YEREVAN —CAPITALE DELL’ARMENIA — FRANCESCO IN VISITA —LA CATTEDRALE DI ETCHMIADZIN — il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II

 

 

 

Mount Ararat and the Yerevan skyline. The Opera house is visible in the center ( Il Monte Ararat, dove si crede si sia incagliata la barca di Noe’, e il panorama della capitale dell’Armenia Yerevan. Al centro si vede la ” Casa dell’opera “.)

 

 

da qui in giù ” Le + belle foto di Panorama del viaggio di Francesco in Armenia ”

http://www.panorama.it/news/esteri/papa-francesco-armenia-foto-piu-belle/#gallery-0=slide-5

Papa Francesco in Armenia

25 giugno 2016. Papa Francesco in visita al Metz Yeghern, il Complesso memoriale sul colle di Tzitzernakaberd (“Fortezza delle rondini”), che a Yerevan ricorda le vittime del genocidio del 1915 compiuto un secolo fa dall’Impero ottomano.

Papa Francesco in Armenia

una bella foto ( sempre lì)

 

Papa Francesco in Armenia

 

24 giugno 2016. Papa Francesco e il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, nella Cattedrale apostolica di Etchmiadzin, fuori Yerevan.

Credits: TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

 

 

 

LA CATTEDRALE DI ETCHMIADZIN, PATRIMONIO STORICO DELL’UMANITA’

 

 

Ejmiadzin Cathedral2.jpg

Etchmiadzin Cathedral, the mother church of Armenia.

 

 

L’ingresso

 

sacerdoti all’altare

Dettagli del campanile

L’area adiacente all’altare

La cupola

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3 Responses to YEREVAN —CAPITALE DELL’ARMENIA — FRANCESCO IN VISITA —LA CATTEDRALE DI ETCHMIADZIN — il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II

  1. Donatella scrive:

    Grande Papa Francesco, che ha voluto rimarcare come il ricordo storico e non la dimenticanza o la menzogna sia il primo passo per potere vivere in pace tra popoli che hanno subìto o arrecato sanguinose tragedie ad altre popolazioni considerate inferiori. A conclusione del viaggio papale Francesco , in direzione del Monte Ararat e del confine con la Turchia, ha liberato due colombe, come per rimarcare che il suo viaggio era per promuovere la pace tra popolazioni vicine tra loro, ma che tanto avevano sofferto per la barbarie umana. La cornice è il monastero di Khor Virap, uno dei luoghi più sacri per la Chiesa armena – proprio vicino alla frontiera turca ai piedi dell’Ararat- l’ex fortezza-prigione dove fu detenuto per 13 anni San Gregorio l’Illuminatore, prima che il re Tiridate III si convertisse al Cristianesimo e poi, adottandolo come religione di stato nel 301 d.C., facesse dell’Armenia la prima nazione cristiana. L’accento del Papa, oltre che sul negazionismo di Ankara e sulla necessaria distensione tra due stati confinanti come l’Armenia e la Turchia che non può che passare dal riconoscimento del genocidio contro il popolo armeno, è stato posto anche sul conflitto in un’altra zona del Caucaso: quello dell’Azerbaigian con al centro l’enclave armena del Nagorno-Karabakh. Un invito implicitoalla fine del blocco turco, alla riapertura della frontiera turco-armena ancora chiusa.

    Queste notizie sono state prese dall’articolo ” Papa crociato? “: l’ anatema turco per Francesco sugli Armeni” da “Il Fatto” di lunedì 27 giugno 2016 pag.4, articolo non firmato.

  2. Donatella scrive:

    Le chiese armene e soprattutto le loro decorazioni, sembrano documentare l’incontro tra Oriente e Occidente. Guardando l’atlante viene una gran voglia di esplorare quei luoghi, che per noi occidentali, ma non solo naturalmente, hanno un fascino particolare. Chissà come sono avvenuti gli scambi, non solo di merci, ma di idee, di creatività, di immagini. Mi piace pensare ai grandi filosofi della Grecia che scambiano pensieri e idee con i loro colleghi orientali.

  3. Donatella scrive:

    Metto qui un’altra notizia di pace ( almeno lo spero): firmato all’Avana l’accordo che pone fine a oltre mezzo secolo di violenze. Il disarmo, verificato dalle Nazioni Unite, durerà un anno. “Il Fatto”, venerdì 24 giugno 2016 pag 19, corrispondente da L’Avana Diego Lopez.

    Il presidente della Colombia e il capo delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia ( FARC) il 23 giugno 2016 hanno firmato nel Palazzo delle Convenzioni a L’Avana, presente Raul Castro, l’accordo per un cessate -il- fuoco bilaterale e definitivo. Le trattative sono durate 4 anni e hanno avuto la mediazione di Cuba e della Norvegia, con l’appoggio della diplomazia internazionale e soprattutto dell’intera America. Erano presenti, oltre a Raul Castro, il ministro degli Esteri della Norvegia, il segretario generale dell’ONU con i presidenti degli Stati accompagnanti il processo di pace, Cile e Venezuela. La guerriglia, guidata dalle FARC, era iniziata nel 1964, quanto l’esercito colombiano appoggiato da reparti militari USA aveva represso nel sangue manifestazioni di contadini autorganizzatisi. In più di 50 anni questa vera e propria guerra civile ha fatto 300.000 tra morti e desaparecidos e quasi 7 milioni di rifugiati. L’accordo di pace prevede non solo la fine degli scontri armati ma traccia anche un cammino per giungere alla consegna delle armi , per definire delle garanzie di sicurezza, la lotta contro le organizzazioni criminali ( cioè i paramilitari colombiani) responsabili di omicidi e massacri o che attentano ai difensori dei diritti umani, movimenti sociali o politici. L’ONU ha approvato a gennaio la creazione di una speciale missione politica che in Colombia verificherà il cessate-il- fuoco bilaterale. Questo processo di verifica dovrebbe durare un anno, con una possibilità di estensione su richiesta del governo o delle FARC, per andare all’accordo definitivo di pace, che il presidente della Colombia Santos confida firmare l’anno prossimo, entro il 20 luglio, giorno dell’indipendenza della Colombia.

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