonostante che gli studenti immigrati siano saliti in un decennio dal 12% al 15%. L’Indice della Felicità delle Nazioni Unite, il più completo su ciò che fa la qualità della vita, piazza il Belgio davanti a Inghilterra, Francia e Italia. Dopo le stragi di Bruxelles il marchio di “Stato fallito” è stato usato dai commentatori americani, da qui è rimbalzato sui media europei. Non è un’etichetta qualsiasi. Si usa per descrivere Paesi africani nella guerra civile, dove le istituzioni sono incapaci di garantire i più elementari diritti umani, i servizi basilari per la sopravvivenza.

Applicata al Belgio la definizione mi ha colpito anche per motivi autobiografici. Sono cresciuto a Bruxelles, da adulto ci ho lavorato, i miei genitori sono sempre rimasti là, non smetto di frequentarla. Il fallimento di quello Stato è evidente, e imperdonabile, nella prevenzione del terrorismo. Molte vite si sarebbero salvate se la polizia e i servizi segreti belgi non fossero così paurosamente inefficienti. Meno convincente è lo spettacolo di quanti oggi salgono in cattedra, e ieri subirono débâcle in casa propria: la Francia con Charlie Hebdo prima ancora del Bataclan; gli Stati Uniti con la strage di San Bernardino in California a dicembre. Nessun servizio segreto americano o francese (ben più potenti dei belgi) vide il pericolo. Nel caso di due terroristi ceceni autori della strage alla maratona di Boston (2013), l’intelligence russa aveva allertato gli americani su di loro: fu inutile. Proprio com’è successo fra la Turchia e il Belgio per un attentatore di Bruxelles. In Belgio mezzo governo voleva dimettersi, negli Stati Uniti nessuno fece ammenda. L’America si è dotata del più imponente armamentario di norme anti-terrorismo dopo l’11 settembre, il Patriot Act, ma gli esperti ammettono che serve a combattere l’ultima guerra, non l’attuale né la prossima.

Parlare di Stato fallito è dannoso per le conseguenze che si traggono nell’analisi del pericolo incombente sulle democrazie occidentali. Dallo Stato fallito si passa alla denuncia della “ghettizzazione” degli immigrati di religione islamica, quindi a tutte le colpe dell’Occidente. È un film che abbiamo già visto, a cominciare dagli Stati Uniti: erano passate poche ore dall’attacco alle Torri Gemelle e partì un dibattito su “cos’abbiamo fatto noi per provocarli, come ci siamo tirati addosso questo castigo”. È una sindrome segnalata perfino da sopravvissuti dei campi di concentramento: accadde anche a loro di interrogarsi sulle “ragioni” dei nazisti. Tra le ragioni dietro la violenza dei jihadisti, si descrive il quartiere di Molenbeek come un ghetto, appunto. Anche qui le parole hanno un peso. I ghetti nella storia furono quartieri dove venivano confinate comunità come quella ebraica in tempi di discriminazioni e persecuzioni. Non è questo che descrive il Belgio di oggi, né la parabola esistenziale dei suoi terroristi. Uno dei massimi studiosi del jihadismo, il francese Olivier Roy, sulle colonne di Repubblica ci ha ricordato che la maggior parte dei terroristi sono figli della piccola borghesia, benestanti, scivolati nella delinquenza comune prima di trovare nel fanatismo religioso un alibi. Roy ci esorta spesso a fare analogie con le Brigate Rosse. Che non furono il prodotto della disoccupazione giovanile né dello sfruttamento della classe operaia. Ma almeno nei loro documenti le Brigate Rosse volevano spacciarsi come avanguardie rivoluzionarie del proletariato oppresso. Al contrario non c’è nella narrazione islamista il minimo accenno a problemi socio- economici come la disoccupazione. E il Welfare belga è uno dei più generosi, inclusivo verso gli stranieri.

Le storie individuali non vanno ignorate, per distinguere tra “ghettizzazione” e processi d’integrazione faticosamente in atto. Il fratello del terrorista suicida Najim Laachraoui è nella squadra nazionale belga di taekwondo; i genitori avvertirono le autorità quando il jihadista partì in Siria. Questi sono segni concreti d’integrazione. A Molenbeek vivono nordafricani di seconda o terza generazione che sono diventati avvocati, medici, ingegneri, insegnanti. Ci vivono anche dei giovani italiani attirati da Erasmus o dagli stage presso le istituzioni internazionali. In questi giorni si sono sentiti abbandonati dalla polizia e dallo Stato. Ma cercare dentro lo Stato democratico le cause di questa tragedia, sarebbe solo uno sbaglio in più.

3 risposte a IL BELGIO: MA QUELLO NON E’ UNO STATO FALLITO ! DI FEDERICO RAMPINI

  1. Sol Invictus scrive:

    Concordo con gran parte dell’articolo, tranne che con questo:
    “Nelle classifiche Ocse-Pisa sulla qualità dell’istruzione è sopra la media dei Paesi ricchi, nonostante che gli studenti immigrati siano saliti in un decennio dal 12% al 15%”.
    I due dati sono eterogenei e non pertinenti l’uno con l’altro: la qualità dell’istruzione andrebbe paragonata con la percentuale degli studenti immigrati, mentre la variazione della percentuale degli studenti immigrati (“dal 12% al 15%”) andrebbe paragonata con la variazione della qualità dell’istruzione.
    Faccio notare che molte descrizioni del Belgio come stato fallito fanno riferimento agli errori giganteschi dell’intelligence belga (superiori a quelli fatti dai servizi Usa e francesi in tempi recenti) e alla divisione in due comunità linguistiche che favorirebbe il comunitarismo delle minoranze immigrate negli ultimi cinquant’anni. Pil e welfare c’entrano poco in quei discorsi. Il titolo dell’articolo (che parla di reddito pro capite) è incoerente col contenuto (che parla di Indice della Felicità). In ogni caso, il Belgio ha un Pil pro capite in parità di potere d’acquisto superiore a Francia, Regno Unito (non Inghilterra), Giappone e Italia; il Pil pro capite nominale del Belgio è inferiore a quello del Regno Unito, almeno secondo il FMi.

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